1913: Canne al vento di Grazia Deledda
venerdì 4 aprile 2008 di Alessia Mentella
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Trecentocinquanta novelle, trentacinque romanzi, otto favole, trenta racconti e cinquanta poesie. E’ la sterminata produzione letteraria di Grazia Deledda, unica scrittrice italiana a ricevere, nel 1926, il premio Nobel per la letteratura.
Giunta soltanto alla quarta elementare, con una formazione letteraria approssimativa e da autodidatta, la precoce scrittrice sarda partì giovanissima, dal profondo della sua isola, alla scoperta e “alla ricerca del romanzoâ€.
La ricorrenza, nelle sue pagine narrative, di paesaggi e personaggi del folclore sardo, che potrebbe indurre a collocare la scrittrice nel filone della narrativa veristica di fine Ottocento, è in realtà per la Deledda un modo di esprimere il proprio lirismo inquieto.
Tutta la sua narrativa è pervasa di motivi biografici e il realismo, con cui vengono descritti gli aspri e selvaggi paesaggi della sua Sardegna, ne è una prova, paesaggi che sono però, contemporaneamente, trasfigurati e mitizzati. Personaggi e paesaggi sono infatti trasformati in protagonisti di un mondo mitico e primordiale, e le ragioni sociali ed economiche lasciano il posto a una indagine su creature chiuse e pervase da un oscuro misticismo, da un moralismo superstizioso.
Scrive di lei lo scrittore siciliano Luigi Capuana: “I suoi personaggi non possono essere confusi con personaggi di altre regioni; i suoi paesaggi non sono vuote generalità decorative. Il lettore, chiuso il libro, conserva vivo il ricordo di quelle figure caratteristiche, di quei paesaggi grandiosi; e le impressioni sono così forti che sembrano quasi immediate, e non di seconda mano e divengono percepibili come attraverso un’opera d’arteâ€.
In gran parte dei suoi migliori romanzi, quasi tutti compresi nel decennio 1910-20, i protagonisti vivono in una società in cui albergano leggi morali immutabili e secolari che frenano ogni desiderio di libertà e di evasione. L’amore è una via d’uscita da questo mondo primordiale ma più spesso invece rappresenta morte e dolore, mentre l’eros e la passione, quando non rientrano nelle leggi stabilite, sono sempre sopraffatti dal senso religioso del peccato che trasforma questi sentimenti in “delittiâ€.
In genere la struttura dei romanzi, su cui la Deledda organizza e costruisce le sue storie, non varia: all’origine della vicenda si trovano sempre una fuga, una violenta passione, un trauma che sconvolge l’ordine familiare, un segreto da custodire gelosamente.
In Canne al vento, il segreto da custodire e da non tradire è quello di Efix, l’ormai anziano servo della nobile, ma decaduta, famiglia Pintor, dominata, molti anni prima, dal patriarca don Zame, ucciso per sbaglio dallo stesso servo che volle proteggere la fuga della più giovane delle figlie Pintor, Lia. Per espiare la sua colpa, Efix rimarrà per vent’anni devotamente a guardia delle tre sorelle Pintor, le dame Esther, Ruth e Noemi, ormai sole.
Ambientato nella Sardegna arcaica dell’Ottocento e considerato il capolavoro indiscusso di Grazia Deledda, Canne al vento fu pubblicato nel 1913 nell’ Illustrazione italiana e poi edito nello stesso anno in volume dalla casa editrice Treves di Milano.
Il romanzo, basato su un intreccio narrativo articolato che vede protagonista il fedele servo Efix, ha come tema principale il destino, la sorte che incombe sull’uomo e sulla sua fragilità . “Siamo proprio come canne al vento. Siamo canne, e la sorte è il ventoâ€.
E’ la frase che Esther pronuncia durante il dialogo con Efix e che rappresenta il significato vero e profondo del libro: la Deledda racconta una storia che è un insieme di tradizioni e di umanità in cui uomini e donne sono portati via dal vento, dalla sorte.
In Canne al vento, che rappresenta il punto massimo della sua produzione letteraria, la Deledda riesce dunque a unire insieme i miti e le leggende della sua terra con il realismo della vicenda.
Questa scrittrice, che con la sua passione e potenza letteraria ha raggiunto un premio unico e prestigioso come il Nobel, in romanzi come questo, è arrivata a descrivere e a osservare con lucidità e chiarezza drammi che appartengono al genere umano, che deve fare i conti sempre con la sua solitudine e con la sua incapacità di comunicare.
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Alessia Mentella
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