ANNO XIII  Agosto 2019.  Direttore Umberto Calabrese

Mercoledì, 03 Aprile 2019 05:35

Glocal Relationship Theory - Il Ciclo Di Vita

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Ogni tanto qualcuno attribuisce la genesi della “Teoria dei Giochi” ad un particolare evento in un particolare momento. Qualche anno fa si pensava di poterne datare la nascita alla pratica romana di simulare le battaglie, specie quelle marinare, prima di affrontarle. 

Oggi, anche su indicazione di John Nash, si individuano gli esordi della “Teoria dei Giochi” ad una lettera del 1654 scritta da Pascal a Pierre de Fermat in cui si discuteva sul calcolo delle probabilità e sul gioco d’azzardo. 

Non conviene seguire questa rincorsa di attribuzione. 

È più chiaro se, piuttosto che premiare un primato, ci si occupa dei passaggi teorici fondamentali per coglierne il trend evolutivo. 

Il nostro punto di vista, la nostra gelstat concettuale, distingue 7 periodi storici significativi nella evoluzione scientifica della “Teoria dei Giochi”. 7 innovazioni sostanziali. 7 mutamenti interpretativi che ne hanno determinato la complessità dell’articolazione teorica. Sono mutamenti qui introdotti per la prima volta. Tuttavia credo siano perfettamente corrispondenti ai passaggi significativi e determinanti della elaborazione teorica. 

Il primo riguarda le teorie economiche nell’ambito del problema dell’oligopolio, condotte inizialmente da Cournot[1] (1801 - 1877) che si occupò del problema della formazione dei prezzi e delle quantità necessarie per raggiungere l’equilibrio in regime di oligopolio. Il modello Cournot analizza un gioco concorrenziale tra due soggetti, cioè in regime di duopolio, in cui ciascun rivale pensa che il suo avversario deciderà la quantità da produrre indipendentemente dalla quantità decisa da se stesso concorrente. Ciascuno sceglie naturalmente in funzione dell’obiettivo di massimizzare i propri profitti. Tuttavia sbagliano entrambi la quantità prodotta dal rivale. A forza di tentativi ed errori i duopolisti si avvicineranno sempre più ad un punto di equilibrio che permetterà a ciascuno di stabilizzare il differenziale di produzione e la sua utilità marginale. Si tratta, come vedremo, di un precedente teorico del più famoso “dilemma del prigioniero”, in cui l’utilità marginale del comportamento di uno è relativa al comportamento dell’altro. Bertrand segnala l’errore nel modello Cournot e scopre la prima interdipendenza economica di mercato: il prezzo. Per Cournot il prezzo è determinato dal valore di mercato ma non dalla quantità prodotta, che resta autonoma. Non c’è interdipendenza tra quantità e prezzo. Per Bernard[2] invece le due imprese decidono, pur indipendentemente, però simultaneamente, in modo che sia prodotta una quantità sufficiente di beni da soddisfare la domanda del mercato. C’è interdipendenza tra produzione e domanda. Successivamente Francis Ysidro Edgeworth[3] introdusse un terzo soggetto necessario per la definizione dell’equilibrio macroeconomico: i consumatori. Egli afferma che l’esito del rapporto economico tra giocatori è il raggiungimento di un punto di equilibrio tramite la ridefinizione funzionale dei valori complessivi. Propose una “curva di contratto” tra produttore e consumatore come “cuore” della dinamica di gioco economico. 

