Canzone muta per Beuys
sabato 20 ottobre 2007 di Fabio Sargentini
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Come e quando nascano le idee è un mistero insondabile, si sa. L’altra sera ero quasi alla fine della mia quotidiana camminata cittadina a passo svelto. Dopo aver percorso via Monserrato, tornato indietro sul Lungotevere, svoltato a via dei Pettinari, mi trovavo ormai a metà di via dei Chiavari. Ho visto un capannello di persone davanti alla galleria di Pio Monti per un’inaugurazione. Pio, che non è proprio un nanerottolo, mi ha sbarrato letteralmente la strada. Mi ha fatto vedere la mostra e poi, mentre riprendevo il mio passo, mi ha inseguito per una decina di metri continuando a ripetermi: quando fai una cosa da me, me l’hai promesso da tempo, e dài, fai una cosa da me. Gli ho risposto poco convinto: se mi viene un’idea. Non è facile, pensavo, con quel pianoforte a coda che Pio si ostina a tenere stabile al centro del suo spazio.
E invece, prima di addormentarmi, ho collegato dei fili e nella mente si è verificato un corto circuito. Mi sono ricordato all’improvviso di una foto con Beuys passatami sotto gli occhi il giorno prima per una ricerca d’archivio. La foto mi vede con lui a Berna nel febbraio 1969, mentre allestiva il suo lavoro nella mostra di Harald Szeeman, “When attitudes become form”, che riuniva la crema mondiale degli artisti di punta del tempo. Beuys, che incontravo per la prima volta, era carismatico, d’una fisicità impressionante: il teschio che si indovinava sotto la pelle tirata del volto, il cappello di feltro eternamente in testa, il gilet pieno di anelli e taschini con la zip. Ma dalla fotografia non appaio in soggezione davanti a lui. Sono carico: ho appena aperto uno spazio espositivo rivoluzionario, il garage di via Beccaria con i cavalli vivi di Kounellis. Dalla foto dei cavalli, riprodotta nel catalogo di Berna, tutto il mondo dell’arte è venuto a sapere di questo nuovo spazio che libera possibilità espressive impensabili fino ad allora. Anche Beuys lo sa. Lo avrei portato a Roma a esporre al garage, con la collaborazione di Lucio Amelio, qualche anno più tardi. Beuys, Beuys… . Cercavo di scavare ancora nella memoria guardando la fotografia. Ma non aveva anche lui realizzato un lavoro con il pianoforte?
La notte porta consiglio. La mattina dopo ho telefonato a Monti che accettavo l’invito. Lui ha voluto subito sapere se avrei utilizzato il pianoforte. Certo, gli ho risposto sibillino, il lavoro si intitola: “Canzone muta per Beuys”.
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