Il mio amico Vittorino Pianca, tuttora responsabile di non aver curato gli Atti del convegno Antares, alle origini perdute della cultura occidentale, tenutosi il 5 aprile 2008 in Vittorio Veneto, dove emerse il lustro nato tra Zumeri ed Accadi, sabato 5 aprile 2014 è stato chiamato in Oderzo ad introdurre il convegno Da Oderzo a Ceneda, le origini della diocesi cenedese.
Vittorino è il massimo esperto di Venanzio, a parer mio. Dunque, io riferirò il suo punto di vista combinandolo col mio.
San Venanzio Fortunato viene ricordato abitualmente il 15 dicembre 2015 nella Messa delle 8 nel duomo di Zeneda, in zumero ‘immagineda di festazene’.
Io ti ringrazio della sua testimonianza, o Gesù, anche nella via tortuosa della sua santificazione; nato in Zeneda, vescovo di Poitiers, morto nel 603-604 e qui sepolto nella basilica di sant’Ilario, santificato con un decreto 23 maggio 1846 che concesse a Valdobbiadene e alle sei parrocchie del Comune il diritto di culto.
Il poeta letterato venne celebrato da Paolo Diacono più di 150 anni dopo con l’epitaffio:
“Ingenio clarus, sensu celer, ore suavis,
Cuius dulce melos pagina multa canit,
Fortunatus, apex vatum, venerabilis actu,
Ausonia genitus, hac tumulatur humo.
Cuius ab ore sacro sanctorum gesta priorum
Discimus: haec monstrat carpere lucis iter.
Felix, quae tantis decoraris, Gallia gemmis,
Lumine de quarum nos tibi taetra fugit.
Hos modicos prompsi plebeio carmine versus,
Ne tuus in populis, sancte, lateret honor.
Redde vicem miseros: ne iudice spernar ad aequo,
Eximiis meritis posce, beate! precor.”
Aldo Toffoli, Letteratura Vittoriese, V.V., Dario De Bastiani editore, 2005: 33.
Visse quando la Gallia stava diventando terra dei Franchi (re Clodoveo: 486). Fu l’ultima testimonianza del latino parlato classicamente in melodie di Chiesa.
O Gesù, aiutami ad andàr oltre, più indietro nel tempo, quando il tuo nome poteva essere GESH.UB, ‘albero (del) cielo’, ed il demone pesatore della parola era bib.bi, tra i Zumeri.
Il 1 dicembre 2016 abbiamo affrontato Perché Zumeri in
http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=20663
Ciò mi permette di riconoscere in Zen.e.da il senso archeologico di ‘immagine-da(del) cuore-e- illuminato dalla signora lunazen = En-zu’.
Narra Vittorino Pianca:
Quanto le testimonianze archeologiche di Oderzo e la letteratura storiografica sono state abbastanza generose, a partire dal nome della città romana di Opitergium, figlia di un prelatino Opi-terg “mercato aperto”, altrettanto avare di indicazioni sono state per Ceneda. Il toponimo sembra derivare da una voce prelatino e la città antica, fino alla distruzione trevigiana, nel XIII secolo, pare sia stata in passato arroccata sopra e intorno l’attuale Colle San Paolo, o Colle di Sant’Elia, con gli avamposti di san Rocco, Colle di Sant’Eliseo, e del Castello di San Martino, dove l’intitolazione cristiana ha nascosto il nome più antico. Il toponimo “Palasi”, conservato dai ruderi noti come “Caregòn del diàul” ci ricordano come fra San Rocco e San Martino si allungasse la fascia delle dimore importanti, costruite in pietra e tali da essere ricordate come: i Palazzi [:7-8].
Questa fascia di Palasi si estendeva nei primi rilievi in corrispondenza all’anfiteatro naturale posto a retro del colle bicima del ‘monte de Antares’ o colo maledicto.
L’immagine della città di Zeneda dunque, corrispondeva al culto del matrimonio sacro tra il cielo, an, in fusione, hi, connessa, -te- , alla terra, -a, rinnovata, -tro/tur, ogni anno a Capodanno, in ittita coi sumero-grammi ezen-an-tah-sum, dove il blocco ezen si spezza nel parlato e.zen.