Il secondo passaggio riguarda la formulazione della "Teoria dei Giochi" da applicare sistematicamente in economia. Si tratta degli autori più importante della "Teoria dei Giochi", i primi a formalizzare compiutamente una teoria generale precisa: von Neumann e Morgenstern[4]. È emblematico che con questa prima formalizzazione, la “Teoria dei Giochi” sia rimasta in ambito economico. Presto ne uscirà e invaderà moltissimi altri campi. Von Neumann e Morgenstern, nel 1944, hanno elaborato una teoria che fosse in grado di definire le scelte ottimali degli attori in un contesto, o meglio di tutti i “giocatori” partecipanti. Si cercava di individuare la “soluzione” di un gioco, cioè il suo ottimale esito finale. Solo l’esito finale conta. Conta chi vince e chi perde, poiché i giochi studiati da von Neumann e Morgenstern sono “non cooperativi”, senza possibilità di accordo tra giocatori e con strategie contrastanti finalizzate alla conquista di un solo obiettivo. La loro importante innovazione, partendo dallo studio della funzione di utilità dei consumatori, è di ordine metodologico e di ordine contenutistico. La prima, l’innovazione metodologica, riguarda la formulazione di un nuovo approccio matematico come strumento di studio nell’orizzonte delle Scienze Sociali. La seconda, nel merito contenutistico, consiste nel fatto che per primi loro hanno studiato i giochi in “forma estesa”, cioè non soltanto una singola partita, ma tutte le possibili partite di un determinato gioco. Per far questo hanno dovuto, in qualche modo, forzare la realtà dei processi decisionali e del comportamento umano. Hanno presupposto, come assiomi fondamentali, che le interazioni strategiche dei giocatori fossero il conseguente prodotto di decisioni: intelligenti, cioè in grado di svolgere ragionamenti logici in situazioni di complessità infinitamente crescente; razionali, cioè in grado di stabilire i livelli di coerenza in termini di determinazione delle proprie preferenze, delle conseguenti decisioni orientate verso l’obiettivo della massimizzazione dei risultati possibili; informati, cioè in condizioni di possesso di tutte le informazioni necessarie per poter scegliere tra tutte le opzioni possibili. Si tratta anche qui, come è evidente, di una teorizzazione idealtipica, che ci permette però di individuare variabili fondamentali e permanenti. Per questo motivo, in genere, si considera la vera nascita della “Teoria dei Giochi” a questa prima elaborazione di von Neumann e Morgenstern. 

Il terzo passaggio fondamentale consiste nella definizione di equilibrio di John Nash, che individua un punto di equilibrio nei giochi, in cui la gratificazione collettiva è condivisa e ottimizzata. Siamo sempre nell’ambito di decisioni intelligenti, razionali e informate. Tuttavia Nash scopre i giochi collaborativi o cooperativi. E l’universo dei giochi cambia. Non si tratta più soltanto di partite con vincitori e perdenti. Si tratta di strategie dominanti di breve e lungo periodo. Le strategie sono molteplici. I giocatori non sono soltanto due e comunque operano le loro decisioni contemporaneamente e indipendentemente. La situazione è notevolmente complessa: ci sono molte più difficoltà, ma anche molte più opportunità. Ad esempio, c’è la possibilità di un accordo che nessuno dei giocatori è interessato a deviare. L’equilibrio di gratificazione collettiva, anche in una situazione ad alta complessità, prescrive delle strategie ottimali che i giocatori, razionali e informati, sono indotti a seguire. Sono strategie che dominano su tutte le altre. Nel 1950, Nash prova l’esistenza di almeno un punto di equilibrio nella interdipendenza tra strategie dominanti[5]

La quarta innovazione consiste nella decostruzione dei giochi e nella individuazione dell’equilibrio perfetto nei sottogiochi decostruiti. Nel 1965 Selten utilizza il metodo della “induzione a ritroso” per trovare uno o più punti di equilibrio perfetto; una possibilità prevista da Nash sul piano teorico, ma mai effettivamente individuabile. Siamo sempre nell’ambito delle decisioni razionali con perfetta informazione. Il metodo dell’induzione a ritroso consiste nell’individuare dei momenti di gioco, detti nodi, in cui il giocatore sceglie la strategia che gli offre il payoff maggiore. Il nodo è circoscritto e il giocatore può ottenere, in quell’ambito, il massimo di gratificazione, può svolgere una strategia in grado di ottimizzare il risultato del nodo di gioco. Questa possibilità può determinare un procedimento di induzione. Selten pensa che, se decostruiamo il gioco generale in sottogiochi, possiamo individuare quel nodo che sia “radice” dell’intero gioco. In questo senso, l’equilibrio perfetto raggiunto nei sottogiochi (e dunque necessariamente nella radice) è anche l’equilibrio perfetto dell’intero gioco. L’introduzione del metodo della decostruzione nell’analisi di un gioco è stato un elemento talmente importante in termini epistemologici, da permetterci di considerare il contributo di Selten come una innovazione fondamentale. 

