ANNO XII  Settembre 2018.  Direttore Umberto Calabrese

Mercoledì, 12 Settembre 2018 00:00

Genealogia Democratica: 12 - la cima di Tommaso d'Aquino

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Involontariamente fu Tommaso D’Aquino, sostituendo il concetto di clementia, introdotto da Seneca, con il concetto di prudentia, cioè togliendo la discrezionalità al monarca e ripristinando la concezione sociale di equilibrio politico, fu Tommaso D’Aquino che aiutò il pensiero democratico a riemergere.

Anche qui, non si può dire che l’aquinate fosse effettivamente un democratico; ma il suo contributo fu come una corda lanciata ad un disperato, lentamente assorbito dalle sabbie mobili del logos monopolitikos. Ricevere una corda non significa salvarsi, significa potersi aggrappare a qualcosa di stabile. Sempre nel soffocante pantano di melma si resta. Tuttavia si può sperare, se quella corda resiste, di poterne uscire in qualche modo.

D’altronde Tommaso D’Aquino è noto per aver introdotto il pensiero aristotelico nella platonica teologia cattolica di Sant’Agostino. Per questo stesso motivo, forse, il beato Tommaso fu assassinato, secondo le mie personalissime ipotesi, da Francesco, vescovo di Terracina.

In ogni caso, il centro della filosofia politica aristotelica, che ritorna nella cultura occidentale, è il concetto di equilibrio. Tommaso d’Aquino ritrova l’equilibrio politico riportando la morale nella dimensione sociale, togliendola alla volontà discrezionale del potere. Dunque, proprio come la concezione aristotelica, la Politica sta a metà tra la Metafisica e la Fisica. Anzi, sta in mezzo, incastrata, integrata e per questo integra, tra l’una e l’altra. Nella Metafisica perché le virtù cardinali rappresentano ed esprimono la giustizia, che è l’unica strada – già indicata da Dante Alighieri – che ha l’uomo per raggiungere la perfezione individuale e collettiva; perché regge in equilibrio la società rendendo a ciascuno ciò che gli spetta.  D’altra parte, la politica è integrata anche nella fisica perché tutto l’universo soggiace al potere di Dio. L’universo è governato da Dio. È l’autorità divina che genera e regge ogni cosa, “in toto universo unus Deus factor omnium et rector”. Infine, per Tommaso d’Aquino, non è il Monarca che riceve la legittimazione politica da Dio per esercitare il suo potere, al contrario, è l’azione politica di ciascuno (Monarca compreso) che deve essere morale, cioè giusta, per rendere perfettibile il singolo individuo e in equilibrio la società, in modo che entrambi possano realizzare in Terra la legittimità di Dio. Fenomenologia, individui, società intere e le loro organizzazioni politiche, fisica e la metafisica morale delle loro virtù, hanno un solo fine: Dio. Questo Dio che governa l’universo che ha generato è rappresentato, non dal potere temporale di uno, ma dal fine morale dell’universo che governa che è Dio stesso. Dio è rappresentato da se stesso nella fenomenologia che Lui è.

Coloro che vedono una distanza tra il pensiero di Aristotele e quello di Tommaso, qui, sbagliano. È vero che “Aristotele fa consistere il fine ultimo dell'uomo nella theoretiké, nella contemplazione della verità”[1], mentre Tommaso attribuisce  “la suprema meta dell'uomo e la sua perfetta ed eterna beatitudine nell'al di là, nella scoperta ed amorosa visione d'Iddio”[2]. Tuttavia, sostenendo che la beatitudine è insita nella “consideratio scientiarum speculativarum”, Tommaso ammette che la legge divina si riflette sul piano della natura, sia essa ecologica, sia essa sociologica. Per Aristotele e Tommaso dunque è la fenomenologia dell’esistente[3] che conta, la cui essenza è data dalle leggi (della scienza e/o di Dio) che la generano e la governano.

Leggi.

Sono le leggi, indipendentemente se siano di Dio o della Fisica, o addirittura se Dio e la Fisica siano un tutt’uno nella Metafisica dell’esistente, sono sempre le leggi a determinare l’universo, la sua vita e la sua dinamica fenomenologica:“…lex importat ordinem ad finem active, inquantum scilicet per eam ordinantur aliqua in finem” (La legge implica un fine attivo in quanto indirizza il suo stesso ordinamento a quel fine).

