ANNO XIII  Aprile 2019.  Direttore Umberto Calabrese

Venerdì, 27 Gennaio 2017 06:04

Il giorno della memoria nelle poesie di Filippo Passeo

Written by  Filippo Passeo
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Questo spazio è dedicato ai poeti che vogliono pubblicare sulla nostra testata, ne abbiamo incontrati diversi e ci sollecitano di avere una rubrica, eccola 

 

Mio contributo al giorno della MEMORIA  ( da BRUCIATI IL CUORE, Samuele Ed. )

LAGER

Sono andato
a riprendere il mio cuore
infilzato nel filo spinato:
gli Alleati sono arrivati, sono libero.

Le vene cominciano a pulsare,
ma non ho la forza
per saltare di gioia.

UNO DEL CAMPO 26
Variazioni su un tema di Paul Celan (1920-1970 )

Le vanghe stridono dentro la torba
della pianura ghiacciata dell'Europa Centrale.
Ma dobbiamo scavare...

Le SS Testa di morto
ordinano di scavare una fossa larga e profonda,
e sotto i colpi dei kapò
noi dobbiamo scavare.
Al lager di Mauthausen
arriva il comandante
col figlio diciottenne armato di revolver:
siamo già 50 i detenuti allineati lungo la fossa
sotto i colpi dei kapò...

Il giovane comincia a spararci
e uno dopo l'altro
stramazziamo come gregge nella fossa
mentre il padre sorride
a un allenamento su bersagli vivi.
Fosse più grandi ci vogliono, più grandi!
per stratificare tutti questi ebrei, russi, polacchi,
zingari, disabili, repubblichini!
E sotto i colpi dei mitra e dei kapò
noi scaviamo.

Nell' Appelplatz
il comandante sbraita alle Teste di morto
gli ultimi ordini di Himmler:
la disinfestazione
della Untermenschen va accelerata
e debbono costruirsi camere a gas più capienti
per sterminare
almeno 2000 ebrei e bambini alla volta.

Così ci dicono che non avremmo più scavato,
che non saremmo più stati seppelliti col fango in bocca,
ci dicono che avremmo respirato gas finalmente;
ci dicono anche che non avremmo più sentito freddo,
che starebbero al caldo i nostri corpi dentro i forni,
e ancora che saremmo liberi finalmente
e utile concime per i contadini
la cenere delle nostre ossa:
liberi liberi come il fumo che esce dai camini
a nauseare di carne umana il cielo ci dicono
e senza più scavare sotto i colpi dei kapò,
né conficcare le vanghe
dentro il cuore malvagio della terra.

BAMBINI DEL 1935

Sopravvissuto all' Olocausto,
un uomo del '35
ben vestito e con occhialoni dorati,
entra col gruppo dei visitatori
al museo di Auschwitz.
Tra i tanti reperti nelle vetrine e alle pareti,
cerca il suo pantaloncino a bretelle di fustagno
che i nazisti gli avevano tolto
prima d'insaccarlo in un pigiama a righe.

Girando e riguardando, un velo di lacrime
non gli fa vedere niente...
Cosa potevano dirgli quei pantaloncini?
Di robot insanguinati di atrocità?
Di mani di mamme che cucirono tanto?
Di mamme che bruciarono tanto
in forni pieni di ossa?

La guida del gruppo s'accorge
di tanti pantaloncini appesi
e portandolo fuori dal museo,
dice all'uomo del '35
che quello che cerca lì non c'è.

Cosa potevano raccontargli quei pantaloncini?
Che mai una notte s'addormentò con un peluche?
Che sognò ogni notte l'abbraccio tra il fiato dei genitori?
Che non mangiò più caramelle tra giostre illuminate?

I visitatori sono ormai tutti fuori;
ragni sugli occhi
spingono nebbie di piombo per la pianura,
l'uomo del '35
si confonde tra pantaloni lunghi lunghi...
Chissà quanti assassini ancora
tra quelli che li indossano.

LA LIBERAZIONE 1945

Milano, Genova, Torino libere,
tutta l'Italia si toglieva
i tacchi nazifascisti dalla faccia
e festeggiava.

Colonne di tedeschi si ritiravano per il Brennero,
ma alcune camionette, impreviste,
sostarono nel mio paese sperduto
tra le valli del Trentino
che stava pure festeggiando...
Io e le mie compagne contadine,
restammo come ciurme di piccoli uccelli
con le ali di colpo bloccate
a nascondere battiti di gioia.

Pure mio marito e mio figlio partigiani
erano scesi dalla montagna,
ma manco il tempo ebbero
di sparare al cielo la loro felicità,
che i marchiati dalla svastica
me li fucilarono.
E continuarono gli uncinati,
stuprando tre donne nei fienili
e bruciando case e gioia e ancora uomini.

Restò solo
a fumare il mio paese
sperduto tra le valli del Trentino,
restò solo ancora un poco lacrimando
mentre aspettava la piena di canti e bandiere
che dalla Penisola saliva scrosciando.

IN MEMORIA, SEMPRE.
( Attraverso la Germania)

Inteneriva il candore della neve
che inzuccherava tutto il paesaggio.

Il T R E N O filava senza rumore
su un binario ch'era un tappeto di cotone.

Nessuno sferragliamento, né cigolii, né lacrime.

Erano plotoni di angeli in ascolto
le betulle che scorrevano di fianco al convoglio
che respirava sputando fumo nero
come quello che già sporcava gli orizzonti,
ma più scuro, più scuro dei forni crematori.

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