ANNO XII  Agosto 2018.  Direttore Umberto Calabrese

Giovedì, 07 Giugno 2018 04:38

Nel Venezuela di Maduro non funziona più niente

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Il Venezuela sta attraversando da almeno tre anni una grave crisi economica, finanziaria e umanitaria. Si parla spesso delle proteste contro il presidente appena rieletto Nicolás Maduro, del crollo della produzione di petrolio, del cibo, dell’energia e dei servizi di base che non riescono ad essere garantiti e dell’esodo dei cittadini venezuelani che cercano di trovare rifugio all’estero, arrivando a migliaia ogni giorno in Colombia e in Brasile, scrive ieri il giornale iltaliano Il Post.

Il Washington Post ha raccontato in un recente articolo un particolare aspetto di queste partenze di massa: la carenza, nel paese, di medici, ingegneri, lavoratori del settore petrolifero, conducenti di autobus, elettricisti. E insegnanti.

Finora circa 48 mila insegnanti – cioè il 12 per cento di tutto il personale delle scuole elementari e superiori a livello nazionale – risultano assenti. Per Se Educa, un’organizzazione locale che si occupa di educazione, la maggior parte di loro si è unita a tutti quelli che hanno lasciato il paese per sfuggire alla carenza di cibo. Nella scuola elementare Aquiles Nazoa di Caracas, ad esempio, un insegnante è andato in Cile, già un anno fa, un altro in Perù, un altro ha raccontato di essere in partenza per l’Ecuador.

La preside Deliana Flores, scrive il Washington Post, ha provato a trovare dei sostituti qualificati, ma non ci è riuscita. Quando gli insegnanti se ne vanno, alcune classi rimangono per diversi mesi senza fare lezione e a Flores non è rimasta altra scelta che cercare volontari non pagati e cioè le madri dei bambini stessi. Ma la situazione non è certo delle migliori: senza un vero insegnante, e senza il servizio mensa ormai sospeso nel 90 per cento delle strutture pubbliche, gli studenti non vanno a scuola e il tasso di abbandono scolastico è ormai del 50 per cento.

Vicino alla scuola elementare Aquiles Nazoa, si trova il campus dell’Università Simón Bolívar, un’università pubblica di Caracas con orientamento scientifico e tecnologico. Il campus sembra essere diventato una città fantasma. Nel 2017, 129 professori – quasi il 16 per cento del totale – hanno lasciato il posto. Il loro stipendio mensile era arrivato ad avere un valore equivalente a circa 8 dollari, a causa dell’iperinflazione. Trenta professori che sono andati in pensione l’anno scorso non sono stati sostituiti, a causa in parte della mancanza di candidati qualificati. L’università è così carente di personale che tre dipartimenti – lingue, filosofia e ingegneria elettronica – stanno per chiudere.

Non ci sono nemmeno più gli studenti: tre anni fa la facoltà di ingegneria elettronica contava circa 700 iscritti. Ora sono 196. Jesus Perez, 20 anni, è uno degli studenti che si stanno arrendendo, dice il Washington Post. Stava studiando per diventare un ingegnere informatico, ma negli ultimi sei mesi ha perso quasi cinque chili per la mancanza di cibo: «Non posso più aspettare. Devo andarmene». Andrà in Perù, un paese che vent’anni fa era molto più povero del Venezuela.

Se prima il Venezuela era un paese che attirava immigrati, dall’arrivo al potere di Hugo Chávez nel 1999 la tendenza si è invertita. Inizialmente a lasciare il paese furono i più abbienti, che a migliaia si trasferivano in altri paesi del Sudamerica o – se potevano ottenere un visto – negli Stati Uniti. Poi, con l’arrivo di Nicolás Maduro e la bruttissima piega che ha preso l’economia venezuelana, le cose sono peggiorate coinvolgendo soprattutto persone finite in condizioni di povertà. Durante i primi cinque mesi del 2018 sono scappati circa 400 mila venezuelani (secondo le stime più basse) e negli ultimi due anni l’esodo ha riguardato circa due milioni di persone. Tomas Páez, esperto di migrazione all’Università Centrale del Venezuela, ha spiegato che non si tratta solo di qualche medico che non c’è più: «Si tratta di ospedali che chiudono interi piani», per mancanza di personale.

All’ospedale pediatrico di Caracas, 68 medici – il 20 per cento del numero totale – hanno lasciato il paese negli ultimi due anni. Il reparto di cardiologia è ora aperto solo al mattino, dato che tre specialisti su sei se ne sono andati. Ci sono 300 posti da infermiere scoperti e la mancanza di personale è così grave che la struttura può gestire solo due delle sue sette sale operatorie. «Ora ci vogliono da otto mesi a un anno per avere un appuntamento chirurgico», ha detto Huniades Urbina, una pediatra.

In Venezuela manca il cibo, migliaia di persone rovistano nei rifiuti quotidianamente per trovare qualcosa da mangiare, aumentano i casi di malnutrizione dei bambini, non ci sono farmaci, si stanno diffondendo malattie come l’HIV e la malaria. Con l’iperinflazione che sale al 14 mila per cento, ora sono necessari cinque giorni di lavoro al salario minimo per comprare una dozzina di uova. Il valore degli stipendi sta diminuendo di giorno in giorno. «Se continuiamo così, il Venezuela non sarà più nemmeno un paese del Terzo Mondo», ha detto la preside Flores al Washington Post.

L’enorme mancanza di personale ha conseguenze negative su tutto: per esempio, all’interno della stazione della metropolitana di Caracas, le scale mobili sono rotte e non possono essere riparate perché non c’è più nessuno che faccia manutenzione; le biglietterie sono chiuse e le persone viaggiano senza pagare. L’anno scorso, 2226 impiegati della metropolitana – più del 20 per cento del personale totale – hanno abbandonato il proprio posto di lavoro.

Quest’anno, poi, migliaia di blackout hanno colpito il Venezuela, oscurando le città per settimane. Uno dei problemi principali è la mancanza di pezzi di ricambio importati per riparare la rete elettrica. Ma lo è anche «la partenza dei lavoratori addestrati», ha dichiarato Aldo Torres, direttore esecutivo della Federazione elettrica del Venezuela, un’associazione di sindacati. «Ogni giorno riceviamo dozzine di chiamate dai colleghi che dicono che stanno andando in Colombia, Perù ed Ecuador. Sono stati sostituiti da persone che per lo più non sono qualificate». (ilpost.it)

 

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