ANNO XV Ottobre 2021.  Direttore Umberto Calabrese

Mercoledì, 03 Maggio 2017 14:29

Mi chiamerò Eva – Racconto di Francesca Epifani

Written by  Francesca Epifani
Rate this item
(0 votes)

Racconto di Francesca Epifani che ha avuto il Primo Premio concorso Cav Antonio Fanelli di Francavilla Fontana organizzato da Mama Dunia Edizioni 

Ero una donna

Non importa in quale villaggio, città dell'Europa sono nata, il mio paese natio è un luogo come un altro, dove vivono insieme ma lontani i ricchi come i poveri, i felici e gli infelici, i sereni e i malinconici.

Il nome della mia nonna paterna era Cecilia e ora, naturalmente, è il mio; non avrei potuto avere un nome diverso, era inevitabile, bisogna eternare i nomi della famiglia, il nome, perché il loro cognome, le donne, sposandosi, lo perdono.

Poter proferire il nome di mia nonna, ha addolcito lo sguardo di mio padre quando mi ha visto, non guardato, per la prima volta. Avrebbe preferito, naturalmente, che fossi stata un maschio, soprattutto essendo la primogenita, ma... mia madre non è stata tanto brava!

Era un mattino di gennaio del 1889, il giorno preciso non l'ho mai saputo, conosco solo quello con il quale sono stata registrata, il 20. 20 gennaio 1889.

Quando ho aperto per la prima volta gli occhi su questo mondo, ho percepito la bellezza dei colori, il profumo del mare, il calore degli affetti, .... ho fermamente creduto che avrei avuto una vita felice.., la mia infanzia lo è stata

Tra trine e merletti, mi accorgevo di essere in una casa dove non mancava niente, dove ragazzine di poco più grandi di me, sfaccendavano e aiutavano le domestiche in cucina e nelle pulizie. Intanto nasceva mio fratello e in quel giorno ho visto la felicità negli occhi dei miei genitori, soprattutto di mio padre, ... era al settimo cielo.

Ci furono festeggiamenti per una settimana e forse più, era nato il principino, l'uomo che avrebbe consentito alla famiglia di continuare a vivere, ad essere ricordata nel cognome e nel patrimonio. Anche io, bimba di cinque anni, ho gioito, ... avrei avuto un compagno nei giochi, le mie bambole sarebbero state anche le sue.

Non sarebbe stato così, me ne accorsi molto presto che le nostre vite avrebbero avuto uno svolgimento diverso, che io sarei rimasta con le mie bambole, che avrei potuto piangere e sognare invece mio fratello avrebbe diviso il suo tempo con gli altri ragazzini in giochi all'aperto tra schiamazzi e corse ma... a lui non sarebbe stato consentito piangere né sognare, i maschi, quelli veri, sono forti e lasciano queste debolezze alle femminucce.

Siamo entrati nell'adolescenza... io, intanto, ho imparato a leggere e scrivere, a suonare il pianoforte, a cucire, a ricamare; mio fratello ha imparato a leggere, scrivere, studiare... studiare e poi studiare e ancora studiare, ... sarebbe diventato un bravo avvocato come mio padre. Cominciavo a chiedermi perché non potevo anche io studiare, a me sarebbe tanto piaciuto diventare una dottoressa, mi sarei presa cura delle tante persone che, passeggiando nella carrozza di famiglia, vedevo con il viso smunto, la schiena accartocciata, gli occhi spenti.

A me non è stato mai chiesto che cosa avrei voluto fare da grande, mi era stato detto che mi sarei sposata e avrei avuto figli e avrei condotto la stessa vita di mia madre che, tutti dicevano essere felice, anche se io intravedevo nel suo sguardo malinconico, sogni infranti, desideri mai realizzati. Così avvenne.

Ho abbandonato ben presto le favole con i principi azzurri, l'amore imperituro che supera ostacoli e divieti, fughe nel regno incantato e ho sposato un uomo che aveva chiesto la mia mano a mio padre e che era stato ritenuto idoneo per famiglia e per patrimonio.

Non ho avuto la possibilità di conoscerlo prima del matrimonio, non era importante accostarmi ai suoi pensieri, ai suoi ideali, alle sue scelte, era superfluo e ininfluente che mi sentissi attratta da lui, che potessero piacermi le sue mani, il suo sguardo, i suoi capelli.

lo piacevo a lui, mi aveva visto un giorno mentre passeggiavo con mia madre nel viale principale della mia città e, dopo essersi informato sulla mia dote, aveva chiesto me in moglie a mio padre.

Faccende tra uomini.

Io sarei stata una valente padrona di casa, avrei avuto al mio servizio una schiera di uomini e donne pronti ad eseguire i miei ordini, avrei organizzato serate nella mia casa per una cena oun concerto.

