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Martedì, 06 Marzo 2018 00:00

Zohar, il libro della saggezza della qabbalah

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L’esplorazione della qabbalah iniziata con Gershom Scholem il 24.02.18[1] e proseguita il 2.03.18 con ironia[2], ironicamente continua con Zohar.

Attenzione! Sono un cristiano credente, consapevole che Gesù evitò di scrivere alcunchè e trasmise il proprio pensiero attraverso quattro evangelisti. A parer mio questa è già una prova evidente di esser figlio di Dio: non scrisse personalmente nulla [diversamente da Maometto] perché la parola doveva venir espressa oralmente. Perciò la seguente riflessione di Scholem sulla priorità assoluta da dare alla tradizione orale è tutt’altro che peregrina.

Carattere della conoscenza nella Qabbalah la Torah è il medium in cui ogni essere conosce.

Il simbolismo dello ‘specchio luminoso’, applicato alla Torah dei cabbalisti, è in tal senso emblematico. La Torah è il medium nel quale si specchia la conoscenza: uno specchio opaco, come comporta la natura stessa della tradizione, e tuttavia splendente nella purezza della dottrina ‘scritta’, quella che non può essere applicata. Essa infatti può essere applicata solo se diventa ‘orale’, cioè tramandabile. La conoscenza è il raggio lungo il quale la creatura cerca, partendo dal suo medium, di risalire alla propria scaturigine – e tuttavia restando inevitabilmente nel medium perché Dio stesso è Torah, e la conoscenza non può uscirne. C’è un senso di infinito sconforto in quelle pagine dello Zohar nelle quali si enuncia il carattere non oggettuale della conoscenza suprema. La natura del medium posseduta dalla conoscenza è una domanda che ha il fondamento in Dio, ma una domanda che non ha risposta. Il ‘chi’ è l’ultima parola di ogni teoria, ed è abbastanza sorprendente che essa possa andare tanto oltre, procedendo dal ‘che cosa’ cui resta legato il suo inizio[3].

Tuttavia, lo Zohar[4], il libro della saggezza della qabbalah, sembra proprio tradurre zumero zu.har.

zu, su2

n., wisdom, knowledge.

v., to know; to understand; to experience; to be familiar with; to inform, teach (in maru reduplicated form); to learn from someone (with –da-); to recognize someone (with –da-); to be experienced, qualified.

possessive suffix, your (singular).

pron., yours[5].

zu-a

acquaintance; expert; experienced person (‘to know’ + nominative)[6].

har, hara

ring; link (in a chain); coil or spiral of silver or other precious metal than can be worn as a ring or bracelet and was used as money (cf., ara3, 5, kin2, kikken, ur5) (Akk., shawirum, ‘ring; tore for hand, foot, of precious metal’) (originally hara, ara3) [UR 5, archaic frequency] [7].

Har è l’anello, il circolo, zumero U, moderno O: il top del sacro! Fonte di ogni equivoco. Anzitutto, il bisticcio interpretativo del zumero restò avvinto a questo circolo e alla natura circolare della lingua zumera[8].

L’archetipo antico DA DUE UNO rimase incompreso ai moderni permeati dal DA UNO DUE[9].

Il medium della conoscenza mi sembra un DA DUE UNO pari al melammu:

http://www.archeomedia.net/wp-content/uploads/2015/10/Melammu.pdf

Ovvero: anche zumero me.di.um combina in altro modo i tre elementi:

  1. Di, Dio;
  2. Me, parola creativa;
  3. Mu, letta lcz –um. In dettaglio:

di (-d)

Emesal, cf. de [DI][10].

dish(2), desh

 

digir, dingir

god, deity; determinative for divine beings (di, ‘decision’, + gar, ‘to deliver’ –meglio: di, dio, gir, ‘fuoco, luce, g, andare, via, -ir’ e di, dio, in, entra, gir, fuoco andare; il dio può andare senza entrare ad indeizzare, digir, e può andare dentro nell’animizzato per portare il suo me, la sua parola)[12].

tu15…dirig

  1. [13].

 

me-lam2/lem4 [NE]; me-lem3 [LAM] (+ mu!)

terrifyng glance; splendor, radiance, awesome nimbus, halo, aura, light (myth.); healthy glow, sheen (of a person) (‘divine power’ + ‘awe-inspiring quality; to shine’)[14].

Riassumo: il zumero originò l’ebraico. È ora che esca dalle nebbie nordeuropee!

 


[1] http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=21913

[2] http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D153&cmd=v&id=21927

[3] Ghershom Scholem, Il nome di Dio e la teoria qabbalistica del linguaggio, Milano, Adelphi, 2001: 94-95..

[4] http://www.kabbalah.it/zohar.html

[5] Halloran: 316.

[6]Halloran: 316.

[7]Halloran : 110.

[8]http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D153&cmd=v&id=19089

La teoria della lettura circolare del zumero 2 http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D153&cmd=v&id=19097

La teoria della lettura circolare del zumero 3 http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D153&cmd=v&id=19120

[9] http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php%3Flev%3D153&cmd=v&id=21088

[10]John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Los Angeles, Logogram Publishing, 2006 : 42.

[11] John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Los Angeles, Logogram Publishing, 2006 : 45.

[12]John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Los Angeles, Logogram Publishing, 2006 : 43.

[13]John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Los Angeles, Logogram Publishing, 2006 : 278.

[14] John Alan Halloran, Sumerian lexicon, Los Angeles, Logogram Publishing, 2006: 172.

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