ANNO XIII Dicembre 2019.  Direttore Umberto Calabrese

Giovedì, 07 Novembre 2019 08:43

La tempesta sull'ex-Ilva è la crisi dell'acciaio nella vecchia Europa

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Vi ricordate la CEE? Si può dire che l'Europa economica sia nata sull'acciaio. E’ davvero miope chi veda, ora che è passato il fumo dello scoppio del problema ex Ilva, che il tema sia solo lo scudo penale.

Quello se mai è solo il titolo, il vero problema è la crisi dell’acciaio nel vecchio continente. Così si spiegano i 5 mila esuberi che Mittal ha messo sul tavolo del ministero. Questo lo ha rivelato lo stesso premier Conte in conferenza stampa dopo l'incontro con i vertici della multinazionale indiana a Palazzo Chigi: "Il governo ha dichiarato la disponibilità a reintrodurre lo scudo penale", ha detto Conte, ma è emerso chiaramente nel corso della discussione alla presenza dei vari ministri è che lo scudo "non è la vera causa del disimpegno e del recesso".

"Un piano di esuberi da 5 mila persone"

"L'azienda ritiene che non sia sostenibile economicamente l'impianto produttivo e non sia possibile garantire i livelli occupazionali", ha continuato il presidente del Consiglio. "Ci è stato presentata necessità di una riduzione di 5 mila unità del personale. Noi riteniamo non sia accettabile per noi lasciare 5 mila famiglie senza un lavoro. Il governo ha ribadito la volontà di continuare a negoziare con l'azienda, come anche la strategicità di questo polo produttivo", ha proseguito Conte.

"Avevano fior di consulenti per fare la due diligence", ovvero le analisi tecniche fatte dagli investitori prima di sborsare denaro per l'acquisto di asset aziendali, eppure, prosegue Conte, si sarebbero accorti solo dopo che non era sostenibile: "Non facciamo prenderci in giro", accusa il premier.

"Non possono ritirarsi ora. Per noi è allarme rosso"

"Vogliamo preservare il progetto industriale che ci è stato presentato a seguito di una gara di procedura pubblica dove i dettagli sono stati tutti specificati e sono diventati clausole di uno specifico contratto", ha detto Conte, che poi aggiunge: "Non sono solito fare allarmi, ma per noi è scattato un allarme rosso. Da ora in poi sarà assoluta priorità del governo risolvere questa crisi".

Conte ha poi negato alcuna responsabilità del governo: "Non sono imputabili al governo le cause. Non è possibile dire ora che ci si ritira dall'investimento, dopo che si è vinta la gara dove partecipavano anche altre aziende. Invitiamo l'azienda a rimeditare queste sue iniziative, siamo determinati a difendere con massimo rigore e impegno, e fare tutto il necessario per assicurare il rilancio della Ilva e di Taranto. Non lasceremo gli operai da soli. Abbiamo invitato ArcelorMittal a prendersi un paio di giorni e farci una proposta per assicurare continuità ai livelli occupazionali, produttivi e ambientali. Domani convocheremo i sindacati", ha concluso.

Non solo ArcelorMittal, l'intera industria siderurgica del vecchio continente è in crisi. E le cause sono numerose, dalla Brexit alla concorrenza cinese, non contrastata dall'Europa con abbastanza forza

Al netto delle peculiarità relative al contesto politico e legale, l'infinita crisi dell'acciaieria di Taranto, la più grande del vecchio continente, è solo un tassello della più vasta crisi dell'industria siderurgica europea, che soccombe ormai da tempo all'aggressiva concorrenza di produttori come Cina, Russia e Turchia e, nel 2019, sta attraversando uno dei periodi più difficili degli ultimi anni.

