ANNO XIV Settembre 2020.  Direttore Umberto Calabrese

Mercoledì, 18 Dicembre 2019 07:50

Bankitalia interviene sul caso della Popolare di Bari, il nostro focus

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Un intervento necessario, ma che dovrebbe indurre profonde riflessioni sulle correlazioni tra politiche imposte dall’UE, limiti degli organismi di vigilanza e controllo, rischi per la tenuta sociale.

Il riferimento è alla Popolare di Bari, che rappresenta l’ennesimo caso di crisi bancaria. Dalle quattro piccole banche alla Popolare di Vicenza a Veneto Banca a MPS a Carige. Oggi Banca Italia ha prodotto un documento, a seguito delle polemiche sorte sul suo ruolo di vigilante.

La sequenza degli interventi, sulla Popolare ha visto prima il commissariamento da parte di Bankitalia e poi la messa in sicurezza da parte del Governo con 900 mln di euro.

Nel Documento si dichiara, che senza il commissariamento la Popolare di Bari rischiava il fallimento e la conseguente liquidazione. Il conto sarebbe stato pagato da azionisti e possessori di obbligazioni con i titoli, diventati carta straccia e perdite per i correntisti oltre i 100 mila euro. Il documento sottolinea, che oltre alla liquidazione da parte del Fondo Interbancario dei correntisti sotto i 100 mila euro ci sarebbero state conseguenze anche sull’apparato economico. In queste condizioni sarebbe “scoppiato” il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd), che è il fondo sul quale ricadono i rimborsi. Un fondo costituito da tutte le banche italiane, proporzionalmente all’ammontare dei depositi sotto i 100 mila euro e applicando dei coefficienti di rischio. Nel documento la Banca Italia, calcola il costo dell’intervento del FITD in caso di fallimento della Popolare, così si legge “Il Fitd dovrebbe effettuare rimborsi a favore dei depositanti protetti per un importo complessivo di euro 4,5 mld circa, a fronte di una dotazione finanziaria che a dicembre 2019 sarà pari a €1,7 mld”. Un FITD con 1,7 mld doveva rimborsare 4,5 mld quindi con un dotazione insufficiente. Questo limite di FITD dovrebbe essere oggetto di approfondita riflessione, costituendo una limitazione, abbastanza sconcertante. FITD è stato coinvolto nel salvataggio della Popolare con 300/500 mln di euro che eviterebbe l’esborso di 4,5 mld, che sarebbero richiesti al sistema bancario italiano come integrazione all’FITD. Evidente che un analogo ragionamento è stato fatto per il salvataggio di Carige. Ecco cosa scrive nel documento Banca Italia “Ciò implicherebbe l’esigenza di attivare integralmente il finanziamento per €2,75 mld sottoscritto nell’agosto 2019 dal Fitd con un pool di banche e finalizzato a fornire prontamente al Fondo risorse per i rimborsi. Per la restituzione del finanziamento potrebbe essere necessario il ricorso a contribuzioni straordinarie a carico del sistema bancario, che determinerebbero perdite significative”. Chi dovrebbe farsi carico di questa contribuzione straordinaria? Intesa Sanpaolo e Unicredit, le prime due banche italiane per dimensioni e di conseguenza le due più pesanti nel Fitd. Altre considerazioni sono doverose. La prima è che ogni qualvolta è intervenuto FITD, le banche aderenti hanno aumentato i costi dei conti correnti quindi trasferendo sui clienti della banca l’onere di aggiustamento. L’altra considerazione è che se non si supera la politica dei vincoli esterni prodotti dalla Unione Europea, che sono la causa della bassa crescita reale da due decenni altre crisi bancarie scoppieranno. In tale contesto la crisi del Mezzogiorno assume i caratteri della emergenza oltre, che economica e finanziaria anche sociale. Di certo non saranno gli spiccioli dei 900 mln, a trasformare la Popolare anche in una banca di investimento del Sud.

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