ANNO XV Ottobre 2021.  Direttore Umberto Calabrese

Sabato, 04 Febbraio 2017 08:00

Nudo di Donna racconto di Paolo Levi

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Il racconto che presentiamo è di Paolo Levi, uscito su un libro del 1978, edito dalla scomparsa rivista Playmen, fu ispiratore di un film di Nino Manfredi (nella foto) con lo stesso titolo con Eleonora Giorgi nel ruolo di protagonista. Il film non è stato un successo anche perchè non sempre il cinema riesce a raccontare.

Il racconto infatti è più gradevole, perchè condensa in pochi minuti ciò che il cinema deve allungare, spesso rischiando la brodaglia. Questa storia intricata e misteriosa ha più fascino nel racconto originale che non è citato nel film. Il nostro appare quasi un risarcimento per un grande della letteratura del Novecento.

____________________________

 

«Ho sempre invidiato i veneziani perché possono andare in gondola» disse Laura pigramente «Non lo fanno mai, amore. Solo i turisti e gli spo­si in luna di miele come noi» disse Mark, stringen­dola a sé.

L’acqua sciacquettava allegra sotto di loro ad ogni colpo di remo; avevano lasciato il Canal Grande per addentrarsi in un dedalo di piccoli canali dove non passavano né le chiatte né i motoscafi; sembrava di essere caduti in un quadro del Guardi.

«Mi ami?» chiese Mark.

«Tanto. E tu?»

«Tantissimo» la trasse a sé e fece per baciarla; lei gli pose le dita di una mano sulle labbra.

«Ci vede» mormorò accennando al gondoliere, che non badava per niente a loro e gridava «ocio» a destra e a sinistra.

Mark arrossì intimidito, ma volle aver partita vin­ta e il bacio lo diede, molto leggero, di sfuggita, sulla guancia fresca che non fece in tempo a ritirarsi. Laura sorrise e nascose il volto contro la spalla di lui.

Americano, figlio di un pastore presbiteriano e di ima calabrese, Mark era giunto ai trent’anni vergine r con un sacro nascosto terrore delle donne. Era sta­to trasferito a Venezia da un piccolo consolato in Bo­livia: un grosso passo avanti per lui.

Laura era orfana, allevata prima da un paio di zie zitelle, poi in un pensionato di suore; aveva ventitré limi, era di una bellezza calda e ingannevole: durante la prima tenera e impacciata notte di nozze gli aveva confessato che considerava il sesso un atto piut­tosto sporco, da consumarsi in fretta e al buio.

Si erano incontrati a Roma, in vacanza tutti e due, timidi, introversi e sperduti, e con la stessa difficoltà a guardare in faccia gli interlocutori. Il destino ave­va dovuto lavorare parecchio, per unirli, ma ci si era messo d’impegno: li aveva fatti sedere a due tavoli vicini, al ristorante, poi nello stesso pullman per il giro turistico ed era arrivato a farli smarrire insieme nelle catacombe. Ma quando infine era scoccata la scintilla, ne era scaturito un incendio indomabile e in quindici giorni si erano piaciuti, amati, sposati con tanto di licenza speciale. «Mi sembra buffo» disse Mark a un tratto. «Che cosa?» «Essere sposato.» «Ma sei felice?» «E tu?» «Ho chiesto prima io» e scoppiarono a ridere. «Devo presentarti Mike, abita qui vicino» «Mike Carrelli. Era il mio miglior amico all’uni­versità, poi ha piantato tutto per mettersi a dipin­gere» fece una smorfia. «È il pittore più oleografi­co che conosca. Si è trasferito a Venezia da dieci an­ni, ormai...» si accorse che lei non lo ascoltava. «Ehi, bella donna...» «Sì? Ho sentito» sporse un braccio e invinci­bilmente tuffò una mano nell’acqua. «Quando me lo presenti?» «Subito. Gli facciamo una sorpresa.» «Adesso?» disse lei guardando lontano. «Amo­re, ma sono orrenda, tutta in disordine, impresen­tabile. »

«Tu sei sempre meravigliosa. »

«Grazie, ma ho un’idea migliore. Vai tu dal tuo amico e lo inviti da noi per questa sera. Intanto io torno a casa e preparo una cena da sposina che vuol far bella figura. »

Discussero qualche minuto e Mark, sebbene rilut­tante a lasciarla, alla fine si arrese; ma rimase fermo sulla banchina a osservare la sagoma elegante e sbi­lenca della gondola che si allontanava.

