Templari sulla regola antica e sulla sua applicazione attuale
mercoledì 25 marzo 2009 di Gabriella Fogli
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La “Regula Templi” primitiva era quella latina e consisteva di 72 articoli dettati da Bernardo di Chiaravalle. Detta Regola con il tempo si arricchì dei cosiddetti “Retratti”, in quanto non era composta da un corpo unico ed omogeneo di precetti, ma si arricchì man mano di aggiunte, aggiornamenti, integrazioni nel corso di quasi centocinquant’anni, divenendo una vera e propria architettura giuridica del primo Ordine Monastico Militare per eccellenza. La Regola era viva, pulsante, ed i successivi adattamenti non sono da interpretare come segno di corruzione interna, ma come precisazioni ed integrazioni che tendevano a rafforzare il testo primitivo provando così che l’Ordine mai si discostò dall’ideale originario perché era, ed è, la Regola Latina la base della vita dell’Ordine.
Ma in questo scritto vorremmo analizzare la prima delle 72 regole e che inizia con le parole:
“Voi che rinunciate alla propria volontà…”
Se soltanto le meditiamo un momento ci appaiono in tutta la loro immensa portata. “Voi che rinunciate alla propria volontà”…in questa brevissima frase è racchiuso tutto il cammino interiore in tutta la sua drammatica sofferenza, in tutta la sua potenza, in tutta la sua pienezza, in tutta la sua grandezza. Si potrebbero dedicare ore ed ore di dibattito analitico, psicologico, teologico, esegetico ecc. ecc., ma sarebbero sterili ed inutili discorsi che a nulla porterebbero se non ad accrescere l’orgoglio e la vanità.
Rinunciare alla propria volontà significa praticare l’Obbedienza e l’Umiltà.
San Benedetto dice: " Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno, in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell’obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l’ignavia della disobbedienza….Il segno più evidente dell’umiltà è la prontezza nell’obbedienza. Questa è caratteristica dei monaci che non hanno niente più caro di Cristo...Ma questa obbedienza sarà accetta a Dio e gradevole agli uomini, se il comando ricevuto verrà eseguito senza esitazione, lentezza o tiepidezza e tantomeno con mormorazioni o proteste, perché l’obbedienza che si presta agli uomini è resa a Dio, come ha detto lui stesso: "Chi ascolta voi, ascolta me". E ancora: "Anche se a un monaco viene imposta un’obbedienza molto gravosa, o addirittura impossibile a eseguirsi, il comando del superiore dev’essere accolto da lui con assoluta sottomissione e soprannaturale obbedienza... e obbedisca per amore di Dio, confidando nel Suo aiuto."Questo scrive San Benedetto nella Sua Regola, Regola che verrà ripresa da Bernardo e, se possibile, resa ancora più “dura” per i Cavalieri di Cristo.
L’umiltà viene divisa in gradi nell’ordine della salita.
I primi due gradi devono essere ascesi prima di entrare nell’Ordine, dal terzo in poi occorre sottomettersi ad un superiore. Essi sono.
* XII Manifestare sempre umiltà di cuore e di corpo, con gli occhi fissi a terra. * XI Dica il monaco poche e assennate parole, mai con voce alta. * X Non sia facile né pronto al riso. * IX Tacere se non si è interrogati. * VIII Rispettare ciò che richiede la regola comune del monastero. * VII Considerarsi e dichiararsi inferiore a tutti. * VI Riconoscersi e credersi inutile a tutto e indegno a tutto. * V Confessare i peccati. * IV Per l’obbedienza, abbracciare pazientemente le difficoltà e le traversie. * III Sottomettersi agli anziani in piena obbedienza. * II Non amare la propria volontà. * I Guardarsi dal peccato in ogni momento per timore di Dio.
Contrapposti ai gradi dell’Umiltà vi sono i gradi della Superbia che vengono descritti in ordine discendente:
* I La curiosità, per cui -con gli occhi e con gli altri sensi- ci si occupa di cose che non ci riguardano * II La leggerezza d’animo che si nota quando si proferiscono indifferentemente parole liete o tristi. * III L’allegria inopportuna, che si manifesta nella facilità al riso. * IV La millanteria che traspare dall’eccessiva loquacità. * V La singolarità:gloriarsi nell’ostentare i propri affari privati. * VI L’arroganza:credersi più santo di tutti. * VII La presunzione: intromettersi in ogni cosa. * VIII Difesa dei peccati. * IX Confessione simulata, che viene resa palese dalle dure e severe ingiunzioni. * X Ribellione contro il superiore e i fratelli. * XI Libertà di peccare. * XII Abitudine al peccato.
