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Premio Strega 2008: La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano

martedì 12 agosto 2008 di Alessia Mentella


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Il prestigioso premio letterario Strega, è stato assegnato quest’anno all’esordiente Paolo Giordano, che ha trionfato in concorso con La solitudine dei numeri primi, edito da Mondadori. Classe 1982, torinese, dottore in fisica teorica, il giovane Giordano con il suo romanzo ha scalzato nomi illustri della letteratura italiana come Ermanno Rea, in gara con Napoli ferrovia (Rizzoli) e Lidia Ravera, storica autrice del libro cult di una generazione, Porci con le ali, quest’anno in gara con Le seduzioni dell’inverno (Nottetempo). La vittoria di Giordano nasce davvero sotto i migliori auspici visto che prima di lui solo due giovani esordienti, che avrebbero segnato la storia della migliore letteratura del Novecento italiano, riuscirono nell’impresa: Ennio Flaiano nel 1947 e Raffaele La Capria nel 1961.

Le sofferenze e le pene violente dell’infanzia lasciano spesso impronte dolorose e incancellabili che limitano e condizionano l’esistenza di ciascuno di noi in ogni suo aspetto, in particolar modo nei rapporti con gli altri e con il mondo. E’ ciò che accade anche ad Alice e Mattia, i due protagonisti del romanzo d’esordio del giovane fisico torinese Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, vincitore, quest’anno, del prestigioso premio letterario Strega.

Già le prime pagine del romanzo infatti, regalano ai due imperfetti e marginali protagonisti un destino di dolore, quel dolore e quella sofferenza che porteranno dentro di loro per tutta la vita, da adolescenti prima e da adulti poi. Alice e Mattia sono soltanto due bambini di sette anni che hanno però già visto la loro vita trasformata da due tragedie che, con le loro conseguenze irreversibili, li segnerà fisicamente e psicologicamente.

Le loro strade e le loro solitudini ben presto si incroceranno lungo gli affollati e rumorosi corridoi di un liceo: lei ragazza anoressica, zoppa e sovrastata dalla figura del padre; lui solitario e autolesionista genio della matematica che sopporta il peso di un segreto terribile.

Due storie difficili quelle di Alice e di Mattia, due mondi chiusi in se stessi che non comunicano, all’universo che li circonda, i pensieri e i sentimenti che turbano e affollano le loro anime. In famiglia, a scuola, al lavoro, tra gli amici i due protagonisti sono consapevoli di essere diversi dagli altri ed è questa consapevolezza che alza, ancora di più, i muri del loro isolamento. Ciò che accomuna Alice e Mattia è proprio questa introversione, il senso profondo di sentirsi inadeguati, l’essere soli ed emarginati. La corazza che ognuno di loro, per motivi e cause diverse, si è costruita per difendersi dal mondo è in realtà la stessa.

Queste due vite parallele sono straordinariamente ed emotivamente simili: i due tragici episodi infantili hanno in qualche modo cristallizzato, immobilizzato i loro sentimenti e le loro emozioni ed hanno impedito ai due di aprirsi agli altri e al mondo.

E’ per questo che ad un certo punto delle loro esistenze Alice e Mattia, si riconosceranno e si scopriranno, nelle loro reciproche solitudini, strettamente uniti eppure invincibilmente divisi, così incompleti eppure compiuti l’uno nell’altra, proprio come quei numeri speciali che i matematici chiamano primi gemelli, due numeri primi separati da un solo numero pari, vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero.

E con lucidità e profondità, attraverso parole commoventi ma a volte molto crude, Paolo Giordano paragona la solitudine dei due protagonisti alla solitudine di questi numeri così speciali, strani e solitari che vengono richiamati in modo geniale anche nel titolo stesso del libro. La prima cosa che infatti colpisce chi affronta la lettura di questo romanzo è proprio il titolo che in un primo momento può sembrare anche senza senso ma che invece è appropriato, affascinante e trova una spiegazione nel corso della narrazione.

”I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. […] Tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. […] Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto”.

Un epilogo amaro quello della Solitudine dei numeri primi, ma in realtà l’unico finale possibile. Un lieto fine non sarebbe certo stato appropriato. Del resto Alice e Mattia sono così, due persone speciali che percorrono la stessa strada, vicini ma mai abbastanza per potersi toccare. Un finale che riconferma la strana teoria dei primi gemelli.


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