ANNO XIV Maggio 2020.  Direttore Umberto Calabrese

Lunedì, 18 Dicembre 2017 08:41

Palagianello (Taranto) - 15 anni fa la raccolta differenziata la portammo al 78%!

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2002 - Il sindaco di Palagianello dell’epoca, On Paolo Rubino, mi chiamò per affidarmi l’incarico di seguire il comune per promuovere la raccolta dei rifiuti porta a porta. Era il 2002 e in Puglia solo un comune leccese l'aveva avviato.

Quello che spesso sento dire, quando parlo di questa modalità, ma quanto personale ci vuole per bussare in ogni casa? Come se dovessimo tornare indietro al "mundezzaro" che sale le scale. Segno è che va fatta una opportuna valutazione volumetrica delle dimensioni urbane. Un conto è una grande città, un conto è un piccolo comune.  L’esperienza di Palagianello, dimostrerà che è solo una diversa e più efficiente modalità che s’ottiene con la collaborazione dei cittadini. Innanzitutto presi conoscenza della situazione di partenza. Nel comune (di circa 8 mila abitanti) c’erano 100 cassonetti per la raccolta dei rifiuti per la discarica e una serie di campane e cassonetti per la raccolta differenziata che erano gestiti da una ditta " specializzata" nella raccolta di queste frazioni, la Serveco.  Gli operai del Comune si occupavano della gestione dell’igiene urbana, dallo spazzamento stradale al prelievo serale dei rifiuti solidi urbani con il compattatore. La raccolta differenziata era al 2% su base annua. Quello che ho rimproverato ai Comuni di servirsi di queste imprese solo per avere la patente, per essere inseriti nel quadro nazionale del Conai, a prescidere dalla velocità e dal tipo di cilindrata posseduta. 