Nei primi sei gradi della superbia si manifesta il disprezzo verso i fratelli, nei successivi quattro il disprezzo verso il superiore e negli ultimi due il disprezzo verso Dio.
Bernardo affronta più volte, sia in pubblico che negli scritti, il tema dell’Obbedienza e dell’Umiltà. Goffredo de la Roche-Vanneau, che era cugino di Bernardo, uno dei Suoi primi compagni a Chiaravalle e primo abate di Fontenay nel 1118 e successivamente Priore proprio a Chiaravalle nel 1126, memore dei discorsi che Bernardo teneva ai suoi compagni proprio a Chiaravalle, lo prega di trascriverli e commentarli, cioè di trascrivere e commentare il Capitolo VII della Regola di San Benedetto, quello relativo all’Umiltà. Bernardo accetta, ma entra in un travaglio interiore. Vuole, desidera soddisfare la richiesta del cugino, ma al tempo stesso è indeciso e scrive:
“Mi hai pregato, fratello Goffredo, di esporti, in un trattato più esauriente, quelle cose che avevo detto pubblicamente davanti ai fratelli sui gradi dell’Umiltà. Ma volendo soddisfare degnamente questa dua domanda – com’era giusto – e temendo di non riuscire, memore del consiglio del Vangelo (Luca 14,28-Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?”), non ho osato cominciare, ti confesso, se non dopo essermi seduto e aver valutato se le mie forze fossero idonee a condurre a termine l’impegno. Quando la carità aveva cacciato questo timore di vedermi deriso se non avessi completato l’opera, è subentrato un altro timore del tutto contrario, per cui ho cominciato a temere più il pericolo che sarebbe potuto provenire dal successo se l’avessi condotta a termine, che quello di una derisione se non vi fossi riuscito. Posto, così, come al bivio tra il timore e la carità, ho esitato a lungo su quale delle due strade dovessi imboccare con sicurezza. Da una parte temevo di non esser io stesso trovato umile, pur parlando utilmente dell’umiltà, e dall’altra di esser inutile tacendo per umiltà.
Considerando che né l’una né l’altra delle due strade era sicura, ed essendo pertanto obbligato a sceglierne una, ho preferito confidare a te il frutto, se ve n’è uno, dei miei discorsi, piuttosto che rifugiarmi da solo nel porto sicuro del silenzio. Avendo fiducia che, se per caso potrò dire qualcosa che tu riterrai utile, per l’aiuto delle tue preghiere non monterò in superbia; e che poi – cosa che ritengo più probabile – non scriverò niente che sia degno della tua attenzione, non avrò niente di che insuperbire.”
In questa Sua lettera Bernardo ci dà la traccia, l’esempio, almeno noi lo interpretiamo così: non è solo l’azione, in questo caso lo scrivere o non lo scrivere- ma è il movente che determina l’azione, il non attaccarsi alle proprie parole, ai risultati. Si pondera, si agisce e si lascia andare. I gradi dell’umiltà non ci sono stati dati per contarli, ma per salirli.
Matteo 11,25-30 scrive: “In quel tempo Gesù disse: Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelati ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a Te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me , voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me., che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.
Bernardo chiede al Signore di indicarci la fatica della strada, la ricompensa della fatica: Io sono, Egli dice, La Via, La Verità e La Vita. Egli chiama via l’Umiltà che conduce alla verità: la prima è la fatica, l’altra è il frutto della fatica. I piccoli sono gli umili, ed è a loro viene rivelato ciò che è nascosto ai superbi, ai sapienti, ai prudenti. Gesù accoglie nelle Sue braccia tutti gli affaticati e gli oppressi, ci dice “Venite a me”. Venite, sì, ma dove? A Me, la verità. Per quale via? Per la via dell’Umiltà e dell’Obbedienza. E quale sarà la ricompensa? Io vi ristorerò. Ma quale ristoro promette la Verità a coloro che salgono verso di Lei? La carità, cibo dolce e soave che solleva gli stanchi, dà forza ai deboli, allieta i tristi e infine rende soave il giogo della Verità e leggero il suo peso. La carità è il buon cibo al centro del banchetto di Salomone che ristora gli affamati. In questo banchetto vengono serviti ai convitati la pace, la sapienza, la pazienza, la benignità, la longanimità, la gioia nello Spirito Santo. Anche l’Umiltà ha in questo banchetto i suoi cibi particolari e cioè il pane del dolore e il vino della compunzione.
