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Governo: Prodi mostra i denti e sopravvive al Senato

L’Unione sconfitta sette volte al Senato. Approvato il decreto fiscale per 3 voti.

venerdì 26 ottobre 2007 di Paolo Dimalio


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Giornata di passione ieri al Senato. Per sette volte l’Unione va al tappeto e per sette volte si rialza. Come un pugile suonato che incassa ma non crolla, Prodi tiene duro e vince ai punti. Alla fine, il decreto fiscale passa per 3 voti: 158 a 155 per l’Unione.

Per approvare il decreto fiscale c’è voluta una fatica di Sisifo. Una maratona parlamentare di 12 ore, con i senatori inchiodati ai loro scranni fino all’una di notte.

Nel circo Barnum di Palazzo Madama è accaduto di tutto. Il governo è andato sotto 7 volte. Il primo scivolone è sulla società “Ponte sullo stretto spa†cara a Cuffaro: il governo ne chiedeva la liquidazione, ma grazie ai voti della truppa dipietrista la spunta l’opposizione e l’azienda non si tocca. Cuffaro ringrazia pubblicamente l’ex Pm: “Il sogno del ponte sullo stretto resta in vita, bravo Di Pietroâ€.

Poi la maggioranza inciampa sull’abolizione delle scuole di pubblica amministrazione, sull’assunzione di nuovi dirigente alla Giustizia, sul digital e sul credito sportivo. Il walzer degli scivoloni prosegue con l’approvazione di una mozione leghista sull’Ordine Mauriziano e con l’accordo sulla moratoria per la privatizzazione dell’acqua, bandiera della sinistra radicale.

Crivellato dai colpi dei franchi tiratori unionisti, il governo barcolla ma resta in piedi. C’è voluto l’ultimatum di Prodi per mettere in riga i “cani sciolti†della coalizione: “Esigo il rispetto dei pattiâ€, tuona Prodi. Che aggiunge: “E’ il momento che tutte le forze politiche della maggioranza dicano chiaramente se intendono continuare e sostenere il governo o se vogliono invece far prevalere gli interessi di parte su quelli del Paeseâ€.

Prodi mostra i denti, mentre i partitini tirano dritto. Di Pietro prosegue la sua faida personale con Mastella. Fa l’integerrimo, ma intanto riscuote i consensi di Cuffaro, il governatore indagato per favoreggiamento con Cosa nostra. Fernando Rossi e Franco Turigliatto, comunisti “duri e puriâ€, restano a briglia sciolta come gli ulivisti dissidenti Bordon e Manzione. Poi c’è la grana dei fuorisciti del PD, diessini e “margheriti†che non sono entrati nel tempio ventroniano: Lamberto Dini, Domenico Fisichella, Roberto Barbieri e Accursio Montalbano. Qualcuno potrebbe cedere alle sirene del Cavaliere, in piena campagna acquisti al Senato.

La mina vagante però è Dini. Non ha aderito al Partito democratico e ora rivendica mani libere. Voterà con la maggioranza solo se lo riterrà opportuno, senza ordini di scuderia. Ieri, al senato, Dini ha preso di petto Tiziano Treu: “Volevate pensionarmi, invece sarò io a mandarvi in pensioneâ€. Alla vigilia del confronto sul welfare, non un buon segnale per Prodi.


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