Agorà Magazine
L’Italia che non c’è

Lettera al Presidente della Repubblica della ricercatrice Rita Clementi che ha lasciato l’Italia per poter proseguire i propri studi a Boston

La fuga di cervelli all’estero per scappare dalla precarietà nel nostro sistema di ricerca non si arresta

venerdì 3 luglio 2009 di Guido Laudani


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“Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito alla loro madre. Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla.

Vado via con l’intento di chiedere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana. Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denunciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è automaticamente espulso dal “sistema” indipendentemente dai risultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può “solo” contare sui risultati che ottiene, poiché in Italia la benevolenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricerca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia”. Così la ricercatrice Rita Clementi, 46 anni, tre figli, laurea in Medicina, due Specializzazioni in Pediatria e in Genetica Medica, nota per aver scoperto l’origine genetica di alcuni linfomi maligni, inizia la lettera (pubblicata integralmente dal Corriere della Sera) che ha scritto al Presidente della Repubblica prima di partire per gli Stati Uniti: infatti dal primo luglio lavora in un qualificato centro medico di Boston.
La decisione di lasciare l’Italia deve essere stata per Rita molto sofferta, ma la sua è probabilmente una situazione comune a tanti ricercatori italiani, che per lavorare si devono assoggettare ad un precariato perenne, che alla lunga toglie la dignità alla persona ed al lavoro stesso, in una infernale rincorsa a borse di studio, contratti a termine, contratti su progetto, co.co.co, ecc., che sviliscono gli individui. Così scrive la dottoressa Clementi: “Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pensionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, contratti di consulenza... Come ultimo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica medica dell’Università di Pavia, finanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.”
Questa lettera è anche un quadro molto realistico della situazione della ricerca e di chi fa ricerca in Italia. Il precariato è oggi un "fenomeno", sarebbe meglio dire una "disgrazia", che interessa trasversalmente tutte le classi sociali e culturali. Nel campo della ricerca, dove spesso i risultati si vedono a distanza di anni e gli studi vanno pianificati con tempi lunghi, dover lavorare a tempo definito distrae culturalmente, perchè bisogna anche dedicarsi "a portare a casa la pagnotta" tutti i giorni; neanche i premi Nobel vivono di sola aria e poi a una certa età, dopo anni e anni di ricerca, è naturale desiderare una minima tranquillità sulla sicurezza e continuità del proprio posto di lavoro.


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