La quinta innovazione determinante per la evoluzione della "Teoria dei Giochi" è stata quella di John Harsanyi, che consiste nell’analisi del comportamento razionale dei giocatori in un equilibrio Bayesiano. In un equilibrio Bayesiano i giocatori, sebbene decidano sempre in modo razionale, non sono tuttavia orientati dalle perfette informazioni, ma dalle loro credenze. Il ministro presbiteriano Thomas Bayes (1701 - 1761), con una dimostrazione pubblicata postuma nel 1763, introduce la teoria delle probabilità nella interdipendenza strategica tra eventi. In estrema sintesi, si tratta di definire la probabilità condizionata tra due eventi, cioè la possibilità che un evento accada a condizione che accada anche l’altro a cui è connesso. John Harsanyi, trasferisce la “Teoria dei Giochi” nella filosofia politica e morale[6]. La sua teoria passa sotto la denominazione di “utilitarismo delle preferenze” e consiste nel calcolo della massima utilità sociale possibile considerando le preferenze di tutti i soggetti coinvolti. Siamo ancora nel calcolo razionale e nella possibilità di sapere le utilità degli altri ogni volta che cerchiamo di valutare il comportamento aggregato, cioè “confronti interpersonali di utilità”. Secondo Harsanyi siamo in grado di interpretare desideri e intenzioni di altri diversi da noi grazie alla “empatia immaginativa”. Gli esseri umani si considerano simili[7] nelle reazioni e nei sentimenti. Rispetto a questa similarità di base è possibile calcolare i “fattori di differenza” dell’uno rispetto all’altro. In realtà, la "Teoria dell’Utilità" della regola è soltanto una delle tre parti della generale teoria del comportamento razionale. Le altre due sono: la "Teoria dei Giochi", cioè la interdipendenza strategica tra due persone che perseguono i propri interessi personali eventualmente in condizioni di concorrenza o di conflitto; la "Teoria dell’Etica", cioè i giudizi morali di ordine razionale imparziali e impersonali che perseguono interessi sociali complessivi. La razionalità del comportamento individuata da Harsanyi si combina con il probabilismo bayesiano in questo modo: le preferenze morali razionali di un soggetto si caratterizzano allo stesso modo delle preferenze alternative con la identica probabilità oggettiva di una qualsiasi posizione disponibile. Significa che in un gioco, il ruolo svolto da un soggetto è moralmente razionale quando ogni scelta che compie ha la stessa probabilità oggettiva che ha ogni altro ruolo disponibile. La moralità, dunque, come per Rawls, si riferisce alla parità delle opportunità di partenza, la imparzialità e la impersonalità della razionalità morale si basa su una effettiva convergenza collettiva delle preferenze morali e sulla eguaglianza altrettanto effettiva del trattamento tra soggetti[8]

Meno direttamente collegata alla “Teoria dei Giochi”, ma per me perfettamente integrabile, è la sesta innovazione introdotta da Giovanni Sartori con il nome di Teoria dell’Azione Intelligentemente Condotta. Sartori riposiziona correttamente la “Teoria dei Giochi” dentro l’orizzonte delle Scienze Sociali, dove dovrebbe stare e ne ridefinisce decisamente il valore epistemologico. La “Teoria dei Giochi” nasce dalle Scienze Sociale. Una sua interpretazione con la logica pura e il linguaggio della matematica la rende inappropriata perché eccessivamente razionale, decodificata con inutili astrazioni teoriche. Le Scienze Sociali hanno invece bisogno di una nuova epistemologia, costruita dalle variabili ragionevoli della logica operativa. Per dirla con Cicerone, della filosofia pragmatica. Per la prima volta Sartori, che ricostruisce interamente la epistemologia delle Scienze Sociali, introduce la distinzione logica tra razionalità e ragionevolezza da applicare vicendevolmente alla micro o alla macro azione. Secondo Sartori le decisioni vengono prese sulla base di “prescrizioni normative”: di regole. La conoscenza fornisce l’azione di una logica operativa formulabile in progetti che possono essere definiti in modo intelligente, cioè tramite un kit di strumenti idonei. Si tratta di un sapere scientifico, autonomo da prescrizioni etiche. La filosofia pragmatica delle Scienze Sociali, costruita sulla logica operativa, è l’unica metodologia che conosciamo in grado di interpretare le strategie dominanti in un gioco o in un habitat sociale. Però, per raggiungere l’obiettivo di una congruenza corrispondente, le teorie devono essere ragionevolmente applicabili nella prassi dinamica del gioco. La logica razionale delle scienze fisiche e matematiche è costruita interamente sul principio di non contraddizione in termini linguistici o teorici, hegelianamente tra tesi e antitesi. La logica ragionevole delle Scienze Sociali si basa sul principio di corrispondenza tra atti e fatti, scopi e risultati. Dunque, dalla logica pragmatica dell’azione. E dal potere, nella concezione di Bertrand Russell, di un potere che sta alle Scienze Sociali come l’energia alla fisica. L’azione non si preoccupa dell’anomalia di un caso limite, ma della frequenza della somma algebrica dei casi. L’equilibrio non viene raggiunto sulla base di un calcolo razionale delle possibilità o delle opportunità strategiche. L’equilibrio viene raggiunto sulla base di concentrazioni di potere e processi di legittimazione, anche se si tratta di poteri in contraddizione fra loro, come nel balancedelle forze. La Scienza Politica dimostra che sono le forze in contraddizione che reggono i regimi politici. Merito indubitabile e determinante di Giovani Sartori è di aver riportato la "Teoria dei Giochi", o la "Teoria dell’Azione" dentro l’orizzonte naturale delle Scienze Sociali, da dove è nata e da cui è stata erroneamente sottratta per una illusoria attribuzione di oggettività scientifica dovuta al rigore della logica matematica: un rigore razionale non corrispondente alle esigenze di ragionevolezza della lebenswelt e delle Scienze Sociali. 

