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Veronese: se manca la restituzione, l’originalità è nella ri-produzione

giovedì 4 ottobre 2007 di Francesca Mentella


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Nel refettorio di San Giorgio Maggiore a Venezia, Adam Lowe realizza una versione delle Nozze di Cana del Veronese, identica all’originale, e si apre il dibattito: si confrontano Sgarbi, Bertelli, Settis…

Quando non è possibile ottenere la restituzione di opere d’arte italiane dai musei stranieri, allora subentra la tecnologia e la ri-produzione. E’ quello che è accaduto con Le nozze di Cana, il capolavoro di Paolo Caliari detto il Veronese. La grande opera era stata realizzata tra il 1562 e il 1563, commissionata per la parete di fondo del Refettorio benedettino del complesso architettonico progettato da Andrea Palladio. Fu poi sottratta all’Italia da Napoleone: smontata l’11 settembre del 1797, tagliata in diversi pezzi, portata a Parigi come bottino di guerra e collocata al Museo del Louvre dove è tutt’oggi conservata.

La grande fatica del Veronese consta di un telero enorme, bellissimo e oggi un po’ snobbato dai visitatori del museo parigino poiché troneggia maestoso nella stessa sala di un altro "pezzo" magistrale della storia dell’arte: la Gioconda.

In ogni caso, dopo 210 anni di assenza, Le Nozze di Cana "sono tornate" nella loro sede originaria: il Cenacolo Palladiano dell’isola di San Giorgio Maggiore, a Venezia. In che modo?..Questo "prodigio" è stato reso possibile grazie alla creatività e al talento dell’artista digitale Adam Lowe. Su commissione della Fondazione Cini, l’artista britannico, ha riprodotto perfettamente l’opera d’arte in scala 1:1. Lowe ha scattato 2.700 immagini al quadro e ha riprodotto nel laboratorio di Factum Arte a Madrid, l’intera superficie del telero (70 metri quadrati!). E’ stata elaborata una mappa digitale, per poi riprodurre l’immagine con un particolare scanner; è stata poi fissata su una tela di lino con sopra colla animale e gesso, come fece il Veronese; i ritocchi sono stati apportati a mano. Risultato: una copia perfettamente identica, indistinguibile dall’originale, ricollocata sulla parete del refettorio.

Questa iniziativa ha come obiettivo primario quello di ristabilire l’equilibrio estetico originario, realizzato in concordia progettuale da Andrea Palladio e Paolo Veronese. L’operazione risulta efficace poiché l’opera, benché non autentica, torna nuovamente e pienamente comprensibile se ricollocata nel contesto per la quale era stata realizzata.

Inevitabilmente, si è aperto il dibattito. Salvatore Settis -storico dell’arte e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa- ben disposto verso l’iniziativa, ha parlato di un quadro inserito nel contesto e indistinguibile dall’originale. A tal proposito si sono pronunciati anche altri esperti del settore, tra questi Carlo Bertelli che ha espresso il suo favore all’operazione dal momento che non è possibile ottenere la restituzione dal museo del Louvre. Di diverso parere invece Vittorio Sgarbi, che si è manifestato più cauto: "Una forma d’arte opinabile, ma senz’altro, dal punto di vista tecnico, dalla suggestione innegabile per quella capacità di ricreare un rapporto stretto con l’architettura, alla quale il Veronese aveva pensato realizzando l’opera per il refettorio palladiano ". L’originale - ha aggiunto Sgarbi – "era in rapporto all’architettura del convento e in questo senso l’opera di Lowe restituisce qualcosa, completa e integra, ma l’arte non c’entra niente. Si tratta piuttosto di una ricostruzione scenografica, più intellettuale che artistica, gradevole per il colpo d’occhio. Insomma, un risarcimento visivo".

Opinabile o meno, questa riproduzione restituisce comunque qualcosa. La pienezza di significato di un’opera d’arte, è noto, è legata inevitabilmente a tutto il sistema di relazioni e rapporti che la unisce al contesto per cui è stata progettata e in questo caso si è cercato di perseguire proprio questo obiettivo. Il museo conserva ed è strumento prezioso di educazione per il pubblico ma è anche, si badi bene, un contesto artificiale in cui le opere perdono il loro legame con il contesto d’origine. In questo senso, evitando di perdere di vista la fondamentale differenza che intercorre tra l’originale -sempre insostituibile- e la copia, possiamo gioire di questa fruttuosa collaborazione tra arte e tecnica digitale che ha restituito al refettorio veneziano la memoria di Veronese e di Palladio. Link: http://www.factum-arte.com/eng/default.asp


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