ANNO XIV Gennaio 2020.  Direttore Umberto Calabrese

Domenica, 10 Novembre 2019 03:36

Italia -Taranto, industria e morte, un binomio non più tollerabile

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L'area di Bagnoli in Campania (che è la meta dell'area di Taranto) dopo 30 anni dall'uscita dalla siderurgia L'area di Bagnoli in Campania (che è la meta dell'area di Taranto) dopo 30 anni dall'uscita dalla siderurgia

Stride la cronaca, il premier Conte, generoso e leale a Taranto, dice che non ha la soluzione, non è un super eroe e si mette accanto ai lavoratori e cittadini. La città si stringe attorno ai suoi figli.

Non è la solita manfrina spocchiosa del politico che la spara più grossa, qui non c’è proprio alcun tempo disponibile per la demagogia. Il tema che stride e detta l’agenda è uno solo: come fa o come farà un sistema Paese a uscire dalla contraddizione dell’industria pesante che costa di più – dobbiamo importare la materia prima – e inquina a morte.

Questo è quello che una cabina permanente di regia deve traguardare. Mittal o non Mittal, il settore siderurgico non dà speranze; c’è chi parla di una perdita costante dall’inizio dell’appalto della multinazionale che ha già fatto digerire, al suo ingresso, un'espulsione programmata e finanziata di lavoratori, poi è passata alla cassa integrazione e, secondo il Sole24ore, ha continuato a essere in perdita costante. E' tutto il piano industriale che era sbagliato altro che scudo penale – peraltro legato alla realizzazione del piano ambientale che era comunque in progress -.

Una riflessione che si faceva anni fa partiva dal presupposto che non si può agire al di fuori della condizione umana.

La condizione umana, definita dalla stessa natura dell’uomo e dalla natura delle cose, è stata sempre data una volta per tutte nei suoi tratti fondamentali. Per chi ci crede da Dio, per chi non crede da madre Natura. L’uomo comunque, nella sua definizione fondante era ed è parte della natura e nessuno immaginava che sarebbe finito col sovrastarla, pensando di porre i suoi bisogni economici al di sopra di tutto. Anche della vita umana.

Su questa base gli antichi saggi determinavano senza difficoltà quale fosse il vero bene umano, quando la portata dell’agire umano e quindi della responsabilità, era strettamente circoscritta. Si arava la terra con parsimonia, senza caterpillar che liberano tonnellate di anidride carbonica, si prendevano dalla terra i suoi frutti e si restituivano gli scarti nelle concimaie.

Sia chiaro, il potere dell’uomo sulla natura è sempre stato superiore a quello degli altri animali, ma fino all’avvento dell’era industriale, l’uomo non aveva mai scalfito la sostanziale immutabilità del tutto, la natura e gli elementi erano l’assoluto e il permanente di fronte ai quali l’uomo era il relativo e il mutevole.

Il limite che l’uomo, in quanto essere “infinitamente piccolo”, si auto poneva di fronte a Dio o alla natura è oggi, con il dominio delle basi biologiche della natura, del tutto scomparso ed inattuale. L’uomo non ha motivo di sentire alcuna responsabilità nei confronti della natura e del mondo in cui vive. Il limite è superato.

Questa premessa per parlare della mutazione dell’etica che interessa anche atteggiamento di chi con il ricatto del lavoro mette una città nelle condizioni pietose di dover contare i suoi morti e di non avere più il senso del suo futuro.

Personalmente non vedo altra riflessione di fronte a questo atteggiamento di sfida nei confronti della città. Negli anni ’60 la nascita della fabbrica dell’acciaio, ha vulnerato un territorio di ulivi e masserie, ha portato lavoro a maestranze edili che sono poi cadute nella precarietà di una vertenza Taranto con vent’anni di assistenza, e poi centinaia di morti bianche e per finire diossina, tumori. Ci vuole tutto questo per chiamare il nostro tempo ed il nostro agire: progresso? Non ci credo. E neanche la città ci crede più. E’ regresso. Ci aspettiamo che ora ci sia chi detta il cronoprogramma: quanto occorre di tempo per uscire dalla crisi, quanti anni occorrono? Anche perché non si deve fare la fine di Bagnoli (in foto) che dopo trent’anni è ancora incompiuto presentando un deserto, un archeologia industriale indecente. Chiudere l’area a caldo e ripartire dalla lavorazione del prodotto semilavorato e un modo per continuare riposizionando esuberi su altro, bonifiche e risanamento, sulla bellezza della città, è un ipotesi e ce ne sono altre, tante altre, basti richiamare le città che in Europa e nel mondo ci sono già riuscite a uscire dall’industria pesante. E’ ora di agire. E facciamo presto!

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