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Leo Castelli. L’italiano che inventò l’arte in america

martedì 4 dicembre 2007 di Francesca Mentella


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Il suo vernissage à minuit tra fiumi di champagne serviti su vassoi d’argento e i lumi di candela a rischiarare le opere d’arte (ma solo perché era saltata la luce..), è passato alla storia. Era il 1939 e una Parigi ancora surrealista accoglieva, a Place Vendôme, gli esordi di un giovane gallerista ricco di ottimismo e talento che di lì a poco avrebbe segnato la Storia dell’arte. Un uomo colto, sempre elegantemente vestito. Chi era costui?..

Il suo vernissage à minuit tra fiumi di champagne serviti su vassoi d’argento e i lumi di candela a rischiarare le opere d’arte (ma solo perché era saltata la luce..), è passato alla storia. Era il 1939 e una Parigi ancora surrealista accoglieva, a Place Vendôme, gli esordi di un giovane gallerista ricco di ottimismo e talento che di lì a poco avrebbe segnato la Storia dell’arte.

Un uomo colto, sempre elegantemente vestito. Chi era costui?

Leo Castelli, l’italiano che inventò l’arte in America. E’ questa una definizione calzante ma è anche il titolo di un libro, che Alan Jones, scrittore newyorkese e critico d’arte, ha dedicato al suo amico Leo Castelli tracciandone un profilo che gli rende onore, come si conviene in questi casi di rara eccellenza.

Il libro, edito da Castelvecchi, si avvale della consulenza artistica di Barbara Martusciello, storico e critico d’arte.

Quando Gillo Dorfles lo conobbe negli anni Venti, Leo era un rampollo dell’alta società triestina.

“Era solo qualche anno più grande di meâ€, sottolinea il noto critico nell’introduzione del libro, e aggiunge come Leo amasse la letteratura: passione inevitabile per un dandy colto vissuto in quella Trieste mitteleuropea, crogiuolo di razze e di culture che si pregiava della presenza di Joyce, Svevo e Saba.

Realista, entusiasta, ambizioso ed idealista, il giovane dilettante triestino era convinto che Parigi sarebbe stato lo scenario grandioso della sua futura carriera.Nessuno poteva immaginare che quel vernissage à miniut era più un finissage che sapeva di addii, che sapeva di fine: la fine del dominio dell’arte europea, la fine di Parigi come centro dell’arte e l’inizio di una nuova era.

L’illusione durò solo poche settimane.La Francia non era più sicura e dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938 non lo era più neanche l’Italia. Altri eventi davvero poco artistici minacciavano l’Europa e lui, ebreo, molto presto fu costretto ad emigrare verso il Nuovo Mondo.

Arrivò in America nel 1941, insieme ad Ileana Sonnabend, sua moglie. Dietro un grande uomo, si dice, c’è sempre una grande donna. Fu proprio quella ragazzina, giovane ma sicura di sé e delle sue passioni, (che giovanissima preferì farsi regalare un Matisse come regalo di nozze, al posto di un anello..) a spingerlo verso il mondo dell’arte.

L’Europa era lontana ma Leo si ambientò molto presto, del resto New York accoglieva molti artisti che come lui avevano lasciato il Vecchio Continente: Duchamp, Breton, Ernst, Léger e Mondrian.

Gli anni Quaranta, come sottolinea Dorfles, segnarono una svolta radicale e Leo fu abbastanza pronto da riuscire a coglierla al volo: aveva capito prima di tanti altri che la capitale mondiale della pittura non era più Parigi ma New York. Entrò subito nel clima della Grande Mela e capì che in quell’ambiente c’era davvero tanto di nuovo da scoprire, così tante novità che iniziò a frequentare l’ambiente artistico newyorkese, da Peggy Guggenheim agli artisti come De Kooning e Pollock che presto divennero suoi amici.

Castelli volle comunque andare oltre, arrivare dove non era arrivato nessuno e proporre cose nuove, puntare sulla nuova generazione, voleva essere lui a “certificare ed esporre†quello che stava accadendo nell’arte dopo l’Action Painting e l’Espressionismo astratto.

Ammirava l’artista musicista John Cage e attraverso lui conobbe Rauschenberg, e Jasper Johns: nasceva la Pop Art e come sottolinea Calvin Tomkins "[..]per i critici conservatori stava accadendo qualcosa di assolutamente “orribileâ€; non era certo il “ritorno al figurativo†reclamato a gran voce come antitodo all’Espressionismo Astrattoâ€, ma gli stessi amici del gruppo Espressionista si sentivano traditi da Leo Castelli:"Date a Leo Castelli due lattine di birra vuote ed egli ve le venderà", affermò tra l’ironico e l’irritato De Kooning.

Nel 1962, convinto che l’arte doveva essere portata verso la gente, decise di allontanarsi dal concetto di galleria boutique, tempio inavvicinabile dell’arte. Si trasferì a Soho, in un quartiere per nulla chic, tra artisti squattrinati si, ma ricchi di talento e di energie creative. A New York così, bastava dire 420 e tutti capivano..Tutti sapevano che 420 West Broadway era l’indirizzo della galleria di Leo Castelli.

Nel 1964 la consacrazione in Europa: Robert Rauschenberg vinse alla Biennale di Venezia.Un suo artista aveva vinto, lui dall’America era riuscito lì dove nessun gallerista italiano del momento era riuscito ad arrivare e si parlò addirittura di imperialismo americano per la conquista della cultura..

Castelli continuò a portare avanti il suo lavoro di gallerista con intuizione e sensibilità e raccolse intorno a lui i nomi più importanti dell’arte del tempo: Jasper Johns, Claes Oldenburg, Andy Warhol , Robert Rauschenberg, James Rosenquist, Robert Barry, Dan Flavin, Joseph Kosuth.

Proprio dalle parole di Kosuth, artista concettuale della “scuderia†di Leo Castelli, abbiamo appreso durante la presentazione del libro di Alan Jones alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, come egli sia stato un indimenticato gallerista, sempre attento all’artista e alla sua opera, sempre cordiale e affabile.Amante dell’arte, mai semplice mercante d’arte.

"Non ho mai conosciuto critici migliori dei galleristi di talento-scrive Gillo Dorfles- forse perché non riesco ad ammettere che una persona qualsiasi si possa mettere a comprare e vendere delle opere d’arte se non ha sensibilità per farlo. Ma negli ultimi tempi mi capita spesso di pensare che sarebbe tutto molto diverso se i galleristi imparassero il vero segreto del mio amico Leo Castelli:l’amore per l’arte".

La nostra paura della contemporaneità ci inibisce e ci blocca, facendo un danno all’arte del nostro tempo. "Dobbiamo avere il coraggio di essere più contemporanei", ha affermato il ministro Rutelli durante la presentazione del libro.Castelli fu coraggioso, non ha mai provato questa paura. Per questo lo ricorderemo sempre.

LEO CASTELLI. L’italiano che inventò l’arte in America,di Alan Jones, Introduzione di Gillo Dorfles, Castelvecchi, pp. 427,€ 26.00.

Foto (c): Tony Vaccaro


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