Con ciò ribadisco il mio punto di vista sulla lettura di Zen.e.da.
Veniamo ora alla competenza speciale di Pianca.
Alla fine dell’anno 565, per continuare il nostro percorso nelle ere d’ombra, lo studente Venanzio Onorio Clemenziano Fortunato lasciava Ravenna per non farvi più ritorno. È con questo figlio della sua terra che Ceneda esce dalle tenebre della storia e registra la sua prima menzione storiografica.
Il brillante e colto intellettuale, formatosi a Treviso e a Ravenna, viene immediatamente ricevuto alla corte dei re Sigeberto e Chilperico, dei Franchi d’Austrasia, dove compone opere letterarie di successo, fra cui diverse biografie di santi e, importante quanto diremo, la Vita Sancti Martini, terminata probabilmente nell’estate 575 d.c.
Nel Congedo alla fine del quarto libro di questa Vita Venanzio Fortunato invia la sua opera a casa, ai suoi amici ed alla gente più ragguardevole che ha conosciuto in vita, facendole compiere in pratica a ritroso il viaggio che egli aveva compiuto per recarsi in Francia. Tornato idealmente in Italia, attraverso il valico alpino di Resia, Venanzio Fortunato raggiunge, nel suo percorso della memoria, il Tagliamento, a Ragogna.
Quivi si concede una digressione, lascia il percorso più breve verso Occidente “per submontana quidem castella per ardua tendens”, “che si snoda attraverso i luoghi fortificati ai piedi delle montagne” e consiglia: “…segui un altro percorso che ti condurrà ad Aquileia e a Concordia, a visitare sacre reliquie e miei amici, e se entri discretamente nei luoghi ove si stende la mia cara Treviso, “Qua mea Tarvisus residet si molliter intras…”, va a salutare il mio amico Felice che ha ricevuto la grazia della visita da San Martino, mentre stava insieme con me.” E qui finisce la digressione. E ricomincia il suo percorso della memoria con i quattro famosi versi:
Per Cenetam gradiens et amicos Duplauenenses
qua natale solum est mihi sanguine, sede parentum,
prolis origo patrum, frater, soror, ordo nepotum
quos colo corde fide, breviter, peto, redde salutem.
Sono l’unica, per noi enigmatica, informazione circa il luogo natale di Venanzio Fortunato e costituisce, in assoluto, la prima citazione testuale in cui compare il nome di Ceneda. Lungo il tempo gli storici oscillarono fra una lettura di Duplavenenses come Valdobbiadene in nome di Duplavilis. Ma tale toponimo compare però per la prima volta soltanto nel 1196 d.C. ad indicare Valdobbiadene, motivo per cui questa lettura ottocentesca ottenne qualche perplessità da L.A.Muratori. L’altra lettura intende invece spostare l’attenzione sui dintorni di Ceneda, chiosando che, quando si è a Treviso, non pare aver molto senso venire fino a Ceneda per andare a Valdobbiadene [per non omettere il fatto che il veneto val-do-Biadene rinvia chiarissimamente a Biadene, a sud, oggi sobborgo di Montebelluna]. Ora poiché dopo il Congresso tenutosi a Valdobbiadene nel 1990 nelle citazioni attuali si propende per Valdobbiadene, forse non è inutile ascoltare l’opinione di Ceneda che identifica i Duplavenensi come gli abitanti dei due Piavi e dei due Laghi che sono il Piaveson di sopra ed il Piaveson di sotto, immissari dei due Laghi di Revine, a tre chilometri da Ceneda, dove resiste un toponimo inquietante, una località denominata Venant.
Qualcosa di intrigante possiede anche il toponimo di Revine che accenna a passate Ruinae, che alcuni dicono geologiche, ma altri fanno notare che potrebbe anche facilmente alludere a una vasta area archeologica di Villa rustica. La ricerca storica e anche quella archeologica potranno smentire o indirizzare ulteriormente.

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