Quale dio riempia di gioia…
lunedì 15 dicembre 2008 di Carlo Forin
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Mi pongo la domanda davanti al pensiero di Virgilio e a quello di Apuleio per apprezzare la gioia letteraria piena che è stata mascherata dal loro metalinguaggio.
Tanto sono stati bravi che in 2000 anni sono stati capiti solo a metà da chi pur si diletta coi loro scritti e da legioni di Accademici che su di loro hanno ponzato le loro tesi.
E’ riposta rispettivamente in Saturno per il poeta e sacerdote etrusco, campione di latino ed in Iside per il favolista gnostico.
Mi domando: una loro gioia così grande non si spiega con l’unico Dio che comunica con l’uomo fin da quando fece il mondo? Qui entreremmo nello studio della fede, che era fide, in dingua HI DE gioia di Dio, in sumero, e nei labirinti delle fedi panteistiche che credo indagherò a lungo, diu.
Gioia che mi si è rinnovata alla lettura del numero dei 2.808 lettori fino ad oggi, 12 dicembre 2008 alle ore 2,40 entrati su Amore e Psiche esposto dal 25 ottobre 2007, e dei 1342 che hanno cliccato su Metalinguaggio.
Provano che l’amore per le lettere non è morto, qui in piazza.
Gli accessi numerati ai miei capitoli di Lingua fu dingua nella rubrica libri, dove ne registro 104 al I capitolo del 29.11, 79 al II del 3,12, 57 del 9.12 sono stimoli ad allargare ulteriormente il giro e a chiedere ad ognuno un bit di riscontro via mail: carlo.forin1@virgilio.it .
So di non essere un granchè come letterato, e ringrazio tutti questi lettori; io non sono pari alla gioia che mi danno: a me piace scavare dentro alle parole piuttosto che giocarci come amano fare artisticamente i letterati.
Ringrazio Agorà perché mi consente di dichiarare apertis verbis coram populum che sono contento.
Lo scavo mi ha portato alla luce (oggi è santa Lucia) l’impegno di Apuleio all’inizio delle Metamorfosi ‘Lector intende: laetaberis tr.: Lettore, leggi bene dentro e capisci chè ti riempirai di gioia’ è la gioia, il filo che lega con ‘gaudens obibam’ della chiusa me ne andavo pieno di gioia. E non è quella felicità tenue tradotta dal latinista Claudio Annaratone (‘con animo lieto’) ma una più profonda, che credo uguale a quella del genio letterario di Virgilio, l’incipit delle Georgiche:
Quale dio riempia di gioia i seminativi
Quid faciat laetas segetes
che Luca Canali (ed. Bur) ha tradotto miseramente con
Che cosa fecondi le messi
La gioia mi fa dire Che ognuno soffre la sua ombra, come ha titolato brillantemente un suo scherzo letterario Canali dove rappresenta Virgilio come vagamente agnostico, a prova della propria ideologia letteraria cieca; non mi trattiene da riprendere questo latinista, disorientato sui nomi degli Dèi al punto di confondere la fine (messi) con l’inizio del lavoro agricolo (seme).
Eppure seges è, come scrivono Ernout e Meillet
terre préparée et prete à recevoir la semence ou déja ensemencée, cioè tr.:
terra preparata e pronta a ricevere il seme o già seminata.
SAG US, ‘inizio fine’ –nome sumero di Saturno (SGS)- era ben conosciuto dal genio, che mette la parola ombre nella chiusa dell’Eneide
‘vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras’ tr.: e la vita con un gemito fugge sdegnosa tra le ombre
opposte al sole all’inizio mascherato dalle armi
Arma virumque cano
Canto religiosamente (tr. di cano per Ernout e Meillet) MA AR la madre del Sole (Giunone).
Va bene-, direte, -e siano queste tue stramberie-.
Ma quid non è ‘che cosa?’. Lo sa anche un pollo!
Certo, ed il sacerdote etrusco (Maru) sapeva di aver dei polli davanti.
Sapeva anche, da etrusco, che QU DI è ‘quale dio’, scritto probabilmente ID QU. IS QU era il destino, in sumero, che si leggeva QU IS.
Sapeva che il principe etrusco Mecenate –tu pranzi col ME- al quale si rivolgeva avrebbe protetto lui, suo sacerdote, Melìbeo –io assaggio-.
Sapeva anche che la sua protezione aveva dei limiti e quindi ha costruito questo velo con cura estrema; scriveva un’opera da dare al legionario a fine carriera: le ‘istruzioni per l’uso’ consegnate con la terra, parte della sua liquidazione.
Se il legionario avesse letto ‘Quale dio’ nelle prime parole avrebbe cercato la risposta chiara, perché –chi domanda guida-. Ed avrebbe cercato bene, fino a trovare l’empietà, non vista in 2000 anni: Saturno!
Che cosa avrebbe fatto il legionario? Debellare superbos! Sbaragliato i superbi!
E Virgilio avrebbe avuta spenta la sua vita.
Il genio ha scansato la questione dando inizio con –quid, che cosa- tenue e blando.
Quale dio riempia di gioia- i seminativi, il suo sacerdote e me, un laico 2000 anni dopo, mi rimarrà in mente ‘a lungo’, diu.
Spero che anche la men-te del lettore osservi il TE MEN, la pietra angolare del tempio scritta così in sumero, e consenta almeno che questa reciprocità sillabica è piuttosto curiosa in una civiltà ‘aliena’.
Non riempie di gioia anche un Romano odierno un genio tanto strepitoso, visto la straordinaria disponibilità alla gioia dei Romani?
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Carlo Forin
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