ANNO XV Marzo 2021.  Direttore Umberto Calabrese

Domenica, 13 Settembre 2015 08:49

La Croce Insanguinata di Roberto De Giorgi

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L'anteprima pubblicata da Google libri la mettiamo anche nel giornale per offrire ai lettori questa lettura per coinvolgerli nella narrazione

Erano passati vent'anni, dal 1925, da quella meravigliosa avventura negli scavi delle scuderie di Re Salomone. Ero stato in guerra, richiamato dalla riserva e impegnato nella parte finale del secondo conflitto mondiale. Mi trovavo in Italia nella base Usa in Campania, a Napoli. Sam si era gettato anima e corpo nel giornalismo free lance, lavorava col New York Times e continuava a fare reportage: ora di guerra. Era anche lui nelle armi, continuava a scrivere i suoi servizi, accompagnati da foto e piccoli video per la televisione. L’ultima volta che l’ho vidi fu proprio alla fine della guerra, e quando ci incontrammo, fu davvero una festa: non c’eravamo visti da diverso tempo. Eravamo entrambi cambiati, io cinquantenne pelato, Sam un po’ ingrassato, ma serbava ancora, a più di quarant'anni, quello sguardo stralunato e talvolta assente del ragazzino che ricordavo.

Anche la nostra vita personale era cambiata, dopo l’avventura surreale degli scavi archeologici. Eravamo rimasti amici, anzi fratelli, sia pur lontani, ci scrivevamo, io sapevo tutto di lui, era sposato e divorziato; a causa del suo vagabondare non era riuscito a legarsi a una donna. Non aveva avuto figli. Invece io ero scapolo, avevo preferito vivere come una sorta di eremita, sempre legato ai miei studi. Dal 1925 in poi avevo ripreso le lezioni universitarie prima d’essere richiamato in questa guerra, spinti dal disastro dopo l'attacco a Pearl Harbor il 7 dicembre 1941.

Nel mese e mezzo che passammo in Italia, fummo travolti, ma non dalla fine della guerra. Vivemmo un’avventura che non aveva nulla a che fare con la ricerca di reperti archeologici, era l’impatto con quel tessuto criminale endemico di quella regione campana, che era vissuto sotto pelle durante la guerra attraverso il contrabbando di viveri e noi due, ufficiali di complemento, ci trovammo nei guai una sera, dopo aver bevuto...troppa birra.

Prima di incominciare il racconto di questa terribile avventura, vorrei raccontarvi della mia città. Quando tornai, nel 1925, avevo ancora negli occhi l’esperienza che mi aveva portato vicino al Dio del Primo Testamento. Conservavo i reperti gelosamente. Quando li mostrai, nei pomposi incontri accademici, non fui creduto, molti risero di me, passai per essere un bravo professore un po' visionario con la fissa della religione. La scuola dove insegnavo era la Scuola Statale del Texas per le scienze minerarie e metallurgia. All’epoca non era ancora università. La mia città è divisa dal Rio Grande, un fiume che nasce nelle montagne di San Juan del Colorado, scorre attraverso la valle di San Luis fino a El Paso, sul confine messicano. Per questo quasi la metà della popolazione è di lingua spagnola. El Paso ha un clima arido, perché è circondata dal deserto di Chihuahua. Spesso mi sono fatto delle cavalcate su quel deserto, ricordando il 1925, ma durante quelle gite mi seguiva sempre lo scosceso monte North Franklin con suoi 2192 metri che si vede anche da 100 chilometri, e da tutte le direzioni.

Tornando al racconto, posso dire che la guerra non m'aveva cambiato. Pensavo sempre a quel tempo lontano. Quando parlai di quell’esperienza, nonostante la descrizione esatta d’ogni avvenimento creasse interesse, la maggior parte dei colleghi fu riluttante, talvolta ostile.

