ANNO XIII  Aprile 2019.  Direttore Umberto Calabrese

Giovedì, 25 Ottobre 2018 00:00

Sangre Blanca di vite giocate

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Un pugno allo stomaco di verismo. Lungometraggio con tratti da documentario per Barbara Sarasola-Day che, alla Festa del cinema di Roma in prima serata, chiude lo screening press.

Mette in scena il traffico di droga piaga viva dell’America Latina e parla dei Mule’s body (contenitori umani di trasporto) passando per l’abbandono paterno. Due problematiche sociali, due mondi a confronto, un luogo Yacuiba: triplo confine tra Argentina, Bolivia e Paraguay. Nel triangolo della perdizione i giovani ipotecano la vita per avere soldi facili, senza la reale percezione del rischio e delle regole a cui vanno incontro. Il mondo del narcotraffico è spietato e non lascia posto alla comprensione o all’umanità

In Sangre Blanca la regista intende descrivere il limbo dei border (confini) dai quali non è possibile tornare indietro e lo fa attraverso gli occhi di Martina (Eva De Dominici). La ragazza decide con il suo attuale compagno, Manuel (Rakhal Herrero), di portare un grosso quantitativo di cocaina oltre la frontiera. Dalla Bolivia all’Argentina. Ingerire bussolotti in lattice, di bassa qualità scoprirà più tardi, per sfuggire ai controlli causeranno la morte del giovane Manuel. L’impresa sarà riuscire ad espellere dal proprio corpo la droga e da quello di un cadaverea. Il dramma si consuma fra le mura di una stanza fra il caldo torrido e la polvere delle vie sterrate del paesino di frontiera. Ben presto Martina scoprirà che il peggio deve ancora arrivare. Per superare lo shock e rispondere alle pressanti richieste della banda di narcotrafficanti la ragazza sarà costretta a ricorrere all’aiuto di Javier (Alejandro Awada). Il padre che l’aveva concepita fuori dal matrimonio abbandonandola.

L’opera, prodotta da Varsovia Films e Pucarà films, inscena la tragedia nella catastrofe. Martina non ha nessuno a cui chiedere aiuto. È spaventata, sola, non trova né la forza di assolvere a quanto richiesto dalla banda, né la lucidità di trovare una strategia. L’unica sua salvezza sarà proprio quel padre che l’ha fatta soffrire e Dani, un uomo conosciuto in discoteca che ha saputo consolare la donna e la ragazza terrorizzate.

La speranza è la chiave di lettura che si impone nella seconda parte del film. Il difficile compito pare avvicinare padre e figlia, facendoli conoscere. Le difficoltà sembrano più leggere da sopportare in due, seppur Javier non perde occasione per ribadire che non vi sarà un dopo assieme. L’uomo non intende rischiare la serenità della sua famiglia per lei, che però gli vuole già bene e placa il risentimento. Sarà la prova a decidere il destino degli interpreti. Il bisogno d’affetto di bimba, la necessità di sapersi importante, convinceranno Martina a dare una possibilità al padre. Senza possibilità d’errore però! Un altro non potrebbe sopportarlo.

A casa degli assassini del suo ragazzo apprende la signorilità degli assassini e riscatta la sua libertà. Riscuote i soldi e rassicura sull’essersi liberata del corpo.

Fuori dalla porta Dani non è più lì ad aspettarla. Un nuovo abbandono e un preludio amaro.

È il tempo a dettare le regole della sceneggiatura. Le lancette scorrono e i 97’ premono sull’ansiaa della paura e dell’abbandono. Lì alle spalle dell’uomo che ama e odia di più al mondo Martina ha chiaro il suo futuro.

Il teleno è designato dalla scrittrice e regista come lo strumento per le decisioni cruciali. Così l’ultima dolorosa telefonata della delusione scrive la fine e sceglie punizione e riscatto.

Lo sguardo perso di Martina si veste di vendetta e sguarda avanti.

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