«Ocio!» gridò il gondoliere.

Laura non si volse. Non si voltava mai indietro.

Venne ad aprirgli una donna grassa e allegra che sventolava uno straccio giallo come una bandiera; gli disse che il sior Mike era sceso un momento al bar, ma sarebbe tornato subito e lo introdusse nel grande studio, di cui una parete era tutta vetri: vi si scorgeva la Venezia sconosciuta delle altane, dei bal­coni, dei tetti spioventi, degli incredibili giardinetti pensili.

Lo stesso paesaggio si ritrovava all’interno dello studio, frantumato in decine e decine di quadri acca­demici, freddi, di una precisione che faceva cadere le braccia: si vendevano bene agli americani di pas­saggio.

Mark fece una smorfia e macchinalmente scostò il telo che ricopriva un cavalletto in angolo, vicino a lui: qualche volta i primi abbozzi tradivano un cer­to estro che si perdeva sempre in seguito.

Era il ritratto di una donna nuda, semisdraiata in una grande poltrona: Laura.

Mark ebbe un piccolo sussulto, poi, immobile, im­pietrito, cercò la spiegazione più logica; non poteva che trattarsi di una banale rassomiglianza. Ma Mike era un tale maniaco dei particolari, che lasciava poco adito a dubbi.

«Mark, vecchio mio» disse entrando come un colpo di vento; prese l’amico per le spalle e lo scos­se avanti e indietro; l’altro lasciava fare, molle, ma non abbandonava il telo con le dita. «Credevo cheti avessero ritrasferito nel Ruanda Burundi prima che mettessi piede a Venezia. »

«Sono qui da venti giorni,» rispose, atono «ma questo, cos’è? »

«Come, cos’è? Un mio quadro. »

«Voglio dire: chi è la ragazza? »

Mike lo guardò un attimo.

«Una ragazza, chi vuoi che sia? La più bella put­tana di Venezia. Me n’ero quasi innamorato. »

«La più bella puttana, eh?» disse Mark. «Sei a cena da me, questa sera. Ecco l’indirizzo...»

«Va bene, ma senti... Che cosa hai? Aspetta an­cora un momento. »

«Devo andare. Ti dirò tutto questa sera...» E dal­la porta aggiunse: «Mi sono sposato».

«E io pensavo: “Ma cosa gli è successo?”» disse Mike lasciandosi cadere in una poltrona vicino al ca­minetto. «Poi ho capito: ti sei sposato. Chi è? La conosco? »

«Non so; adesso la vedi, scende subito. »

«Ma dimmi: cosa ti ha preso? »

«Mi sono sposato,» si dava da fare coi cocktails «è una donna deliziosa. »

«Scommetto che si parla di me.» Laura era apparsa sulla soglia; indossava un abito bianco impec­cabile, lungo fino a terra; le unghie dell’alluce, che  sporgevano appena, erano laccate alla perfezione.

«Io sono Mike» disse Mike balzando in piedi, poi disse: «Per Giove! Ma è fantastico».

«Che cosa?» lei sorrise corrugando le sopracci­glia.

«Adesso capisco...»

«Vero? »

«Potrei capire anch’io?» chiese Laura, prendendo un Martini dalle mani del marito e ringraziandoli' con un sorriso. «O è un segreto di vecchi scapoli?  

«Lei assomiglia molto a una mia modella.» Moltissimo» fece Mark.

«Dovrei esserne lusingata? »

«No. Dovrebbe esserlo l’altra, nel caso,» disse Mike galante «per quanto non fosse una ragazza qualsiasi. Era celebre, nel suo rione. »

«Così importante?» chiese Mark interessato. «Racconta.»

«Be’, non esiste una storia. Si faceva chiamare Rirì. L’ho vista per strada e le ho chiesto di posare. L’ispirazione, sai. È venuta cinque o sei volte e poi è scomparsa. Sapevo che abitava dalle parti di San Paolo, ma non sono riuscito a rintracciarla. È destino che l’unico quadro in cui credessi rimanga incom­piuto. »

«Tornerà, un giorno o l’altro» disse Laura. «Da quanto tempo non si fa più vedere? »

« Più o meno due mesi. »

«Forse potrei posare io al suo posto, se le somi­glio tanto. »

«Non credo che Mark ne sarebbe entusiasta: è un nudo. »

«Ah...» disse lei e arrossì leggermente; aggiunse in fretta: «Se volete passare in sala da pranzo, cre­do che siamo pronti».

