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Galleria Borghese: Canova e la Venere vincitrice

mercoledì 14 novembre 2007 di Francesca Mentella


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Tra i capolavori di Raffaello, Tiziano e Caravaggio e le sculture di Bernini e di Canova, la Galleria Borghese appare ai nostri occhi come il museo più bello del mondo. Questa convinzione riecheggia da un tempo antico, giacché lo stesso Canova la definì proprio così: "la villa più bella del mondo"…

Tra le opere di Raffaello, Tiziano e Caravaggio e le sculture di Bernini e di Canova, la Galleria Borghese appare ai nostri occhi come il museo più bello del mondo. Questa convinzione riecheggia da un tempo antico, giacché lo stesso Canova la definì proprio così: "la villa più bella del mondo".

Oggi, con una mostra, questo luogo rende omaggio allo scultore che tanto l’aveva amata sin dal suo primo soggiorno a Roma, quando il 15 novembre 1779 -come è riportato nei suoi Quaderni di viaggio- era entrato in quel luogo giudicandolo "un paradiso". Nessuno può dargli torto poiché all’interno della Galleria Borghese sono conservate opere di sommi artisti, capolavori fondamentali della storia dell’arte, troppo delicati e fragili per potersi spostare, quindi inamovibili da questa sede. Tuttavia la Galleria Borghese, coadiuvata dai prestiti delle maggiori istituzioni museali del mondo, mira a colmare questa lacuna con una serie di dieci grandi mostre in dieci anni, imperniate su un artista di cui la Borghese conserva capolavori che non possono viaggiare sul circuito museale internazionale.

La mostra ripercorre, insieme ad altre opere dell’artista (Le tre Grazie, la Naiade, la Ninfa dormiente, solo per citarne alcune..), la carriera di Antonio Canova, ma intende illustrare le relazioni che lo scultore aveva con il Principe Camillo Borghese e la famiglia Bonaparte per la quale realizzò la Paolina, splendido esempio di ritratto divinizzato, poiché il Nostro scelse di rappresentarla come Venere Vincitrice.

Collocata dal 1838 nella Stanza di Elena e Paride, Paolina, Venere Vincitrice, gareggia in bellezza con l’Apollo e Dafne di Bernini mettendo in evidenza tutta la poetica del Canova, interprete ineguagliabile del fascino dell’antico e dei valori della mitologia pagana.La poca decenza del nudo, la disinibizione della sorella dell’imperatore, che posò nuda di fronte all’artista, provocarono scandalo nel clima moralistico della Restaurazione.

Alla domanda su come avesse fatto a posare nuda la "sventurata rispose": <<..Ma la stanza era ben riscaldata..>> e oggi le sue carni sembrano ancora vive, su quel morbido sofà che richiama alla memoria l’Ermafrodito dormiente.

Oggi, come allora, la Principessa ci guarda ancora maliziosa. Suscita la curiosità dell’osservatore in un trionfo della tridimensionalità: guardarla da un solo punto di vista sarebbe un peccato; allo stesso tempo, fredda nel marmo splendente, la Venere Vincitrice che è in lei ci riporta ad un ideale neoclassico di altera bellezza. In questa dicotomia sta il fascino di questo capolavoro.

La Paolina, come ricorda Claudio Strinati, è uno dei simboli più vividi dell’idea stessa del Neoclassicismo.

Venne realizzata nel 1808 mentre duecentocinquanta marmi antichi, per volere di Camillo Borghese (marito di Paolina), prendevano la via di Parigi, la via del Louvre.

Lo smembramento della collezione fu avvertita dal Canova come una grave perdita, una incancellabile vergogna per la famiglia Borghese: "Gran orrore Maestà! Quella famiglia sarà disonorata fino a che vi sarà storia... Egli [Napoleone] rideva a queste mie esclamazioni…"; queste furono le parole che Canova pronunciò nel 1810, quando incontrò Napoleone a Fontainbleau; egli seppe ben riconoscere il valore di quella collezione e osteggiò fino all’ultimo la sua vendita all’imperatore.

Canova del resto condivideva in tutto e per tutto le convinzioni dell’intellettuale francese Quatremere de Quincy, celebre autore delle Lettres à Miranda, edite a Parigi nel 1796, in cui egli aveva tentato di scongiurare-invano- le spoliazioni al patrimonio artistico italiano.

E’ in queste lettere che Quatremere definì chiaramente, per la prima volta, la nozione di "contesto" dell’opera d’arte, l’intangibilità del patrimonio culturale insieme al valore educativo e sociale dell’arte.

L’Italia è un museo, sosteneva Quatremere de Quincy. Per questo fondamentale motivo osteggiò la "deportazione" delle opere d’arte verso il Musée Napoleon.

Nate in Francia, queste idee sono tutt’oggi riconosciute universalmente come il cardine fondamentale su cui si basa la tutela e il valore del bene culturale.

Canova fece sue queste idee -lo testimoniano le corrispondenze epistolari con Quatremere- e si fece carico della diffusione in Italia delle Lettres. Non è un caso che il Canova ricoprì l’incarico di Ispettore Generale delle belle Arti, una carica importante che era già appartenuta a Raffaello Sanzio.

Identificato come il "classico moderno", Canova aveva emulato la perfezione degli antichi e solo le sue sculture potevano colmare la perdita delle più famose statue dell’antichità, come l’Apollo del Belvedere o il Laocoonte, strappate al pontefice in forza al Trattato di Tolentino nel 1797. Solo la passione di Canova e la sua coscienza civile le poterono riportare a Roma. E’ Grazie a lui infatti, che ancora troneggiano in Vaticano…

La mostra è in corso sino al 3 febbraio 2008 alla Galleria Borghese di Piazzale Scipione Borghese 5 a Roma (prenotazione obbligatoria: tel. 06.32810); segue i seguenti orari: dalle 9.00 alle 19.00 tutti i giorni, escluso il lunedì. Sito ufficiale: www.canovaelavenerevincitrice.it


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