Quindi su un totale di tremila tonnellate di rifiuti prodotti dai palagianellesi ogni santo anno, solo sessanta tonnellate prendevano la strada del recupero. Per questa finta raccolta differenziata, l’impresa che se ne occupava aveva un guadagno annuo di 49 mila euro. Insomma i cittadini pagavano più di ottocento euro a tonnellata per la differenziata a fronte di un costo di discarica che era meno di cinquanta euro. Pagare di più per essere sporchi. Tutti sanno che il cassonetto attira quel disordine collettivo che crea discariche ad ogni angolo, per cui l’obiettivo che ci ponemmo era proprio di togliere questo manufatto dalla strada. Una rivoluzione.
Ricordo le riunioni piene di fumo di sigaretta della giunta comunale, alla quale ero invitato per esporre il programma. Si trattava di procedere per tappe per introdurre un cambiamento di stile di vita nei cittadini. La raccolta porta a porta non può essere imposta, non funziona in questo modo. Perché se il cittadino non separa in casa, non si raccoglie materia da riciclare, ma solo spazzatura per la discarica separata in diverse buste, quindi alla fine si farà tanto rumore per nulla.
C’era un clima favorevole che era dato dalle mobilitazioni dei comitati civici contro il pericolo (scongiurato) di una discarica fuori porta. E così la prima iniziativa fu una gita di quei comitati con gli amministratori del comune verso il Comune di Melpignano (Le) - il comune della 'Taranta' - dove avevano tolto i cassonetti e avviato il porta a porta. Lo scopo era l’emulazione e il confronto con una realtà simile della stessa regione.
Il primo programma era innanzitutto culturale, diffondere la notizia, discuterne con i cittadini. Si iniziò con interventi in tutte le scuole, classe per classe, con le lezioni che illustravano il ciclo dei rifiuti e il progetto del Comune. Ecco la differenza con gli interventi che generalmente si portano nelle scuole: sviluppare una sensibilità culturale verso una modalità di raccolta che si realizza concretamente fuori della scuola e nelle famiglie, quindi che non resta chiusa nel paradigma scolastico.
Questa prima iniziativa, che occupò circa un mese di attività, serviva a far passare la notizia tra le famiglie degli studenti. Nel programma successivo sarebbero stati i commercianti ed artigiani ed essere coinvolti. Perché a differenza delle famiglie, il settore produttivo del paese ha delle esigenze particolari che sono da interpretare e da considerare nel progetto. Problemi di spazi, dove tenere i contenitori, tempi di svuotamento e separazione dei rifiuti.
Domande alle quali occorreva rispondere. Come quella di un barbiere che mi chiese di botto " mi dica professò, ma i capelli sono da mettere nell’organico?"
Riprendendo dalla domanda del barbiere: i capelli vanno nell'indifferenziato. Perché non sono facilmente biodegradabili e poi perché sono il ricettacolo di tutti i veleni ambientali che trasportiamo con la nostra capoccia.
Il comune mi diede un ufficio sulla piazza principale del paese e da lì cominciai un semestre di passione cercando di parlare con tutti i cittadini del paese. Nel frattempo era nato un comitato di sostegno alla raccolta differenziata. Si trattava di opinion leader che conoscevano il paese: un ex direttore di banca, un professore di lettere in pensione dopo aver perso la vista, il dirigente di una associazione di volontariato, ecc. Il comitato si riuniva periodicamente valutando con me l’avanzamento del progetto.
Si dovevano fare i conti con la mancanza di risorse del Comune. Pertanto, fidando solo su un piccolo prestito istituzionale della Cassa Depositi, tutto avrebbe dovuto realizzarsi in economia. Attrezzai un piccolo modulo formativo per i dodici dipendenti del comune che avrebbero svolto il servizio di raccolta. Anche l’ufficio tecnico doveva avere e darmi le proprie informazioni. L’ufficio anagrafe mi diede l’elenco di tutte le famiglie e comincia a valutare tutti i dati: le case unifamiliari e i condomini, gli esercizi commerciali e gli uffici pubblici e privati ivi comprese le scuole. Una analisi demografica, urbanistica e volumetrica.
Nel frattempo montò la polemica politica. C’era il partito dei "cassonetti" che era sceso in campo. La cosa veramente antipatica è l’agire sul disagio dei cittadini. Lo sforzo della comunicazione verte proprio sul fare emergere la responsabilità condivisa delle persone per renderle partecipi e protagoniste in uno sforzo collettivo. Ma se questo viene sottolineato come disagio, fatica inutile, la frittata è fatta. Quello che inizialmente doveva essere un dialogo diventò una guerra di parole, comizi e contro-comizi, una parrocchia a destra ed un’altra a sinistra. In un paese che viveva di pane e politica, il bar diventava il crocevia delle discussioni: " dove me li tengo gli avanzi di pesce a casa?" soleva dire un inquilino molto ben informato sulla polemica montante.
