ANNO XI  Novembre 2017.  Direttore Umberto Calabrese

Martedì, 18 Luglio 2017 00:00

L’amore assoluto

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In quei giorni, sorse sull'Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E disse al suo popolo: "Ecco che il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di noi. 


Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese". 
Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. 
Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d'Israele. 
Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d'Israele trattandoli duramente. 
Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza. 
Allora il faraone diede quest'ordine a tutto il suo popolo: "Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia". 

Salmi 124(123),1-3.4-6.7-8. 
Se il Signore non fosse stato con noi, 
- lo dica Israele - 
se il Signore non fosse stato con noi, 
quando uomini ci assalirono, 
ci avrebbero inghiottiti vivi, 
nel furore della loro ira. 

Le acque ci avrebbero travolti; 
un torrente ci avrebbe sommersi, 
ci avrebbero travolti acque impetuose. 
Sia benedetto il Signore, 
che non ci ha lasciati, in preda ai loro denti. 

Noi siamo stati liberati 
come un uccello dal laccio dei cacciatori: 
il laccio si è spezzato e noi siamo scampati. 
Il nostro aiuto è nel nome del Signore 
che ha fatto cielo e terra. 



Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 10,34-42.11,1. 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. 
Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: 
e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa. 
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; 
chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. 
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. 
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. 
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». 
Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città

-chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me-.

L’Amore assoluto è una spada acutissima che discrimina con precisione il dettaglio fino a raccogliere poi misteriosamente tutti.

–Io non sono venuto a portare la pace beota, ma quella consapevole ed armonica. La mia pace separerà il figlio dal padre e la figlia dalla madre, cioè da genitori attaccati ad usi e riti non cristiani- ma non solo antichi. Chi penserà al paganesimo antico fa bene solo se non mancherà di riconoscere il trumpismo, descritto ieri da Alberto Melloni: “No alla destra integralista” quell’affondo contro Trump ispirato da papa Francesco [in la Repubblica, domenica 16 luglio: 14]. 

La croce tòccata a me è l’Amore assoluto di Quello andato a morire sulla Croce senza colpa, con la possibilità di distruggere con un pensiero i suoi crocifissori. Amo Gesù Cristo. Perciò amo tutti coloro che subiscono la stessa sorte senza il potere di opporsi. E, con fatica, riesco ad amare persino i persecutori. Perché Lui lo vuole.

Amo e pratico l’amicizia. Proprio quella creduta e praticata dal re zumero Bilgamesh [notorio Ghilgamesh], perché l’amore per Enkidu, il selvaggio, era amor di d(i)u-terraki-Signoreen.

Amo e pratico la parola zumera, inim, gioisco di imin. Sono arrivato a riconoscere innin. Certo, è un nome più recente di Inanna, la dea zumera degli archetipi. Ma, significa anche ‘correntein terrorenin’ nei nostri nemici, perché il potere è con noi. Il terrore assoluto nei nostri nemici sarà grazie a Nin.nu.am, il cinquantesimo nome del dio dei venti, che irride tutti i latinisti incapaci di leggerlo in L di Lil, circolo di Il, il più antico nome di Dio, lil del Vento.

E l’amor di Dio, del Figlio che si è lasciato crocifiggere per attrarre tutti quelli che restano commossi da questo uomo, che arriva felice e sudato per aver lasciato indietro gli apostoli in una corsa nella prima pellicola del Vangelo secondo Matteo del profeta laico Pier Paolo Pasolini, che voleva descrivere la sua umanità. PPP ha capito perfettamente il potere:

23 Aprile 2016
 

Nel giorno dai quattrocento anni della morte di William Shakespeare [che osservo 23 aprile come la sua nascita], ricordo un commento di Pier Paolo Pasolini al suo sonetto 94 che ha segnalato il potere.

Coloro che hanno il potere di ferire e non fanno nulla,
coloro che non fanno ciò per cui a tutti sembrano nati,
coloro che turbano gli altri, restando loro di pietra
freddi, immobili e totalmente insensibili,
essi giustamente erediteranno le grazie del cielo,
e non sprecano le ricchezze della natura.
Essi sono padroni delle loro espressioni,
gli altri non sono altro che servitori della loro magnificenza.
Il fiore estivo è caro all’estate
sebbene per se stesso esso viva e muoia,
ma se quel fiore viene contaminato da una malattia,
la più vile erbaccia supera il suo valore
poiché le cose più dolci diventano più aspre a causa delle loro azioni
e i gigli marciscono più velocemente delle erbacce.

Questa freddezza fotografa il potere in forma apocalittica.

Coloro che turbano gli altri con la corruzione perché possono ferire i corrotti con le leggi ma non fanno nulla per rendere attivo l’articolo 49 della Costituzione e restano di pietra anche davanti alle critiche dei magistrati, padroni delle proprie liturgie, sono erbacce destinate a marcire.

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