Il mercato dell'acciaio è per sua natura volatile. Da una parte, essendo un comparto tra i più energivori, soffre in maniera marcata le oscillazioni dei prezzi degli idrocarburi, dall'altra il suo andamento è legato in maniera strettissima ad alcuni settori specifici del manifatturiero, in particolare l'industria automobilistica. La crisi delle quattro ruote in Germania e l'aumento del prezzo dei minerali ferrosi e, più in generale, il rallentamento della crescita globale sono però sufficienti a spiegare solo in parte il calo del 2,9% della produzione europea registrato nei primi 9 mesi del 2019. Sulla congiuntura attuale pesano infatti fattori politici che renderanno molto complicato risalire la china anche nel caso di un miglioramento del contesto economico, dalla Brexit alla guerra dei dazi, dalle nuove norme in materia ambientale alla scarsa risolutezza di Bruxelles nel tutelare i produttori comunitari dai concorrenti.

La situazione della siderurgia in Gran Bretagna, crollata al ventiduesimo posto nella classifica dei produttori mondiali - che vede la Germania al settimo posto e l'Italia al decimo - è forse la più difficile di tutte. La crisi della British Steel, finita in amministrazione controllata, è legata alle incertezze della Brexit, che hanno portato molti clienti a sospendere gli ordini in attesa di chiarimenti sul regime tariffario che sarà in vigore dopo il divorzio tra Londra e Bruxelles. Costi dell'energia più elevati che in Europa continentale hanno fatto il resto. Il governo è stato costretto a intervenire con un piano di aiuti da 300 milioni di sterline.

Il dumping cinese e

sceso al di sotto di quello cinese. Negli ultimi due anni, inoltre, le esportazioni di Russia e Turchia verso l'Europa sono raddoppiate.

Queste dinamiche non sono state certo ostacolate dalla Commissione Europea, che nel 2015 ha aumentato del 5% le quote di importazioni libere da dazi. Le tariffe del 25% imposte da Trump sull'export siderurgico europeo, che hanno di fatto tagliato fuori gli operatori del vecchio continente sul mercato americano, avrebbero dovuto consigliare prudenza all'esecutivo comunitario. E invece, nonostante il grido di dolore dell'associazione di categoria Eurofer, il 1 luglio, come previsto, la quota di importazioni non soggette a dazi è cresciuta di un altro 5%. Il risultato si è visto a settembre, quando le importazioni di acciaio in Europa sono salite ai massimi da dieci anni.

A guadagnarci sono state soprattutto la Turchia, che ha aggiornato a luglio il record delle esportazioni verso l'Europa, e la Cina, le cui consegne nel blocco hanno toccato il picco di quattro anni mentre la produzione complessiva di Pechino raggiungeva i massimi storici, con un aumento del 2,2% nei primi nove mesi del 2019. Lo stesso anno che ha visto ArcelorMittal - il gigante angloindiano che ha abbandonato l'ex Ilva - perdere il 18% del suo valore in borsa e tagliare la produzione in tutta Europa.

Il nodo dell'agenda climatica

Sotto le forti pressioni delle industrie nazionali, la Commissione Europea ha infine acconsentito, il 1 ottobre, a ridurre dal 5% al 3% la quota aggiuntiva di importazioni libere da tariffe. E un limite del 30% per Paese esportatore è stato imposto per le importazioni di bobine laminate a caldo, tra i prodotti di punta della siderurgia turca. Ma potrebbe essere troppo poco e troppo tardi.

Il vero elefante nella stanza è infine costituito dagli obiettivi climatici al 2050, anno entro il quale l'economia europea si prefigge di diventare "climate neutral" e l'industria è chiamata a ridurre in maniera drastica il ricorso ai combustibili fossili. Ma, nonostante la Germania abbia già avviato esperimenti con l'elettrolisi dell'idrogeno, non esistono al momento fonti di energia rinnovabili in grado di sostenere l'industria pesante. Se l'obiettivo è abbattere le emissioni, ci sarebbe il nucleare ma sia Berlino che Roma lo hanno abbandonato.

In un orizzonte temporale meno remoto, preoccupa invece il 2021, quando il piano europeo di lotta ai gas serra entrerà nella sua 'fase 4' e il sistema di scambio di quote di emissioni diventerà più oneroso. (da agi)

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