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Meredith Kercher: vittima innocente del vuoto di valori

La tribù degli universitari in cerca di un’identità in divenire

venerdì 9 novembre 2007 di Nunzia Auletta


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L’omicidio di Meredith ha scosso Perugia, città niversitaria modello, punto di incontro di culture e nazionalità dei nostri giovani globalizzati. Ma soprattutto ha messo i riflettori sulla vita dei giovani universitari, sulle le loro abitudini, sui locali che frequentano, sul consumo di droghe ed alcol, sui blog nei quali proiettano le loro paure, i loro dubbi e forse anche i lati oscuri dello loro personalità.

Un delitto orribile che desta tristezza ed indignazione. Tristezza per una giovane vita troncata, indignazione perché i responsabili sarebbero altri giovani. Un delitto che non è il risultato del degrado e la marginalità, che non vede coinvolti criminali comuni o stranieri illegali. Un delitto che forse è iniziato come un gioco di trasgressione estrema di giovani in cerca di emozioni forti.

I fatti sono stati ripresi abbondantemente dalla cronaca di questi giorni. Meredith Kercher, studentessa inglese a Perugia per il programma Erasmus, vittima di violenza sessuale ed assassinata in casa sua. Tre gli indagati in stato di fermo: la sua amica e coinquilina, la studentessa americana Amanda Knox, il fidanzato di lei Raffaele Sollecito e Patrick Lumumba, musicista e pierre congolese, da vent’anni a Perugia. I tre raccontano storie totalmente discordanti. Gli inquirenti continuano le loro indagini ed il Gip, Claudia Matteini, rimanda la decisione sulla conferma del fermo.

Ma ciò che produce maggior preoccupazione è la descrizione del contesto in cui gli studenti vivono. La vita della tribù degli universitari in cerca di un’identità in divenire, che nell’accelerazione della multimedialità sovrappongono l’apparire al vivere.

Il bisogno di provare tutto, di estremizzare le emozioni pompate dall’uso di droghe, di consumo comune, che si trovano per strada come al mercato. Di passare le serate nei locali a divertirsi, a conoscersi, ma anche a bere fino allo sfinimento, a consumare rapporti spesso effimeri che soprappongono la quantità alla profondità dei sentimenti.

Nella possibilità di estraniarsi da sé offerta dall’esperienza di vita fuori dal contesto abituale della famiglia e delle amicizie di sempre, i nostri giovani rischiano di perdere i loro riferimenti valoriali. Vivono “la movida” spesso senza inibizioni, come se il tempo dovesse finire domani.

Questo delitto mi colpisce, perché avviene in un ambito che mi è caro e familiare. Il mondo degli studenti universitari, che mi circondano ogni giorno. Meredith poteva essere una delle mie studentesse, una brava ragazza, solare e studiosa, che non ha percepito il rischio. Vittima innocente del vuoto di regole che sostituisce la flessibilità ed il permissivismo.

Mi chiedo quali sono le nostre responsabilità, come docenti, come genitori, come portatori di un modello di ruolo che deve stabilire i limiti e delineare le strade della crescita. E devo ammettere che spesso mi sento impreparata e sorpassata.

Sarà comunque compito dei giudici riunire prove e stabilire le responsabilità. Ma è compito nostro, genitori, docenti, adulti, che giovani lo siamo stati, che abbiamo vissuto le nostre ricerche di identità, fornire dei punti fermi, delle zone di ancoraggio.


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