Mark lasciò che l’amico li precedesse, trattenne I mura in un angolo e la baciò sulla bocca ferocemen­te, tenendola stretta a sé con tutte le sue forze.

«Caro...» lei si liberò con grazia, sorridendo «mi Imi fatto male... e sei sporco di rossetto...» concluse fiorandogli una guancia con un dito.

«Allora, ti piace mia moglie?» chiese più tardi Mark mentre riaccompagnava a casa l’amico; Laura, aveva preferito non muoversi di casa.

«Mi hai teso una trappola,» rispose Mike, tranquillo «volevi studiare le mie reazioni.»

«Sono state perfette. Quasi convincenti. »

«Stammi a sentire, Mark: non è lei. Io le ho viste tutte e due, sono molto diverse. Per un caso straordi­nario, di quelli che succedono, il ritratto di Rirì as­somiglia a Laura molto più di Rirì. »

«Sì certo, capita. Ma uscendo dal tuo studio, og­gi, ho sentito il telefono che trillava. Avrebbe potuto essere Laura che ti metteva in guardia.»

«Era un cliente. Se ti sei cacciato quest’idea in testa, non riuscirò mai a convincerti.» Camminaro­no in silenzio per qualche attimo; i loro passi risuo­navano nella calle deserta; poi Mike chiese, svagato: «Ti seccherebbe molto se Laura fosse Rirì? ».

«Be’, sai... Non sono un tipo così moderno, io. E aver sposato una ragazza celebre... la più bella put­tana del rione... Che rione è? »

«San Paolo. »

«Sarà stata a letto anche con te, immagino. »

«Senti, Mark, se vuoi toglierti quest’idea fissa, non ti resta che trovare Rirì.»

«Già. Ma è scomparsa. »

«Forse adesso sarà tornata. Forse non le andava più di posare. E in ogni caso avrà lasciato qualche traccia.»

Mark cercò di guardarlo, ma il viso dell’amico era all’ombra, impenetrabile.

«Credo anch’io che sia il sistema migliore» disse.  Al ritorno si perse, come gli capitava spesso, e infilò una calle mal rischiarata che terminava, in apparenza, entrando in una casa ad angolo; dall’ombra uscì un ubriaco, barcollando, e da qualche finestra giunse la dolce cantilena di un litigio in dialetto.

“Non è possibile,” si disse Mark “io sto sognando.”

E riprese la strada così in fretta che entrando in un sottopassaggio andò a investire qualcosa di morbido e flessibile, mentre il suo piede cozzava contro un polpaccio.

«Ahi!» disse Laura nell’ombra.

«Oh, mi scusi, sono un...» la soverchiò con la sua voce e nell’attimo in cui lei si piegava ad acca­rezzarsi la gamba la riconobbe. Ma non poteva es­sere lei, a quell’ora in quel luogo; indossava una ca­micetta scollata, minigonna di cuoio e scarpe col tac­co a spillo; sembrava più alta di cinque centimetri. Eppure, sotto il trucco un po’ pesante, e così nell’om­bra, sembrava proprio lei.

«Sei tu, Laura, lo so» disse come per esorcizzare un incubo.

«Come dice?» chiese lei drizzandosi; Mark la pre­se per una mano e la trasse sotto l’unica fonte lumi­nosa in vista: l’insegna di un’osteria all’angolo op­posto. La collocò nel centro del piccolo cerchio di luce, prese dalla tasca una fotografia sua e di Laura a passeggio per Via Veneto, e gliela tese. Lei lo guar­dava come se fosse un matto poco pericoloso; adesso chinò gli occhi per qualche attimo e li rialzò per­plessa.

«Questa sono io.»

«Vero?»

«Ma questo è lei. Ma io non la conosco. Non è possibile...»

«Senti, Laura,» disse, cercando di apparire ragio­nevole «se tu mi hai raccontato qualche frottola, se, dico, il tuo passato...»

«Chi è Laura?» chiese la ragazza sgranando gli occhi.

Mark lasciò cadere le braccia.

«E una storia lunga. »

«Perché non me la racconta? »

La guardò fisso, ma il bel viso pallido non mostra­va altro che una blanda curiosità.

«Potremmo vederci domani pomeriggio» disse |mt guadagnare qualche ora di tempo.

