ANNO XII  Settembre 2018.  Direttore Umberto Calabrese

Sabato, 15 Settembre 2018 05:16

Taranto – Intervista alla Dr. Manuela D’Abramo dell’Ulivo durante l’animazione di Falanthra

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La sala mensa, la dirigente Dr. Manuela D'Abramo la chiama “comunitaria”; qui, per l’occasione, è adibita a sala feste per l’animazione della onlus Falanthra; un canto corale che fa bene al cuore.

La Dr. D’Abramo compirà a breve un anno di direzione del centro Rsa "Ulivo" della Fondazione Cittadella della Carità, convenzionata con la ASL Taranto per una disponibilità complessiva di 80 posti letto; articolata su quattro moduli da 20 posti ciascuno.Una struttura sanitaria extraospedaliera la cui funzione è quella di rispondere alle situazioni di bisogno di natura sociale e di natura sanitaria tipica delle persone (soprattutto anziane) non autosufficienti o a grave rischio di diventare tali e che non possono essere seguite, per ragioni molteplici, al proprio domicilio.

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Questo è anche il senso della prima domanda che rivolgiamo alla dirigente:

«Qui accogliamo soprattutto i disabili che restano soli… »

l famoso ‘dopo di noi’ che riguarda la tutela dei disabili che perdono l’accompagnatore?», domando:

«Si», continua la dottoressa aggiungendo: «ma anche coloro che restano soli dopo aver cresciuto un’intera famiglia e non hanno nessuno che li possa accudire, anche normo dotati che sfuggono la solitudine…»

 

Come si svolge la vita comunitaria?

«Sveglia, pulizia, esercizi fisici e attività varie, abbiamo anche istituzionalizzato il Karaoke»

Ora le chiedo, quasi pensando a un’inchiesta di tanti anni fa della Cisl su: “Anziano è bello”, che affrontava il tema degli ospizi che lucravano con gli anziani, qual’ è la somma che paga l’assistito?

La Dr risponde: «Una parte viene corrisposta dall’ASL, il privato interviene per la quota relativa al vettovagliamento e servizio alberghiero.»

Le famiglie partecipano alla vita comunitaria?

«Non sempre, questo è un tema da affrontare perché è importante il ruolo della famiglia»

In effetti ciò è importante per capire che questo luogo non deve essere un parcheggio di fine corsa.

«Si, è proprio questo il senso del cambiamento che ho voluto apportare nella mia gestione; creare il senso di comunità, di vita in comune, non un segmento ospedaliero dove l’ospite si senta rispettato, trovi la dimensione della famiglia»

Certo, proprio quello che sentivo oggi a proposito della gestione dell’Alzheimer; una persona affetta da questa patologia diceva alla figlia che la visitava a Monza nella città inventata per loro, “mi sento rispettata”

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«Guardi a riprova di questo approccio le racconto una cosa che è accaduta stamattina e che mi ha sconvolta. Una signora ha portato la madre qui in un momento di sconforto perché sapeva che non la poteva più gestire, ma non voleva lasciarla, quasi distrutta da questa indecisione se ne andava via quasi fuggendo dopo averla lasciata qui. Noi abbiamo fatto comunque un percorso con la mamma che è andata sempre peggiorando. Stamane mi hanno chiamata perché la figlia voleva parlare con me. Appena mi ha vista mi ha detto: “Dottoressa mi abbracci davanti a mia madre che sta esalando l’ultimo respiro”. Una cosa straziante e commuovente, addolcita poi dalla figlia che mi ringrazia: “non avevo mai immaginato che mia madre finisse in modo così dolce, con tale assistenza e amore”. Ecco, questa cosa oggi è stata davvero importante per me.»

Che dire? L’invecchiamento degli Italiani è tema che riguarda non solo le tasche, ma anche l’accompagnamento dei nostri cari. Questo è il senso di un lavoro che sentiamo di apprezzare. Assai diverso è il giudizio che lo scrivente ha nel ricordare la sofferenza della sorella morta là nel 2004.

Il cambiamento visto ieri ci porta a ringraziare la Dr Manuela D'Abramo per la sua dedizione che ben risponde a quella Carità che è nel logo aziendale.

Intanto dalla sala s’irradia la musica della prof. canterina Elena Manigrasso, con gli intermezzi di Cesare Natale e Daniela Lelli. Sulle onde sonore de: “Na sere è maggio” al “si te parlo non rispunne”, un ospite in carrozzella, buttando le mani avanti, proferisce qualche incomprensibile parola e si mette a piangere, come se volesse cogliere la mia attenzione sulla sua commozione, mi osserva scuotendo leggermente il capo. Più tardi la Dr. D’Abramo mi dirà: «è da alcuni mesi qui e non parla perché affetto da una profonda afasia» Ecco come può la potenza della musica arrivare all’animo lacerando ogni alterazione della mente, attivando un ricordo, un’emozione, un pezzo di vita, un amore che non c’è più e come nella canzone che stiamo ascoltando il mare raccoglie il suo effluvio che aleggia fra noi, mentre l’afasico si asciuga le lacrime.

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