E si! c’era il problema del pesce, delle bucce delle angurie che sono voluminose rispetto al contenitore previsto per l’umido, ecc.
Il comitato a sostegno divenne una sorta di marchiano centro di pettegolezzo su tutto quello che si diceva nel paese, a loro affidavo le mie risposte da far passare sui punti di crisi. E così occorreva consigliare al riottoso uomo del pesce, di mettere gli avanzi in una busta biodegradabile e poggiarli nel freezer per far sparire gli odori, a quello dell’anguria di fare pezzi piccoli e pazientare.... L’estate si raccoglie l’organico un giorno sì e uno no.
Di fronte a tutto questo, il sindaco, una sorta di baffuto Peppone senza don Camillo, si metteva le braccia intorno ai fianchi e soleva dire con un francesismo d’ancien regime. " a la guerre comme a la guerre!!
Il clima incandescente suggerì di alzare il tono ed entrammo nella parte più culturale del programma: i convegni. La polemica su porta a porta si e no, aveva comunque contribuito a diffondere il messaggio: nel paese non si parlava d’altro. Una comunità che parla è sempre una comunità viva. Un primo successo
Il primo appuntamento fu l’incontro con il Comune di Melpignano ed il suo famoso sindaco della notte della Taranta, che avevamo incontrato a casa sua. Presentarono un filmato dove spiegavano come si svolgeva la raccolta porta a porta, " più facile a farsi che a dirsi" diceva il sindaco descrivendo la civile risposta dei cittadini.
Il dado era tratto ed eravamo nella parte progettuale vera e propria del percorso, l’approvazione del piano di fattibilità che avevo redatto. Eravamo nel mese di febbraio e si trattava già di definire lo start up della raccolta. Si pensò Maggio. Mamma mia! troppo presto! C’era da fare il bando per le attrezzature: occorrevano due mezzi a vasca per la raccolta, un camion porta cassoni, le buste biodegrabili per tutte le famiglie e commercianti per la raccolta dell’organico, bidoni carrellati per i condomini per le diverse frazioni, il bidoncino per il vetro per le famiglie, 10 scarrabili di diverso colore, la stampa delle istruzioni per l’uso, un eco-calendario per i giorni di raccolta. Poi bisognava allestire un ecocentro. Dove farlo?
In una riunione della giunta si pensò all’ex macello che si trovava a poche centinaia di metri nella periferia nord del paese. Quando lo visitammo era in condizioni pietose: una discarica a cielo aperto.
Era una area di poco più di 2000 mila metri quadri, con una costruzione al centro ed altre lungo il confine estremo. Nella parte anteriore all’ingresso c’era una abitazione del custode (abbandonata) ed altri locali per la pesa ed attrezzi.
Si trattava di abbattere la costruzione centrale e spianare l’area con un pavimento industriale, fare le griglie per la raccolte delle acque piovane, ripristinare i locali con bagni e docce e restaurare la casa del custode con l ’annesso giardino. Per tutto questo dovevo tenere conto che il Comune disponeva di solo 150 mila euro. Se pensavo che il comune di Melpignano aveva ottenuto dalla Regione, due anni prima, un miliardo e mezzo di lire, pur facendo i conti con il cambio dell’euro, mi mordevo la lingua. Non era invidia, solo frustrazione mista a rabbia perché i finanziamenti pubblici non ci sono quando veramente servono.
Alla fine nel piano esecutivo il totale del bando pubblico era di 141 mila euro. Un miracolo della sobrietà e della pazienza a ricercare i prezzi migliori nel mercato.
La sera quando rientravo costeggiavo parte del burrone. Il paese con le sue luci appariva come un presepe sulla cresta dell’onda cupa della gravina. Sovrastava il Castello medioevale sui declivi. Il vecchio macello costeggiava il dirupo con le sue mura alte e tetre.
Da vecchio luogo di morte ora stava per risorgere a nuova funzione: dare nuova vita ai materiali inerti ed agli scarti biologici, quasi per una sorta di legge di contrappasso, come direbbe Dante.
Fatta la gara per le attrezzature e la riconversione dell’ex macello in Ecocentro, la campagna entrò nel vivo e anche la polemica. Erano passati già quattro mesi e la parte finale era un crescendo di eventi.
Bisognava portare l’esperienza all’esterno. Qui si giocava il ruolo dei mass media. L’occasione fu l’evento culturale più importante: una giornata nazionale di studio sul tema della raccolta differenziata presso il prestigioso Castello Caracciolo di Palagianello. Relatori importanti: il Comune di Torre Boldone in provincia di Bergamo portava la sua esperienza qual primo comune riciclone d’Italia, poi c’era la Meta di Modena che spiegava come si fa impresa sui rifiuti, il Conai, la Legambiente, il commissario per l’emergenza campana, l’Università, le istituzioni.
