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Assegnate le prime case ai terremotati: Noi aquilani, attori per caso

Mentre irrompono le polemiche sullo show del Cavaliere da Vespa, ecco cosa ne pensano gli abitanti dell’Aquila

giovedì 17 settembre 2009 di Sandro Cordeschi


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Ma vi rendete conto che stiamo recitando, comparse involontarie e non retribuite, in un immenso spot pubblicitario, il cui obiettivo è l’annichilimento delle coscienze? Non li vedete gettare sale sulle rovine della nostra città, chi per convenienza, chi per incapacità, chi per imbecillità pura?

Oggi, le prime C.A.S.E. – questo il nome del progetto “Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili” della Protezione civile - da tutti lodate come un miracolo. Non voglio annoiarvi con le cifre, ma apriamo gli occhi, per favore, ora. Parliamo di “quantità”: quanta gente troverà ricovero sicuro, da ora a dicembre? Leggete, leggete i numeri, per favore. Forse solo la metà dei trentamila sfollati. Chiudete le orecchie al canto stonato di queste brutte sirene, fidatevi solo della vostra ragione. E gli altri, quelli che, per molti motivi, non possono tornare, ora, né dopo? Che ne facciamo? Abbiamo già deciso che non sono “cittadini”?

Parliamo di qualità. Quasi tutti sono d’accordo: molto meglio dei containers. Ma è questa, allora, la città che ci aspetta? Avete visto gli insediamenti, quelli già pronti, quelli in via di costruzione? Dove sono? Là. Qui. Là. Ghetti, già prima di essere abitati sono ghetti, che impoveriscono il territorio e abbattono qualsiasi speranza di rinascita. “Che cosa” sta rinascendo? Allora, meglio i containers: non solo perché la loro precarietà postula una necessaria, possibilmente rapida ricostruzione: ma anche perché un container intero costa come un metro quadrato di C.A.S.A. Fatevi i conti, io non sono mai stato bravo. E probabilmente io, come tanti altri, finiremo comunque in un container.

Molti saranno contenti, di avere un alloggio “bello e rifinito”, come dicono i governanti, gli ambasciatori, gli amministratori locali, perfino i cardinali. Ma qualcuno chiederà loro perché non ci vanno a vivere per un annetto, magari con tutta la loro corte? O i giornalisti, anche quelli “stalinisti”, come al solito, abbasseranno il capo, di fronte a questa ennesima sconfitta della società civile? Bruno Vespa, aquilano quando gli conviene, capisce almeno in parte il dolore della (sua) gente? Gestione dell’emergenza, occupazione militare, larghissimo impiego di uomini e di mezzi: e ora? Le scuole, anche quelle agibili, stentano a riprendere, per ritardi dovuti a motivi politici e tecnici, nessuna probabilmente riaprirà in tempo e in modo solido. Gli uffici, compresi quelli militarizzati, sono quasi tutti nel caos. L’università, nonostante le enormi energie profuse, barcolla. L’ospedale è ancora in rianimazione. Il Centro di Igiene Mentale, a dispetto di tutti gli sforzi, attraversa una lunga notte (vero, dott. Sconci?). Anche il Teatro, certo, perde i pezzi, come peraltro ogni istituzione culturale. Tutto questo, non dobbiamo vederlo? Dobbiamo gioire perché qualcuno, stanotte, dormirà in una new house? La nostra gioia è dettata dalla solidarietà, non dalla ragione.

Le risorse economiche del territorio sono cancellate; molte attività commerciali sono senza futuro; la ripresa del turismo è di là da venire e comunque, turismo verso dove, una volta passata la macabra attrazione delle rovine? Volete che vi racconti che cosa ha visto un visitatore illegale per le strade, i vicoli, le piazze della città ferita e ora nascosta? Oppure volete denunciarmi?

Gettano sale, sulle rovine della nostra città, quella vera: e noi restiamo lì, inebetiti, sospesi tra il riso e il pianto, davanti alle consolanti telecamere e alle dolci parole della TV di Stato, che vanta il miracolo. Ma quale Stato?

Un aquilano, con rabbia e con amore.


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