ANNO XIV Luglio 2020.  Direttore Umberto Calabrese

Lunedì, 10 Agosto 2015 08:52

I tarantini hanno fatto karakiri del proprio passato, ora i nipoti dei nipoti si ribellano

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L’isola che volete, dice qualcuno, ed è meglio di chi sbuffa l’isola che vogliono, quasi per gufare contro, ancora meglio di chi scrive l’isola che non vogliamo – descrivendo carenze che fanno parte dell’agire - chi fa talvolta sbaglia – anche se l’intervento del Comune stavolta pare abbia peggiorato la qualità, mentre i giovani e meno giovani che si ritrovano nella città vecchia spingono a che si dica la vogliamo, come auspicio comunitario.

Una rigenerazione urbana che intanto tocchi le sinapsi. Poi si vedrà. 

Per decenni studiosi tarantini e non, nei ricorrenti convegni di studi sulla Magna Grecia, hanno tentato di immaginare la vera topografia greco-romana che pensiamo che sia ancora da scoprire, al di là di immagini suggestive di chi sogna a occhi aperti, dopo le continue distruzioni causate da eventi storici e soprattutto dalla cecità degli uomini. I tarantini in primo luogo. Ma rispetto alle origini ha senso discutere dei miti? Sì, Taras e Falanto sono leggende, siano greci di Creta o espulsi da Sparta i nostri progenitori, cosa cambia? Forse è meglio parlare di Magna Grecia, così non facciamo incazzare gli “storici”.

Anche se, diciamolo, il mito è sempre affascinante e nelle fresche serate estive a Saturo perché non parlarne? E poi che i figli di Sparta venuti dopo e quelli di Creta che c’erano prima, vivessero insieme vuol dire grande spirito greco comunitario che nel 342 a.C. fece venire il Re spartano Archidamo a difendere la città dai lucani. Ogni riferimento al presente, rispetto alle performance del pediatra ve le risparmio per non fare satira. Il tema è davvero un altro.

Gli studiosi si sono sempre scontrati nel corso degli anni tra chi ubicava la città nell’isola e chi, elogiandone il grande sviluppo come città greca dei primi secoli - dopo le iniziali schermaglie con Messapi e Peucezi - si diffondeva nell’odierno Borgo, verso il Salento. O almeno così pare visto che ci resta il culto dei morti con tombe che si trovano diffuse anche lontano dal Borgo. Secondo gli studiosi questa città arrivava fino all’attuale Via Leonida – che segna attualmente la fine del quartiere Borgo -  proprio dove ora c’è l’Arsenale.  Per la sua protezione la città – che nel 425 a.C. si era espansa politicamente fino a Eraclea, avamposto militare – si cinse con mura in blocchi di carparo squadrati di dodici chilometri.  (Nella foto via Pusterla Via Nuova ricostruita in un plastico mentre ora è puntellata) 

Cosa resti di queste mura in parte le troviamo di fronte al mercato di Via Lucania in Corso Italia, senza un cartello. Ma la sostanza storica, se vogliamo, la riporta lo studioso Gagliardo, citato da Giacinto Peluso nella sua Storia di Taranto. “Non c’è certamente una città che sia interamente sparita dalla faccia della terra quanto Taranto”. E che sia città sparita è anche legata al ruolo dei tarantini. Pensate al grande Archita che nel suo settennato fa di Taranto una città greca, non spartana, che brillava in democrazia, che i suoi contemporanei dicevano che addirittura eguagliasse Atene per la bellezza dei suoi monumenti, una statua di Giove pari al colosso di Rodi di quaranta metri che oggi sono un palazzo di 14 piani. E poi templi, fori, vestiti, fogge, dominazione sulla Puglia, commercio con Istria, Grecia, Africa…tutto questo suscita contro Archita non l’amore del suo popolo, ma l’invidia dei malevoli, per cui è costretto a fuggire e morire in esilio. Questo il primo karakiri dei tarantini, tranne poi a pentirsi. Come fu per il santo Patrono, per secoli dimenticato, poi recuperato. Ebbene se un fulcro storico deve essere ripreso è certamente Archita il grande tarantino – greco che la storia e non il mito ci consegna. Per il resto va fatta una rivoluzione culturale che riguarda la mentalità tarantina che, rispetto al volger dei tempi, ha distrutto, ha coperto ogni cosa.

Dov’è finito il grande colosso di Giove? Probabilmente distrutto nei primi scontri, non coi romani che dissero: “lasciamo ai tarantini l loro dei irati”, ma i turchi. Quello di Ercole fu fuso per recuperare il bronzo. Restano le colonne del tempio di Nettuno, i resti di quello di Venere sotto la chiesa di Sant’Agostino cosa che fa pensare che tutte le chiese cristiane siano state costruite sui templi pagani delle diverse divinità. Di quel mondo greco restano ipogei che assumono una sorta di collegamento con quel passato. E poi agorà, teatro, e tanto sotto come scrive nel suo libro: “il Borgo prima del Borgo” Nicola Cippone