Un dibattito che contribuì ad elevare il tono anche se le polemiche non mancavano. Ma oramai il treno era partito. Si era stabilito il 23 giugno come data di avvio.
Sui cassonetti avevamo messo un adesivo con su scritto: " dal 23 parte la raccolta porta a porta ed io non ci sarò più".
Con l’ausilio del comitato di sostegno organizzammo una presentazione itinerante nel paese con la proiezione di un audiovisivo che illustrava le modalità della raccolta porta a porta. Le facevamo al fresco delle serate di maggio, proiettando sulle facciate bianche delle case del borgo vecchio e sui palazzi della parte nuova del paese. I cittadini abituati a stare fuori casa al fresco, si mettevano in posa come se fosse un cinema all’aperto. Una domenica sera la proiezione si fece in piazza con l’amplificazione e la distribuzione di volantini.
Con l’assessore che si occupava del personale studiammo il percorso dei mezzi e la distribuzione oraria degli operatori. Due raccoglitori ed un autista per mezzo, quindi in tutto 6 persone alla raccolta, uno fisso all’eco centro, un altro addetto al trasporto dei camion con gli scarrabili. Quindi otto alla raccolta e degli altri quattro, uno addetto alla raccolta dei rifiuti dei commercianti, i restanti allo spazzamento ed alla copertura delle assenze.
L’ufficio tecnico doveva essere attrezzato a seguire le convenzioni con le sei filiere del Conai, e poi le fatture ed i contratti con gli impianti di destinazione dei materiali: le frazioni di imballaggio all'impianto di selezione di Taranto, gli ingombranti nel centro di recupero di Crispiano, l’organico nell'impianto di compostaggio di Ginosa, il vetro veniva a prenderselo una vetreria di Trani, i mobili ed il legno presso un centro di riciclo di Monopoli, i rifiuti pericolosi affidati una azienda di Taranto. L’impiegata Rosa che subiva le mie pressioni mi guardava sconsolata... prima aveva solo a che fare con la discarica.
Una settimana prima della partenza si organizzò l’inaugurazione dell’ecocentro con la presenza del vescovo e degli altri sindaci dei comuni viciniori. La vigilia il Sindaco si immerse in una riunione con le casalinghe del comune e ne uscì malconcio. D’altra parte sono loro che in casa devono separare i rifiuti, soprattutto della cucina, e l’incontro s’era incentrato più sul maschilismo imperante che sul dare il consenso o meno al progetto del Comune.
Nei giorni seguenti la polemica divampò sull’ecocentro appena costruito. Una consigliera di opposizione per alimentare un contenzioso già avviato dalla Provincia (che aveva già inviato la polizia ecologica sul Comune a prendersi i documenti) s’era recata all’ecocentro per fare delle foto. Redarguita da un dipendente che la invitava a non fare foto, lei pare rispondesse in modo offensivo e razzista all'operaio tunisino. Di qui la bagarre politica, la polemica e alla fine le querele. Per dirimere la parte tecnica, mi recai presso l’Assessorato regionale e chiesi di emanare una lettera che chiarisse alle autorità preposte al controllo che, per quella struttura, non occorresse alcuna ulteriore autorizzazione.
Si era arrivati alla fine del programma preliminare. Si attrezzò, grazie ai volontari, la fase di consegna dei kit personali per la raccolta a tutte le famiglie ed ai commercianti del Comune. Il kit era composto da un secchio giallo (per il vetro) di 20 litri; dentro c’era una bio-pattumiera per l’organico, poi le buste in mater bi per l’organico, e quelle per la plastica e metallo. In più una lettera del sindaco. I buontemponi dicevano che la lettera del primo cittadino si trovava già nella spazzatura.
Il 23 giugno 2003 durante la notte sparirono i cassonetti ed alle 4 del mattino partì la raccolta porta a porta dell’organico e nei giorni successivi delle altre frazioni. Dalle 4 alle 8 di mattina, il paese era pulito e libero ....dai cassonetti.
Alla fine della settimana la percentuale era già del 62%, nel primo mese si stabilizzò al 78%. Il paese aveva risposto.
Nel mese di Novembre, (era già passato un anno dall'avvio del progetto) il Comune mi chiamò perché a Roma, la Legambiente ed il ministro Matteoli, consegnavano alla città di Palagianello l’attestato (menzione speciale) per il miglior avvio di raccolta, nella manifestazione nazionale dei Comuni Ricicloni 2003.
Chi pensa che la raccolta differenziata si faccia in cento giorni dovrebbe rileggersi questa storia e poi guardarsi allo specchio e farsi una pernacchia professionale, come insegnò il grande Eduardo in un celebre film.
 
Postum scriptum - Nel 2003 avvenne che il centro destra che governava Regione, Provincia e comune di Ginosa, fece di tutto per chiudere l'impianto di compostaggio di Ginosa e quando arrivo al governo di quel comune rimise i cassonetti.  Dopo dieci anni un assessore mi contatto per capire come fare per la raccolta dell'organico...

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