ANNO XII  Novembre 2018.  Direttore Umberto Calabrese

Lunedì, 10 Settembre 2018 06:29

Il congiuntivo è solo un modo verbale radical-chic che si può anche non usare?

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Gli errori di sintassi dei nostri politici (nuovi e vecchi) sono all'ordine del giorno. Ma forse anche tra i linguisti sta cambiando la considerazione per il modo che ha sempre creato problemi e persino 'razzismi sociali' (da Fantozzi in poi). Un articolo di Rivista Studio 

 Il mito del congiuntivo è assai antico. È un modo verbale che scavalca le barriere della semplice pulizia linguistica per arrivare a fare la differenza in diversi ambiti. L’uso del congiuntivo vuol dire qualcosa, o perlomeno è sempre storicamente stato così. Cosa poi non si sa e non si sa nemmeno in quale punto della storia l’utilizzo di un congiuntivo, in fondo un modo verbale esattamente come gli altri, abbia cominciato a delineare differenze anche sociali. Forse perché leggermente più complesso da declinare? Può darsi, ma non è questo il punto.

Da analizzare piuttosto ci sarebbe il motivo per cui gli italiani tentano di dribblarlo che manco Cristiano Ronaldo; italiani ai quali sfugge che un modo verbale non è solo una capriola del nostro parlare fine a se stessa, ma un modo, appunto, diverso di dire una cosa diversa. Anche se non sembra.

Allora è forse proprio lì che va cercata la natura di ciò che ha reso maledetto per gli italiani il congiuntivo. Ma per tutti gli amanti del presente indicativo c’è una buona notizia. Intanto, se ancora non l’aveste capito, ormai l’efficacia del nostro parlare, e la politica ce lo dimostra giornalmente, è direttamente proporzionale alla semplicità con la quale ci esprimiamo. Una volta l’uso di ardite declinazioni verbali era anche sinonimo di raffinatezza, oggi il congiuntivo è il più radical-chic tra i modi, culturalmente quindi il nemico pubblico numero uno. Talmente antipatico che i francesi lo hanno scaricato, come se fosse un trapassato remoto qualsiasi.

La politica non ha mai avuto questo grandissimo rapporto con il congiuntivo, come ricorda Il Corriere della Sera: “Dal fantozziano «mi facci finire» di Alessandro Di Battista al «come vi sareste comportati voi se questi accadimenti avrebbero riguardato altri partiti» di Michela Di Biase fino al "come se presentassi venti esposti contro Renzi, lo iscrivessero al registro degli indagati, poi verrei in questa piazza e urlerei Renzi è indagato» di Luigi Di Maio.

Alla fine del 1997, un panettiere di nome Luigi — entusiasta sostenitore del neosenatore Antonio Di Pietro — dichiarava in un’intervista: "Finalmente il partito del popolo ha candidato un uomo del popolo. Uno che sbaglia i congiuntivi come noi".

Di strage dei congiuntivi — stavolta per omissione — è stato accusato anche Massimo D’Alema (per frasi come "io ritengo che questa vicenda dimostra che lui è un prepotente") e, in epoca di prima Repubblica, Bettino Craxi ("io penso che le nostre possibilità sono limitate"). Commentava Luciano Satta: «Il potere logora i congiuntivi di chi lo detiene».

E pensare che nell’ottobre del 1947, in una seduta dell’Assemblea Costituente, uso e significato di un congiuntivo erano stati al centro di un serrato dibattito tra Giuseppe Dossetti, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti. «Spero che il gruppo democristiano non pretenderà di farci cambiare la grammatica italiana col peso dei suoi 207 voti", tuonò a un certo punto il segretario comunista.

Ma ciò che dona al congiuntivo uno statuto speciale resta ancora il fatto di abbinarlo, nell’immaginario collettivo, alla cultura. Uno che usa un congiuntivo di sicuro non può essere un ignorante. Fino ad arrivare a quel fenomeno che i linguisti chiamano “ipercorrettismo”, ovvero in pratica l’utilizzo del congiuntivo anche quando basterebbe un presente indicativo. Che evidentemente l’indicativo non fa fine. E così, come scrive in un bellissimo pezzo Rivista Studio:

“La retorica dell’estinzione, potenziata dall’ansia da prestazione, sta portando a due effetti paradossali. Primo, il congiuntivo potrebbe addirittura espandersi, occupando nicchie nuove alle spese di altri modi verbali. Secondo, si è sviluppata una forma di irritazione verso l’interlocutore affetto da congiuntivite: fa la figura dello smanioso infiltrato che, alla cena di gala, tradisce a ogni gesto la sua estraneità a quell’ambiente. Il risultato è che un campo già ricco di polemiche e conflitti si sta arricchendo di un nuovo elemento di divisione, complicando le nostre conversazioni, e minando ulteriormente la nostra sicurezza. L’idea è semplice: il congiuntivo è difficile da coniugare, cognitivamente complesso; l’indicativo invece è facile, prevedibile. Per questo, spinti dal risparmio energetico, tendiamo ad usare il secondo al posto del primo. È una spiegazione allettante, ma subdolamente denigratoria, perché implica che l’indicativo sia una sorta di congiuntivo for dummies, un surrogato che consente di esprimere la stessa idea con meno sforzo".

"Peccato che, secondo molti linguisti, i due modi non siano assolutamente interscambiabili. Alda Mari, ricercatrice italiana del CNRS a Parigi, suggerisce che c’è una sottile, cruciale differenza tra di loro: l’indicativo serve a esprimere una propria convinzione personale; il congiuntivo suggerisce invece che ci sia una verità oggettiva, e che chi parla si stia impegnando a ricercarla. Questo, secondo Mari, ci permette di imprimere diverse sfumature ai nostri messaggi, insulti compresi. Dire credo che tu sei un cretino, ad esempio, è meno offensivo di dire credo che tu sia un cretino: nel primo caso è pura opinione di pancia; nel secondo ha il sapore agghiacciante di un giudizio supportato da alacre ricerca empirica. In sostanza: trattare l’indicativo come surrogato del congiuntivo non è solo un torto nei confronti dell’indicativo. È anche una rappresentazione errata di ciò che succede nella lingua, la cui grammatica mette a nostra disposizione sofisticate risorse per comunicare, che noi possiamo modulare in base ai nostri scopi. Anche decidendo quale modo verbale usare”.

Non disperate, ciò che attanaglia i nostri pensieri da potenziali accademici della Crusca che non saremo mai, in realtà tiene sul filo del dubbio anche i linguisti. In uno dei primi libri di Fantozzi, in quarta di copertina, si legge “Il congiuntivo è una cagata pazzesca!” e ciò dimostra, qualora servisse e crediamo di no, come il personaggio di Paolo Villaggio ancora oggi rappresenti alla perfezione l’italiano medio. (agi gabriele fazio)

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