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Venerdì, 24 Luglio 2015 04:07

Le italiane emigrano di più e diventano mamme lavoratrici - di Camilla Gaiaschi

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Milano - “Le migrazioni verso l’estero sono aumentate in maniera vertiginosa negli anni della crisi: +146% dal 2007. Due terzi degli oltre 125mila migranti del 2013 sono italiani e la maggior parte di loro parte per lo più dal Nord. Nello stesso periodo è calato il numero di stranieri in ingresso e sono saliti i trasferimenti degli italiani da Sud a Centro-Nord: 1 milione e 300 mila dal 1998.

Un nuovo esodo? Serve cautela”. Queste le riflessioni che Camilla Gaiaschi – autrice dell’ebook La geografia dei nuovi lavori. Chi va, chi torna, chi viene appena uscito con i Quaderni della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli – affida alle pagine del Corriere della sera nella rubrica “la 27esima ora”.
“Di certo, l’Italia appare un paese sempre meno accogliente nei confronti di chi viene da fuori e sempre più incapace di allocare il capitale umano che ha formato al proprio interno. Ciò è vero in particolare per le donne: si laureano di più e con migliori voti, ma le opportunità, sul mercato del lavoro, non sono le stesse rispetto agli uomini. Il divario è già visibile a un anno dalla laurea: secondo AlmaLaurea il tasso occupazione delle donne che hanno conseguito una laurea magistrale a un anno di distanza supera di poco il 50%, contro il 60% di quello maschile (AlmaLaurea, Condizione occupazionale dei laureati, XVII Indagine, 2015). E si allarga con il passare del tempo: è la famosa «lakey pipeline», il tubo che perde. Perde talenti in entrata. E perde talenti nel mentre, a mano a mano che si progredisce nella carriera.
E tuttavia, con l’occupazione femminile ai minimi in Europa l’opzione «estero» non è sempre sinonimo di parità.
Secondo un’interessante ricerca del centro Altreitalie, Globus e Locus del 2014, le italiane che lavorano all’estero risultano avere contratti meno tutelati dei rispettivi «expat» uomini: solo il 51% ha un contratto a tempo indeterminato contro il 59% degli uomini. Il soffitto di cristallo non viene meno: il 27% dei maschi all’estero ha un ruolo di dirigente o direttivo, mentre le donne superano di poco il 10%. Una nota positiva proviene dal mondo universitario, dove i rapporti tra i generi risultano equilibrati, con il 16% delle donne ricercatrici (14% gli uomini) e il 5,6% docenti universitari contro il 5% maschile (M. Tirabassi e A. del Pra’, La meglio Italia. Le mobilità italiane nel XXI secolo, Torino, Accademia University Press, 2014).
Non è un mistero che paesi come la Svezia o l’Olanda presentino livelli di segregazione di genere (orizzontale e verticale) elevati, e che il paygap tra uomini e donne in Italia sia tra i più bassi in Europa (anche grazie alla scarsa diffusione del part-time femminile nel nostro paese). La differenza tra l’Italia e l’estero, semmai, la fanno le politiche di welfare per le madri lavoratrici: spesso per loro lavorare all’estero significa non essere costrette a scegliere tra maternità e lavoro. Difficile poi tornare indietro”. (aise) 

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