Così ricollocata nell’ambito di una più congruente epistemologia delle Scienze Sociali, la “Teoria dei Giochi” può essere ridefinita con il "Teorema delle Aspettative Ragionevoli". I giocatori decidono sulla base delle proprie e delle altrui aspettative, entro criteri di ragionevolezza della logica operativa e delle filosofia pragmatica. Inoltre, l’ipotesi della piena informazione è irrealistica e puramente formale. I giocatori definiscono le loro strategie dominanti in carenza informativa, condotti e condizionati dalla comunicazione e dal sentiment prevalente. Si tratta di un nuovo corpus teorico, post sartoriano, che riorienta la teoria dei giochi e la elimina dalle condizioni vincolanti e logicamente sbagliate del linguaggio matematico. Nel nostro approccio, meglio delle regole, sono analizzabili le procedure, che possono essere sia prescrizioni normative, sia frequenze consuetudinarie, sia modelli culturali di orientamento all’azione (Tentori[9]), sia generiche connotazioni di habitat. Vedremo, nell’analisi della conflittuologia i contenuti concreti del nostro paradigma. Per ora basti considerare che la “Teoria dei Giochi” deve essere interamente riformulata, non nei contenuti, certamente nella sua eccessiva e inappropriata ma tematizzazione che la rende ancora totalmente avulsa dalle Scienze Sociali in cui è sorta e si è, nonostante tutto affermata. Per questo motivo abbiamo successivamente introdotto un paragrafo relativo al generale problema epistemologico. 

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[1] COURNOT Antoine Augustine, Recherches sur les principes mathématiques de la théories des richesses, Hachette, Paris 1838 

[2] BERTRAND J.L.F., Recherches sur les principes mathematiques de la Théorie des richesses par Augustine Cournot, in Journal des Savants, Paris, 1883 

[3] EDGEWORTH Francis Ysidro, Mathematical Psichics: An Essay on the Application of Mathematics to the Moral Sciences, Kegan Paul, London 1881 

[4] VON NEUMANN J. – MORGENSTERN, Theory of Games and Economic Behavior, Princeton University Press,, 1944 

[5] NASH John F. Jr., Equilibrium Points in n-Person Games, Proc. Nat. Acad. Sci. U.S.A., 36, 1950. 

[6] “Abbiamo uno straordinario debito intellettuale verso i positivisti logici per i loro continui sforzi di costruire la filosofia su basi veramente scientifiche, combinando un empirismo stretto con il rigore matematico della logica moderna. Ma non si può negare che molti dei loro particolari punti di vista filosofici erano alquanto errati e che, agli inizi, essi ebbero uno scarso apprezzamento per l’importanza di principi a priori e, più in generale, per l’importanza delle idee teoriche nella scienza empirica. Si dovrebbe ritenere che dopo tanti anni sia giunto il momento di sfuggire ai ristretti confini di una ortodossia da tempo superata del positivismo logico e di acquisire un punto di vista nuovo sui confronti interpersonali di utilità”. HARSANYI J.C., Moralità e teoria del comportamento razionale, in SEN A. - WILLIAMS B. (a cura di), Utilitarismo e oltre, il Saggiatore, Milano 2002, pp. 64-67. 

[7] "Noi ci immaginiamo al posto di un altro e ci poniamo la domanda: «Se ora io fossi davvero al suo posto, e avessi i suoi gusti, la sua educazione, il suo ambiente sociale, i suoi valori culturali e il suo carattere, quali potrebbero essere adesso le mie preferenze tra varie alternative, e quanta soddisfazione o insoddisfazione deriverei io da ciascuna delle alternative date?". HARSANYI J.C., cit. 2002, pp. 64-67. 

[8] BUONGIOVANNI Giorgio (a cura di), Oggettività e morale. La riflessione etica del novecento, Bruno Mondadori, Milano 2007 

[9] TENTORI Tullio, Antropologia culturale e Modelli culturali di orientamento all’azione, in Cipriani R. e Macioti L.R.(a cura di), Omaggio a Ferrarotti, Siave, Roma /blog

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