Anche nella società che costruisce, con l’azione politica, è sempre la legge che regolamenta (indirizza e crea) la vita degli uomini, ma “…non autem passive, idest quod ipsa lex ordinetur ad finem, nisi per accidens in gubernante, cuius finis est extra ipsum, ad quem etiam necesse est ut lex eius ordinetur.” ( non già passivamente, cioè, che la legge in se stessa non è ordinata a quel  fine, tranne che nel  caso di un governatore in cui il fine [della legge]  è estrinseco a lui, e per il quale è necessario mettere in ordine la legge di colui che è anche lui).

La cima di salvataggio che Tommaso d’Aquino lancia al pensiero democratico è la gerarchia politica che determina la sottrazione della legittimità e della discrezionalità del potere al monarca. Prima c’è Dio, poi c’è la sua legge che è naturale e umana, ispirata alla morale e al principio di giustizia, perché poi c’è la persona a cui devono essere ordinate tutte le strutture e gli strumenti della politica: “Persona significat id quod est perfectissimum in tota natura”.

Questi soggetti istituzionali, Dio, la legge e la persona umana, sono la struttura dell’habitat, le condizioni fondamentali, appunto, il fondamento della città ideale di Tommaso, a cui devono conformarsi i due fattori connotativi della politica: l’azione, che deve essere morale per realizzare il bene pubblico e collettivo;  il potere, che deve essere esercitato con prudentia per realizzare l’obiettivo generale dell’equilibrio politico.

Che c’entra tutto questo con la democrazia e il suo pensiero?

Poco; ma quel poco però è sufficiente ad essere un appiglio.

La legittimità del potere non è data da Dio ma nel rispetto di Dio, delle sue leggi, della fenomenologia dell’esistente che Lui ha generato e che Lui, non altri, governa. La legittimità del potere non è più il prodotto di un ruolo sociale che si acquista per eredità o si conquista con forza, ma il risultato di una azione politica dell’individuo e della società, che si perfeziona tramite la morale, la giustizia, il bene e la bontà collettiva. Sono le uniche possibili condizioni della Legge di Dio, della legge che è Dio.

È l’uomo che agisce “per intellectum, cuius est manifeste propter finem operaci”[4]; non in base ad un ruolo, ma per un fine politico: “...homini convenit omnia agere propter finem”[5]. Dopo 1.200 anni, la politica torna ad essere costruita sulla filosofia pragmatica di Cicerone: tutti possono agire razionalmente nel rispetto e per realizzare ciò che è ordinato da Dio, “Sicut autem ens est primum quod cadit in apprehensione practicae rationis, quae ordinatur ad opus”[6]. Tutti possono agire per un fine, “Omne enim agens agit propter finem, qui habet rationem boni”[7], ma questo fine deve avere una buona ragione; perché la ragione pratica, cioè la politica, non può che essere fondata sull’etica, cioè su una ragione buona, “…Et ideo primum principiurn in ratione practica est quod fundatur supra rationem boni; quae est: Bonum est quod omnia appetunt.”[8]

Il potere è sottratto a chi lo esercita nel nome di Dio ed è esercitato nell’applicazione morale della legge (divina – cioè metafisica -, naturale – cioè fisica – e umana – cioè sociale - ) che serve a rispettare il nome (il fine – cioè la giustizia -) di Dio. La clementia, che è la volontà del Sovrano, diventa prudentia, che è un comportamento politico.

È forse per questo che Tommaso fu forse assassinato, dopo vari tentativi dei suoi famigliari e parenti, forse dal vescovo di Terracina, Francesco.



[1] Grabmann, La filosofia della cultura secondo Tommaso d'Aquino, Bologna, Studio Domenicano, 1931, p. 33

[2] Grabmann, cit. 1931, p. 33

[3] A differenza di Agostino per il quale conta l’essenza della fenomenologia

[4] Tommaso d’Aquino, De regimine, I, 1

[5] Tommaso d’Aquino, De regimine, I, 1

[6] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I.a, II.ae, q. I, a. I, c.

[7] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I.a, II.ae, q. I, a. I, c.

[8] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I.a II.ae, q. 94, a. 2, e. e pure I.a, q. 5, a. I, c.

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