«Sì, ma non ho ancora capito che cosa vuole da ine. »

«Alle cinque da Florian. Va bene? »

Bei esitò un attimo poi si strinse nelle spalle e la scollatura dell’abito le scivolò a metà braccio. Non era un gesto da Laura, si disse Mark con un senso di sollievo, e una piccola scia di rammarico incompren­sibile.

«Va bene» disse la ragazza e si allontanò senza salutare; non si voltò indietro, neanche all’angolo.

D’altra parte Mark non attese di vederla sparire, ma attaccò subito una corsa disperata verso casa, slit­tando nelle curve sulla banchina umida, accelerando e decelerando sui ponticelli, affannato e finì col per­dersi ancora.

A letto, molto composta, Laura era immersa in un romanzo gotico: sulla copertina un castello medioe­vale era squassato dalla tempesta; più vicino un cane lupo ululava alla luna e in primo piano una giovane donna, pallida, fuggiva nella brughiera.

«Simpatico, il tuo amico» disse con un sorriso.

Mark le piombò addosso senza neanche finire di svestirsi.

«Ma lo abbiamo già fatto ieri sera, Mark» obiettò lei indulgente; lasciò cadere il libro e con un pic­colo sospiro spense la luce.

 

Rirì staccò una fettina di gelato col cucchiaio e ripulì per bene quest’ultimo con la punta della lingua, sembrava di ottimo umore, quella storia l’aveva molto divertita.

«Il più bello » disse Mark a bassa voce « è che non sono ancora certo che lei non sia Laura. »

«Io? E perché dovrei fare tutta questa commedia? »

«Per impedirmi di scoprire...» esitò impacciato; gli occhi di lei lo fissavano brillando provocatori «che Laura è Rirì. »

«E cosa ci sarebbe di male se io... voglio dire se sua moglie fosse Rirì? »

«Niente» disse in fretta. «Dov’è stata in questi due mesi? »

«In giro, con uno.»

«Dove? »

«Anche a Roma, se le interessa; e a Roma ci sia­mo lasciati. »

«Laura...» le toccò un braccio e ritrasse subito la mano «finiamo questa storia. Ti prego.»

«Mi dispiace. »

«E allora, perbacco,» alzò la voce senza volerlo e tornò ad abbassarla subito «mi convinca. Cerchi una prova; mi dimostri che lei non è mia moglie.»

«E come?» tentò di trattenersi, ma non vi riuscì e scoppiò a ridere di nuovo.

«Mi sembra d’aver ca­pito che sua moglie era vergine, no? »

«Be’, sì. Lei mi ha detto di esserlo...» si sentì arrossire. «Non me ne intendo molto, io. »

«E a letto, com’è? Lasci stare, ho già capito: non dice di no, ma insomma...» si alzò di scatto e lo pre­se per mano.

«Venga, le dò la sua dimostrazione.»

Lo guidava per un labirinto di ponti, di sottopas­saggi, di piazzette e di esigue fondamenta; Mark si lasciava trascinare confuso e preoccupato, senza dire una parola. Vennero così a trovarsi davanti a un palazzetto barocco dall’aria stanca e sofferente.

«Cos’è?» chiese lui sottovoce.

«Non so: una casa abbandonata. Vieni.» Spinse la porta che cedette con un rumore di ruggine e lo condusse nell’interno. Si fermò quasi subito rimestando in un angolo, accese un fiammifero e con questo un meraviglioso lampadario a sette braccia: la stanza era quasi vuota, conteneva un’alcova, due sedie in foggia antica e uno specchio macchiato di verde sulla parete di fondo.

Con un guizzo, ridendo, la ragazza lo spinse contro l'Inferriata della finestra col proprio corpo e gli porse la gola da baciare. Poi, mentre lui, interdetto, scopri­va che non poteva essere Laura, la sua pelle aveva un profumo diverso, si lasciò cadere in ginocchio da­vanti a lui, e intanto spegneva le candele ad una ad una, sporgendo le labbra piene, nel soffiare.

Tornò a casa con le gambe molli e la mente avvol­ta da una nuvola rosa: aveva avuto la folgorazione della sua vita. E quando più tardi, a letto, Laura ten­tò per la prima volta dal loro matrimonio un timido, sorprendente approccio, lui fece finta di non accor­gersene (era del tutto privo di riserve), ma riversò su di lei quella carica di tenerezza calda e soddisfatta che le circostanze gli avevano impedito di dedicare a Rirì.