Solo un collega importante, che viveva vicino alla mia casetta, mi aveva creduto. Anche quando con una spedizione andammo a trovare il buco dal quale c’eravamo calati, e non trovammo alcuna apertura. Tutta l’area era deserta, nessun cespuglio che occultasse qualcosa. Tutti risero delle mie storie, neanche i reperti li convinsero, qualcuno mi accusò persino di averli sottratti a un museo. Il mio collega credeva in me, giacché era molto religioso, e disse, quel giorno, proprio davanti agli altri scettici:

-Nelson è stato prescelto per entrare in contatto con la Bibbia del Primo Testamento, siete liberi di non credere, e chiudervi nel riscontro scientifico, io da credente vedo in Nelson quella buona fede e quella serietà che non riscontro in voi. Lui ha il coraggio di affermare quello che ha visto sapendo di non poterlo dimostrare, altri si sarebbero chiusi nel silenzio.

Il mio amico era un premio Nobel e nessuno osò rispondere. Almeno quella volta tornai a casa sereno. Nei giorni successivi, a scuola dovevo scivolare raso al muro nei corridoi e chiudermi in classe. Per fortuna con gli alunni ero in sintonia.

Sem fu informato della vicenda e ancora una volta si rammaricò di aver perso la macchina fotografica altrimenti avrebbe portato i riscontri. Gli risposi che avrebbero detto che era un mago dei fotomontaggi.

Comunque era tempo passato, io avevo creato nella mia casa il museo degli oggetti recuperati e anche una “pietra” custodita in una teca dorata.

Tornando al giorno dell’incontro con Sam, quella giornata fu tranquilla. Lo portai in giro per Napoli, con tutti i bambini che ci correvano dietro e più volte Sam aveva scattato fotografie ai quei monelli. La sera ci trovammo in una bettola, a bere birra fresca, era una serata calda e Napoli era infuocata. C’era una ragazza nel locale che aveva uno sguardo perduto. Se ne stava rintanata in un angolo. Io l’avevo vista e fatta notare a Sam

-Secondo te perché ha quella faccia preoccupata?

-Non lo so Sam, forse è scappata da casa

-Sì, infatti, porta una precaria vestaglietta

Noi eravamo già sbronzi di birra, quella che dà una sensazione meno forte del vino o dell’alcol, però il mattino seguente il mal di testa è ancora più atroce. A un tratto due uomini entrarono nel locale presero la ragazza e la trascinarono, Sam si buttò e tentò di difendere la ragazza che costoro tiravano anche per i capelli. Uno dei due sferrò un pugno al mio povero amico che cadde indietro sbattendo il capo contro il muro perdendo i sensi.

Tentai di rianimarlo. Quando si riprese c’era già un capannello di curiosi ed era arrivata la polizia militare. Sam fu portato via in barella. La testa di Sam aveva sanguinato e aveva lasciato una macchia sul muro. Mi avvicinai a osservare quella chiazza e mi parve di vedervi dentro il volto della ragazza, come un’ombra sfocata.

Il mattino dopo stavo male, un dolore mi premeva nel fianco e mi costringeva a poltrire nel letto. Pensavo all’allucinazione di quel volto di quella ragazza che pareva chiedere aiuto. Che cosa cercavano quegli oscuri individui?

Napoli era un disastro, i bombardamenti avevano sparso ruderi nel centro, cancellato ogni operosità popolare. Negozi chiusi. In quest’ambiente regnavano sovrani il contrabbando e la borsa nera che trovavano ingenti risorse negli abbondanti aiuti americani che riuscivamo a far giungere ogni giorno al porto in gran quantità. Io ero stato talvolta di servizio e vedevo ogni tipo di mezzi, carretti, camion, biciclette. C’era gente che si riempiva di pacchi. Eravamo noi americani a creare il contrabbando. Il nostro responsabile del Governo militare di Napoli aveva detto: “Ecco i mille misteri di Napoli”. Quando gli avevo chiesto: “Si rende conto della situazione d’illegalità che si è creata?” “Sì, ma almeno la gente mangia”, aveva risposto.