La più grande prova di obbedienza l’ha data il Cristo: dai patimenti sofferti conobbe a prova l’ubbidienza. La croce, gli insulti, gli sputi, le percosse li patì per noi. Paolo dice che Cristo si è fatto ubbidiente al Padre fino alla morte e Pietro amplia il discorso dicendo: Cristo ha sofferto per noi, per lasciare un esempio a Voi, affinchè seguiate le Sue orme.
E dunque noi, poveri Cavalieri di Cristo, noi, semplici uomini impariamo a sopportare per l’ubbidienza se, per essa, colui che era Dio non ha esitato a morire. Il Verbo si è fatto Carne, Carne della carne di Abramo, si è fatto umano e ci ha insegnato la via: Io sono la Via, la Verità, la Vita.
Quando entrava nell’Ordine il Cavaliere rinunciava a tutto, anche alla propria volontà perché seguiva la volontà di Cristo, seguiva la strada che Lui gli aveva indicata. E oggi, come allora, la Via è sempre quella perché se un principio è giusto non muta né coi tempi, né con le mode.
Nel capitolo LVIII “Le obbedienze impossibili” Benedetto scrive: “Anche se a un monaco viene imposta un’obbedienza molto gravosa, o addirittura impossibile ad eseguirsi, il comando del superiore dev’essere accolto da lui con assoluta sottomissione e soprannaturale obbedienza…e obbedisca per amore di Dio, confidando nel Suo aiuto”.
Quanto ci riesce inconcepibile questo comando a noi, uomini e donne del nuovo millennio! Noi, che siamo tutto un tripudio al nostro ego, che siamo pieni di orgoglio e vanagloria, che ci crediamo “liberi”, che siamo convinti di decidere della nostra vita quando invece re-agiamo come automi alla pubblicità, ai mass-media, agli imput ed ai dictat delle mode, dei giornali, che viviamo onorando dei-totem ed uno lo adoriamo tutti nel salotto di casa.
Ma il Cristo si fece misero, Lui che misero non era, si fece obbediente alla volontà del Padre al punto da sacrificare la Sua Vita e questo ci dovrebbe far riflettere. Se desideriamo veramente conoscere la verità in noi stessi è necessario che, dopo aver tolto la trave della superbia dal nostro occhio che lo priva della Luce Divina, ci disponiamo, nel tabernacolo del nostro cuore, a percorrere i gradi dell’Umiltà fino a giungere al primo grado della Verità, per trovare la Verità in noi stessi, o meglio, trovare noi stessi nella Verità.
La superbia e l’orgoglio li possiamo estirpare tramite l’obbedienza e l’umiltà sinceri e il segno più evidente della vera Umiltà è la prontezza nell’obbedienza. Caterina da Siena diceva che “l’obbedienza è virtù che è frutto e corona dell’umiltà, la nutrice che l’alimenta; perché obbedisce solo chi è umile e non si potrebbe esser umili senza obbedire. L’umiltà ha per compagna inseparabile l’obbedienza; questa da lei procede, e morrebbe senza la nutrice che le dà vita; non può durare in un’anima senza l’umiltà (S. Caterina da Siena, Dialogo, t. 2).
“Voi che rinunciate alla vostra volontà….” Così inizia la Regola ed oggi, come allora, un Cavaliere Templare a questo è tenuto, alla rinunzia di sé stesso, dei propri egoismi, della propria superbia, della propria vanità, deve spogliarsi di tutto ciò che è inutile e lo allontana dalla Via che ha tracciato il Cristo.
Se osserviamo come sono stati disposti i gradi dell’Umiltà e quelli della Superbia, li vedremo disposti come la scala di Giacobbe. I primi salgono. I secondi scendono. Non vi sono due vie, in realtà la Via è una sola. Sta a noi decidere in quale senso vogliamo percorrerLa.
*Ricercatrice da quasi quarant’anni, ha dedicato la propria vita allo studio ed alla ricerca della Verità, qualunque essa sia e comunque sia, indipendentemente da ciò che vorremmo.
Indagatrice del mistero, delle antiche civiltà, della storia dell’Umanità.
La Storia la scrivono i vincitori. Per appurare la Verità occorre cercare ove nulla appare.
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Gabriella Fogli
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