ANNO XII  Agosto 2018.  Direttore Umberto Calabrese

Giovedì, 02 Agosto 2018 00:00

Che fine ha fatto il carico fantasma di coltan che Maduro ha spedito in Italia

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Lo scorso maggio il presidente venezuelano aveva annunciato che cinque tonnellate del prezioso minerale sarebbero arrivate nel nostro paese. Ma nessuno ne sa niente, scrive il 30 luglio 2018 Maurizio Stefanini su il Foglio, pubblichiamo integralmente il suo articolo.

La benzina scarseggia, Nicolás Maduro ha appena annunciato un nuovo sistema di razionamento (in pratica verrà data solo a chi è fedele al regime) ma il futuro, assicura il presidente venezuelano, sarà comunque radioso. Merito di un misterioso carico di coltan diretto verso l'Italia.

Il coltan è un minerale, una sorta di sabbia nera leggermente radioattiva formata da altri due minerali, colombite e tantalite. Dal coltan si estrae il tantalio, metallo raro usato massicciamente nella tecnologia di punta. Dai cellulari ai computer passando per l’industria aereospaziale e quella degli armamenti. L’80 per cento proviene dalla Repubblica democratica del Congo, dove il suo nome è stato associato alle storie dei signori della guerra che lo fanno estrarre da persone ridotte in schiavitù. Lo scorso 10 maggio, mentre si trovava sull'isola di Margarita, Maduro aveva annunciato durante una trasmissione dell’emittente pubblica Vtv: “Oggi parte la prima esportazione nella storia economica del Venezuela di un minerale chiamato coltan e verrà esportato dal Venezuela alla Repubblica d'Italia”.

 

Dopo gli annunci di Maduro e Vielma Mora le uniche notizie ufficiali le aveva fornite il ministro venezuelano dello Sviluppo minerario ecologico Víctor Cano che, intervistato dal canale satellitare russo RT lo scorso 10 luglio, aveva spiegato che il carico era arrivato nel porto di Trieste. In un'intervista a una tv locale del 10 maggio scorso, il sindaco triestino Roberto Dipiazza conferma la notizia dell'arrivo del coltan venezuelano nel porto della città italiana: “Stiamo lavorando per portare un'azienda qui sfruttando la zona franca. Li abbiamo già portati a visitare lo spazio e abbiamo anche organizzato un incontro all'Area di ricerca e Sincrotrone (centro di ricerca internazionale, Ndr). Il contratto è stato già firmato e il ministro delle Esportazioni ha confermato che sono pronti a portare l'azienda in zona franca”.

Nel frattempo l’Opec ha comunicato che, con appena 1.531.000 barili al giorno, la produzione di petrolio del Venezuela ha raggiunto i minimi dal 1950. Nella speranza di restituire un minimo di efficienza Maduro ha messo al ministero del Petrolio e alla presidenza della società petrolifera di stato Pdvsa un generale, Manuel Quevedo. Ma anche lui ha fatto capire di non sapere letteralmente a che santo votarsi e come primo atto del suo mandato ha fatto celebrare una messa per chiedere a Dio che faccia riprendere la produzione.

Il Venezuela mantiene per ora un prezzo politico del carburante: con un dollaro se ne possono comprare 3 milioni di litri. Per molti, vista la condizione disastrosa dell'economia, una possibilità di sopravvivenza è il contrabbando con i paesi vicini. Per questo Maduro ha ordinato, dal 3 al 5 agosto, un censimento dei veicoli fatto in base al carnet della patria, tessera di accesso ai generi di prima necessità che è diventata il principale strumento di controllo sociale.

L'asso nella manica del regime sarebbe quindi la possibilità di puntare su altre risorse minerarie di cui pure il Venezuela è ricchissimo. Gran parte di questa attività è stata affidata a una Compañía Anónima Militar de Industrias Mineras, Petrolíferas y de Gas (Comimpeg) controllata dalle Forze Armate. Non a caso, nell’annunciare la partenza del carico di coltan verso l'Italia, Maduro aveva promesso che “la seconda metà del 2018 sarà nel segno della crescita economica, della stabilità e dell'aumento della ricchezza, perché abbiamo creato le basi per questo”.

Ma per ora la rivoluzione resta solo annunciata. E non è solo l'ambasciata italiana a non sapere niente del misterioso carico di colta. Anche alcuni esperti venezuelani, interpellati dal Foglio, sono piuttosto perplessi. “In nessuna nota appare il nome dell’impresa italiana acquirente, e uno studio regionale geologico della zona di provenienza non è mai stato fatto”, segnala ad esempio il geologo Noel Mariño. Mentre l’analista Daniel Valerio Gutiérrez ricorda che “in Italia non esiste alcun impianto per processare il coltan”.

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