Se era una pratica diffusa in tutto il paese italiano, a Napoli dava già l’idea di alimentare un ceto sociale che deviava. Inconsapevolmente noi stavamo dando una mano alla rinascita della camorra.

Sul tardi andai in infermeria a trovare Sam. Aveva la testa fasciata.

-Ehi Sam, tutto questo per un pugno?

-Era un maglio di ferro, quell'energumeno, più grosso di me.

-Come stai?

-La sbornia mi ha restituito il mal di testa con gli interessi, ma sto meglio.

Parlai a Sam della macchia di sangue e del volto della ragazza.

-Nelson è chiaro che lei cerca aiuto.

-Dici cosi perché segui sempre il fascino femminile.

-Che c’entra, io credo che ci sia qualcosa di marcio.

-Sì, scherzavo Sam, anch'io penso di trovare il modo di aiutare quella ragazza.

Lasciai Sam a riposare e uscii dall'infermeria. La strada brulicava di militari, c’erano carretti pieni di sacchi di farina, zucchero, tirati da personaggi strani. Avevano capelli arruffati, pantaloni corti e volti bruciati dal sole. Gli occhi erano torvi, cattivi, e lo capii quando uno di loro si accorse che li fissavo e mi gelò con uno sguardo che parve un flash. Missi la mano sugli occhi per ripararmi da quella luce. Quando riaprii gli occhi e lentamente mi abituai alla normalità della luce del giorno, il carretto era sparito.

Una visione? Che cosa voleva dirmi quel personaggio con quello sguardo così strano? Temevo di aver avuto un incontro con un demone, quasi una sorta di avviso che stavo per entrare in una storia arcana e misteriosa. Ancora una volta, non dovevo seguire la strada della realtà, ma sconfinare nell’esoterico. Stavo immerso nei miei pensieri, quando mi decisi a rientrare nell'infermeria.

Sam non c’era. Cercai l’infermiere di turno e gli chiesi dove fosse il tenente Sam.

-Maggiore Nelson, l’abbiamo visto uscire con delle persone, non l’ha visto?

-Quando?

-Pochi minuti fa.

Doveva essere accaduto tutto in quegli istanti in cui avevo osservato il carretto. Che cosa portava quell'arnese? E se fosse Sam che avevano preso? Il dubbio m’inquietò a tal punto che sussurrai “ merda”, l’infermiere se ne accorse.

-Maggiore, è successo qualcosa?

-Non lo so ancora – risposi evasivamente.

Era chiaro che dovevo riflettere e mettere insieme tutti gli elementi dei vari fatti accaduti in pochissime ore. Chi erano i personaggi che avevamo di fronte? Uomini o demoni, o entrambi, stretti in un misero patto? Che cosa volevano da noi? Oppure ero chiamato da una forza soprannaturale a occuparmi di qualcosa? Come una sorta di emulazione con la storia del passato, la venuta di Sam, portava a rifare un viaggio straordinario? Troppe domande. Non sapevo da dove cominciare, cosa cercare, e, soprattutto, Sam non c’era.

Quella sera non riuscii a fare nulla. Mi ero aggirato nell'ufficio, come un animale in gabbia in preda a mille pensieri. M’interrogavo sul perché della coincidenza dell'arrivo di Sam, dell’arcano messaggio e la sparizione del mio amico. Tutti questi fatti affollavano la mia mente. Ero in preda a deliri. Parlavo da solo per strada. Nella mia stanza in caserma mi aggiravo nel letto, come in preda a febbre mi agitai per tutta la notte. Il fianco mi doleva, “ancora i postumi della birra!”, pensai. 

