Miami: tra Ocean Drive e contrasti sociali
sabato 5 dicembre 2009 di Nunzia Auletta
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- Miami - downtown
Miami forse é la cittá meno americana degli Stati Uniti. Non bisogna farsi ingannare dall’architettura dello skyline di Brickell Avenue. Grattacieli vertiginosi e condomini di ultralusso che segnano il panorama ad una prima vista aerea, mentre ci si avvicina all’aeroporto.
L’americanitá della cittá sfuma appena si esce dall’aeroporto al primo tassista cubano, russo o brasiliano che si incontra, una babele di lingue, dove lo spagnolo ha comunque il sopravvento.
Lo spagnolo con accento cubano del signore distinto in "guayabera", col Rolex al polso a testimoniare il benessere raggiunto da quest’altra parte di quella striscia di mare che separa il capitalismo dalla "revolución".

- bayfront
Lo spagnolo con accento "gringo" del poliziotto discendente di equatoriani, che ha deciso di farci da guardia del corpo nel nostro giro in una downtown all’imbrunire, priva di attivitá di affari, con gli uffici chiusi e le saracinesche serrate fin troppo presto. Dopo le 5, il treno sopraelevato (totalmente gratuito) che circola tra i grattacieli delle grandi multinazionali, con scorci mozzafiato di cristalli e mare, diventa rifugio di homeless. Anime perse, abbandonate dal sogno americano.

- Monorotaia di Miami - downtown
Come la vecchia signora afroamericana che gira da sola in carrozzella, e si lamenta del governo (giá quello del afroamericano Obama) che non vede l’emarginazione e “non fa niente per noi povera gente”. Ci racconta di una malattia cronica che la costringe sulla sedia a rotelle e che non puó essere curata in assenza di un’adeguata assicurazione medica. Ci chiede qualche dollaro per poter comprare del pollo fritto, unico pasto caldo della giornata. Facciamo l’elemosina con imbarazzo, colpevoli della leggerezza dei turisti che salutano in fretta e scendono dal trenino, per dimenticare questa parte invisibile di Miami e prendere al volo il primo tassí per South Beach.

- daikiri
Di nuovo salvi nella cittá tropicale, dei ristoranti con i tavoli sul marciapiede di Ocean Drive, dove incrociamo invece frotte di italiani, tanti giovani e famigliole, resi ricchi dall’euro forte, che ci permette di sederci senza sensi di colpa a bere un Daikirí (cocktail frappé di fragola e rum) servito in un calice dalle dimensioni colossali e dall’effetto immediatamente rilassante.
Al suono della musica latina e con la brezza tiepida dell’Oceano riflettiamo sui contrasti, ci rammarichiamo degli abbandonati dal sistema e ordiniamo un piatto di fettuccine ai frutti di mare, servito da un cameriere napoletano, Cristiano, che ci racconta la sua storia. “Un paio di anni fa sono tornato in Italia, ho aperto un bar a Rimini, ma ho perso tutti i miei risparmi. Cosí eccomi qui tornato a Miami a lavorare per riprendermi dalla botta”, e si lamenta “gli affari peró sono molto rallentati, i turisti sono diminuiti e spendono meno”. La crisi è arrivata anche sotto le palme: ci sentiamo a casa, tra pizza bianca, un buon caffè espresso e il discorso che si posa sui politici nostrani. Finisce questo giorno di vacanze, domani andiamo a sud, ad esplorare i Keys, l’ultima lingua di terra degli Stati Uniti, avamposto di pirati e scrittori.
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