Solo sul punto di addormentarsi, sorprendendo in Laura un’espressione difficile da interpretare, pensò che l’approccio aveva avuto tutte le caratteristiche dell’alibi e della sfida e se Laura era al corrente di quanto era accaduto nel palazzetto barocco, allora non poteva che essere Rirì.

“Non troverò pace finché non avrò raggiunto una certezza” si era detto nell’addormentarsi, e dal gior­no seguente dedicò tutto il suo tempo libero, tutto il suo acume a quell’indagine balorda. Ricominciò con le corse disperate da casa al palazzetto e viceversa, ma non riusciva mai ad arrivare per primo; tentò con le telefonate a sorpresa appena lasciata Rirì, ma a casa trovava sempre la linea occupata; mancò persino a un appuntamento con la ragazza per rientrare un quarto d’ora dopo essere uscito, e a casa trovò pun tualmente Laura, un po’ sorpresa nel rivederlo così presto e in procinto d’uscire; lo salutò perplessa, ma con un sorriso che gli parve ironico e pensò che se Ia donna stava giocando una doppia parte, poteva aver imparato a conoscerlo così bene, a dritto e a rovescio, da saper anticipare le sue intenzioni.

Finì col rivolgersi a un investigatore privato, ma l’uomo, un ex maresciallo dei carabinieri in pensione, era un po’ miope, aveva le gambe molli e non riusciva a distinguere mai fra Laura e Rirì: se le ve­deva saltare davanti, l’una o l’altra, da casa di Mark a una sartoria per signore, o al cinema di quartiere o al palazzetto barocco e viceversa, senza riuscire a di­stinguere quale fosse quella che entrava e quella che usciva.

E intanto lui era costretto a passare tutte le sue ore libere con Rirì, per mantenere i contatti. Tornava a casa svuotato, stupefatto per una nuova scoperta erotica, e ansioso di riposare fra le braccia rassicu­ranti di Laura. Non pensava neanche più a interro­gare luna o l’altra, aveva imparato che quando una donna ha deciso di mentire, non si riuscirà mai a co­glierla in fallo.

 

«È un gioco piacevole, ma pericoloso» disse Mi­ke; si avvicinava il  tramonto; dalla finestra dello studio i balconi e le altane, con la loro vegetazione disordinata immobile nell’aria, sembravano una car­tolina illustrata.

«Lo so,» rispose Mark «ma non posso fare al­tro. Non avrò pace finché non sarò certo della ve­rità.»

L’altro scosse il capo e sorrise:

«Ecco, appunto: io dicevo il contrario: tu non Lai più nessuna voglia di sapere. Le cose ti stanno bene così. »

«Come dici?»lo interruppe Mark esterrefatto.

«Ti sta bene una moglie intelligente, rappresentativa, un po’ frigida, da una parte, e un’amante in gamba, scatenata, allegra, dall’altra. E se sono la stes­si donna, tanto meglio.»

«Ma io non faccio altro che...»

«... correre dall’una all’altra, lo so. E questo cosa dimostra? Che ho ragione io. Se ci tenessi davvero tanto a scoprire la verità, avresti pensato subito che basterebbe un graffietto, un livido, un segno qualsia­si... No? »

S’interruppe; Mark lo guardava senza vederlo, gli occhi sbarrati.

«Io» disse a bassa voce.

«E non ti rendi conto che se Rirì era scomparsa, forse aveva una buona ragione per farlo. Forse si era stancata della vita che conduceva; e se si è fatta ri­trovare, forse, era proprio per poter svanire definiti­vamente lasciando il campo a Laura. Tu la costringi a rimanere a galla.»

«E allora, è Laura» disse Mark con un sorriso secco.

«Non ho detto questo. È costretta a rimanere al­la luce, a tutto tondo, per salvare Laura, se è Laura, o sta cominciando a innamorarsi di te, mettiamo, se è Rirì. E in questo caso, alla fine come la mettiamo? Un giorno o l’altro dovrai ben risolverla, la situazio­ne. Non credi? »

Mark non rispose; salutò l’amico con un gesto di­stratto e uscì, chiudendo la porta piano dietro di sé; aveva bisogno di pensare.

Laura l’aspettava come al solito vicino al caminetto ma non si alzò per farsi baciare; cercava di nascondere sotto un cuscino senza dar nell’occhio il libro che stava leggendo e arrossì quando Mark glielo poi tò via: era intitolato: « La donna perfetta — lezioni di tecnica sessuale».

«Santo cielo!» disse Mark.