Ma le mura greche? Furono utilizzate per fare il castello aragonese e parte del molo. Perché i ruderi rimasti dopo la distruzione della città da parte dei Saraceni alla fine del primo millennio dovevano essere pietre. Ma perché altrove le pietre sono oggi storia e a Taranto no? Questa è la domanda alla quale va data una risposta.  Anche nel corso dei secoli successivi al mondo greco distrutto dai romani e dai Saraceni  Per esempio, il principe Raimondo Orsini del Balzo (1339), autore del monastero santa Caterina a Galatina, ancora oggi è monumento di insigne valore artistico valore spirituale, anche dell’attuale palazzo ducale di Martina Franca sorto come castello di difesa, sede di un fiume di turisti in questi giorni per la mostra delle suppellettili dei duchi. A Taranto nella revisione delle opere fortificate il Principe dispose la costruzione di una grossa torre quadrata denominata la “cittadella” all’estremità delle mura, nei pressi di Porta Napoli. Torre che nel 1884 per la criminale incomprensione degli amministratori dell’epoca venne abbattuta.  Ecco questo è il senso di questo articolo, fare ammenda di una incultura che di generazione in generazione ha portate alle scelte degli ultimi 60 anni che su quel passato ha voluto mettere una pietra tombale di acciaio di qualità.

 

Eppure vi sono state, da Archita in poi intuiti positivi che si sono fatti avanti, l’ultimo l’ho raccontato nel mio blog, ed è la vicenda della tramvia, che oggi a Londra, come a Roma, è il fiore all’occhiello di quella che si chiama metropolitana di superficie. Un’altra storia, di quelle che mostrano come la molle tarentum, passa al futuro distruggendo le proprie risorse del passato per incapacità politica delle sue classi dirigenti. Raccontata nel libro di Oreste Serrano “Storia del trasporto urbano della città di Taranto dal 1885 ai giorni d’oggi”. Dal 1883 al 1920 si discusse come e dove farla. Alla fine parti con la linea 1 dall’Arsenale alla Stazione, e la linea due che partiva da Via Cesare Battisti.

 

Ecco come ripoto nel blog: “I politici continuarono a fare politica, dimostrando quando poco interesse avevano per questa tramvia che al­cuni intraprendenti cittadini vollero per forza farla approdare nella loro città.  La nostra tramvia non funzionò come era nei programmi, priva di ogni supporto finanziario; e proprio di questo nessuno volle addos­sarsi l’onere del pur minimo contributo, essendo stata la Società d’oltre Manica. E ciò pesò abbastanza sulla vita della tramvia. Ma ancora più penoso fu il suo smantellamento, tanto rapido da la­sciare il sospetto tra gli Amministratori locali di un suo subitaneo sbarazzamento. I pali tubolari Mannesmann furono venduti a ferro vecchio e smantellati dalla Ditta del Sig. Francesco Baratta di Taranto (questi pali furono rivenduti ad altra ditta dell’Italia settentrionale e messi in servizio presso qualche altra tramvia).

Le rotaie furono tolte, quelle che lo poterono essere, mentre le altre sono ancora seppellite sotto l'asfalto. I tram, secondo il contratto di risoluzione, rimasero di proprietà inglese, al contrario di tutto il resto, e furono abbandonati presso la Do­gana del Porto Mercantile, e lì per molti anni rimasero in attesa di una eventuale rivendicazione inglese o al più romana. Dato poi il loro stato di precarietà nessuno avanzò proposte di acquisto. Poi senza che nessu­no si ricordasse di loro, forse perché memori di un periodo poco felice della nostra storia e di trasporti, furono acquistati dalla Ditta del sig. Zigari, rottamati e demoliti sul posto.

 

Di essi oggi rimane solo il ricordo di chi fu solo testimone della loro vita, e anche attraverso qualche fotografia scattata dai fotografi locali, mentre nulla è stato conservato di tutto quello che era il corre­do tecnico-documentario di proprietà dell’Azienda.

Storicamente questi trams oggi avrebbero avuto una grande im­portanza, poiché erano e sarebbero stati unici al mondo per le loro ca­ratteristiche vincolate a quelle del Ponte Girevole.

Oggi che con la crisi energetica e con il problema dell’inquinamento e dell’alto costo del trasporto passeggeri con autobus, si ritorna a parlare dell’uso del tram e anche del filobus, questa rievocazione stori­ca spero possa servire a un ripensamento ed ad una inversione di ten­denza nel sistema dei trasporti anche della città di Taranto”.

E noi concludiamo dicendo che tale storia rammenti che non esiste una politica che valga per sempre se si fregia di tali scempi e tali errori. 

 

 

Ho voluto ripescare questo contributo per dire, in conclusione, che dobbiamo smetterla di fare karakiri come nel passato, e le iniziative come l’isola che vogliamo” vanno salutate con grande simpatia e riportate come vulnus positivo nella massa grigia della pigrizia di generazioni fallite, come dice Gaber in una sua bella canzone. Più che a Sparta - anche se ogni partenza è giusta -  ripensiamo a Archita che di quel mondo greco è il massimo rappresentante ed è nostro, indigeno, e per risarcire la sua memoria restauriamo quel palazzo dove c’è (o c'era?) il Liceo Archita, dove gli antichi dicevano ci fosse il Ginnasio edificato proprio dal grande stratega jonico. Sarebbe davvero una rinascita.

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