La mattina mi alzai e la stanza era cambiata. Mi catapultai dal letto sbalordito. Non era la caserma. Eppure, guardando dalla finestra il paesaggio sembrava lo stesso, si vedeva il Vesuvio, in lontananza. La stanza era ammobiliata, con mobili scuri di legno massiccio, con i piedi a zampa di leone. Sentivo voci che provenivano dal corridoio. Voci femminili. Mi vesti in fretta con la divisa. Non capivo l’italiano, figuriamoci il dialetto napoletano. Erano voci femminili e giovanili. Quando usci dalla stanza, vidi un gruppo di ragazze in sottana che appena aprii la porta urlarono; io riuscii a sgattaiolare per strada, passando fra loro e feci appena a tempo a leggere sulla porta d’ingresso: “ Orfanatrofio Femminile “.

Napoli era diversa, tutti i napoletani per strada, nessun palazzo crollato. Non stavo capendo cosa mi stesse succedendo e mi misi a camminare per strada pensando di avere tutti gli sguardi addosso. Costeggiavo il mare, non c’erano militari per strada, logico – pensavo - che tutti mi guardino. Dov'ero finito?  Credevo davvero che tutti mi stessero osservando con insistenza e attraversando la strada m’infilai in un vicolo e trovai un bar. Al barista baffuto che mi guardò stupito feci cenno che avevo un bisogno e m’infilai nel bagno. C’era un pezzo di un vecchio giornale a mo’ di carta igienica. Presi un lembo, dove c’era scritto l''anno: 1930. Mi portai d’istinto le mani in volto. E mi guardai nello specchio mezzo rotto di quel bagno. Avevo i capelli, ero ringiovanito, allora collegai la data, il mio aspetto, la targa dell’orfanatrofio. Ero traslato nel tempo. 

Ecco la situazione: non avevo abbastanza tempo per riflettere e capire: mi trovavo in un piccolo bagnetto e sentivo, di là dalla porta parlare in modo concitato delle persone, avevo il vestito da ufficiale americano, che ci facevo a Napoli nel 1930? Era forse questo l’argomento di cui parlavano nel bar? Poi pensai al fatto che Il Consolato Generale degli Stati Uniti è dal 1796 che sta Napoli, una delle sedi diplomatiche americane più antiche. Se ero vicino al mare, ero vicino al consolato che sta in via Caracciolo vicino al lungomare. Uscii dal bagno senza mostrare agitazione, solo allora mi accorsi che nessuno mi guardava, anche per strada tutti pensavano ai fatti loro. Allora ebbi la certezza che era il mio stato d’animo a creare le situazioni. Ora che mi ero convinto della normalità, mi recai al Consolato. L’attendente che era di guardia si mise sull’attenti ed entrai. Trovai una stanza libera e trovai anche un telefono. 

Feci il numero internazionale e chiamai Sam. Dopo vari passaggi internazionali sentii squillare. Dall’altro capo giunse la risposta

-Pronto

-Sam, sei tu?

- E chi se no? Sei impazzito, mi chiami e mi chiedi chi sono?

- Si hai ragione, non sto bene, è stata una giornataccia. Mi fa piacere sentirti.

Chiusi la telefonata e cercai di rilassarmi. Era la situazione nella quale ti senti stritolare in un tritacarne di avvenimenti. Come una coperta tirata sul letto, il tempo cambiava, e facevo fatica ad adeguarmi perché non me l’aspettavo. Quale nesso ci fosse tra i fatti del 1945 e il 1930 era un mistero che dovevo scoprire, per poterlo capire. Doveva tutto dipendere da me. Come al tempo delle ricerche sulle scuderie del Re Salomone. Avevo anche detto a Sam che l’avrei chiamato nella serata e trovai in guardaroba dei vestiti non militari e li indossai. Era sera, il lungomare di Napoli brulicava di gente, il sole era tramontato a Mergellina e l’orizzonte schizzava di rosso. Mescolandomi tra la gente, camminando tra le bancarelle, mi lasciai ingoiare dalla città.

 

https://www.bookrepublic.it/book/9786050414677-la-croce-insanguinata/

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