«Mi ci sono caduti gli occhi sopra, in libreria > mormorò lei, guardandosi le unghie « e mi sono incuriosita. E tu non stai mai in casa» aggiunse con voce ancora più bassa.

«Non dirmi che sei gelosa. »

«Non devo? »

Se un gentiluomo americano potesse schiaffeggiare la moglie, pensò Mark, questo sarebbe il momen­to magico; ma non se la sentiva.

«No, guarda,» preferì rispondere «siamo tutti e due d’accordo che in qualunque caso non hai ra­gioni per essere gelosa. »

«Mi sono resa conto» disse lei senza badargli «che la mia tecnica... sessuale » sembrava che la pa­rola avesse gusto di limone « non dev’essere molto sofisticata, e pensavo... »

La prese per le spalle e la scosse avanti e indietro, senza violenza.

«Stammi a sentire, Laura... Chi credi di prende­re in giro? »

« Io?» lo guardò sorpresa, gli occhi scuri nella penombra; poi gli nascose il viso contro una spalla e disse, soffocata « Io ti voglio bene, ho solo paura di perderti.»

Così quella sera, quando fu certo che lei era ad­dormentata, la scoprì con precauzioni da Sioux per non destarla e rimase qualche attimo in contempla­zione di quelle due collinette semisferiche che lei, voltandogli le spalle gli sottoponeva con tanta forza di persuasione; baciò la più vicina, poi, come un vam­piro delicato, cominciò a succhiare con forza pro­gressiva.

 

 

Il giorno seguente Rirì non si fece vedere; senza di lei le stanze del palazzetto barocco avevano l’aria più remota e abbandonata, come se nessuno vi aves­se messo più piede da centinaia d’anni. In un ango­lo Mark scoprì una lapide in latino, tutta abbrevia­zioni, che parlava di delitti e di giustizia. Vi era un tale silenzio che tendendo l’orecchio si sentiva lo sciacquio del canale; ci fu anche un ticchettio rapi­do di tacchi, fuori, sul selciato, ma non si fermò, andò afflìevolendosi per lasciare solo il tonfo ritmico e sommesso della laguna. Mark guardò l’orologio: stava aspettando da novanta minuti. Anche Laura era fuori di casa: un fatto del tutto eccezionale a quell’ora. Mark si guardò intorno, in­quieto, stentando a riemergere dalla foschia in cui era caduto.

Se questa storia non finisce, si disse, io divento matto, e allora si rese conto che forse quella storia era finita doppiamente, perché Laura non si sarebbe mai allontanata alle nove di sera, senza lasciargli un messaggio.

Così scorse infine il biglietto sul camino, ma non era di Laura, era di Rirì. Diceva: “Devo parlarti. Ti aspetto stasera alle nove e mezza al solito posto. Rirì”.

La scorse dall’angolo della calle, ambigua sotto la luce gialla di un fanale che la nebbia disperdeva; ral­lentò il passo, con l’impressione che ci fosse qualco­sa di sbagliato, senza riuscire a cogliere il dettaglio. Quando si trovò a due metri da lei, era Laura.

«Cosa fai qui?» chiese bloccandosi di colpo.

«Avevo ragione» rispose lei «c’è un’altra don­na. Ha avuto il coraggio di portarti quel biglietto a casa. »

«Senti, Laura, io so benissimo...»

«È la dentro» lo interruppe «e ti aspetta. Puoi entrare, se vuoi.»

«Non è mai esistita» disse lui in fretta, di slancio «dietro quella porta non c’è nessuno.»

«Puoi verificare, io non cercherò d’impedirtelo... Ma se entri...» s’interruppe; ostentava una piccola aria di sfida, ma tremava un po’ e sotto quella luce falsa sembrava pallida «è inutile che poi venga a cercare me.»

«Dietro quella porta non c’è nessuno, Laura...»

«Vuoi toglierti la curiosità?» si fece da parte, ma lui non si mosse e allora lei disse. «Ciao...»

Gli volse le spalle e si allontanò senza fretta, ma senza guardare indietro. Mark fece per spingere il battente socchiuso, dicendosi che aveva bene il di­ritto di sapere una volta per tutte, ma all’ultimo mo­mento si pentì: la verità contro Laura era un brutto cambio. Corrugò le sopracciglia e si mosse affrettan­do il passo; la raggiunse all’angolo e le mise un brac­cio intorno alla vita.

«Vieni, su, torniamo a casa» disse.

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