Non avrei potuto desiderare di più, poi sarebbero venuti i figli, il primo ad un anno dal matrimonio e poi altri, perché una famiglia numerosa è benedetta da Dio e dagli uomini.

Di mio marito non mi sono mai innamorata e, forse, neanche lui di me, dato che svolgeva il suo lavoro senza mai parlarmene e la sera usciva per andare non so dove e incontrare non so chi.

lo vivevo la mia vita che avrei voluta ricca di affetti e di interessi e cominciavo ad avere lo sguardo malinconico che un tempo avevo notato sul volto di mia madre.

Intanto mi arrivavano notizie di donne che in Inghilterra, in America lottavano per ottenere il diritto di voto, le chiamavano le suffragette. Donne coraggiose che sfidavano gli uomini, le tradizioni, il potere, la stupidità, l'ignoranza, ... donne che, rischiando la vita, portavano avanti le loro idee, le loro convinzioni e lottavano per noi, per le tante donne che, nel chiuso delle loro case, stavano a guardare e vedevano loro come estranee e non capivano, non capivano perché le cose dovessero cambiare, perché le donne dovessero avere diritti.

Le donne avevano doveri, doveri verso genitori, mariti, figli ma... perché diritti?

Le donne dovevano essere grate agli uomini che lavoravano per loro e le tenevano lontane dai piccoli grandi problemi sociali.

Perché reclamare diritti?

Tutto questo me lo diceva mia madre e doveva aver ragione dato che la società era andata avanti bene conservando tradizioni, usi, costumi. La donna era utile a casa ed era giusto che fosse così, è nella sua natura!

Ma io, dentro di me, fin da piccola, mi ero sempre posta domande senza risposte, mi chiedevo che cosa realmente separava e diversificava l'uomo dalla donna. Non ho mai trovato risposte e, guardando fuori dalla finestra, vedevo le suffragette e vedevo in loro la mia immagine, quella parte di me che, lasciando a casa i doveri, capiva di avere diritti che le erano stati da sempre e sempre negati.

Ho pianto tanto, sentivo l'ingiustizia ma mi mancava la forza, il coraggio.

Rimanevo nella casa dove avrei dovuto sentirmi padrona e invece ero schiava.

Nessuno ha asciugato le mie lacrime, nessuno mi ha visto piangere mentre gli anni passavano, anni sempre uguali e, intanto, vedevo crescere i miei figli, quei tre maschi che erano rimasti in vita. La vecchiaia arrivò inesorabile, il mio corpo, la mia mente si indebolirono e facevo sempre più fatica a pensare e, forse, fu un bene, perché le domande non si affollavano più dentro di me. Delle tante ne rimaneva una, ossessiva ...: Perché   E con quella domanda sulle labbra e nel cuore chiusi gli occhi per sempre in una anonima notte di autunno.

Anonima come era stata la mia vita, la mia vita di donna, di una Cecilia come tante altre che nessuno ricorderà.

Ho sognato, ho sofferto, ho pianto ma i miei sogni sono rimasti sogni, della mia sofferenza non si è accorto nessuno, le mie lacrime sono state ingoiate dal tempo.

Sono una donna

Sono nata in seguito ad un parto difficile, mia madre ha sofferto, ma, dicono, è una sofferenza che si dimentica dinanzi alla gioia per una nuova vita.., sarà vero o è un'affermazione consolatoria, una delle tante per oscurare la verità e mettere a tacere?

Mi chiamo Sofia, il mio nome è stato scelto da mia madre per la sua convinzione, ferma, che la sapienza/saggezza deve essere elemento essenziale dell'esistenza.

Era il 30 aprile del 1953 e la primavera apriva le menti, gli occhi e il cuore, lasciando alle spalle il gioire invernale e i pensieri cupi. Forse è necessario anche precisare il luogo della mia nascita per comprendere meglio la mia esistenza: un paesino umbro, tanto incantevole quanto lontano dal mondo, ... Scheggino, una scheggia di cielo caduta per caso tra il verde.

Bellezza e solitudine, luce e silenzio, contraddizioni, presagi di una vita.

Ho vissuto gli anni della scuola elementare sotto l'ombra lunga della seconda guerra mondiale, i cui echi mi giungevano assordanti dai racconti palpitanti dei miei genitori, dei vicini di casa, dei primi documentari di una televisione ad un solo canale.

Per me, bambina, l'idea di una guerra era estranea e lontana ma ne sentivo il terrore e provavo la sorda e pungente paura che potesse risuccedere, che, da qualche parte del mondo, un altro assurdo uomo potesse nuovamente rendere assurda la vita.

Sono cresciuta nel timore e tremore, ma anche nella gioia della rinascita di un popolo che guarda con ottimismo davanti a sé, perché ha trovato la forza di un comune dolore, dell'abbraccio smarrito ma rassicurante di un insieme sentire.

Il mondo stava cambiando, come cambiavano le case che, gradualmente, si riempivano di elettrodomestici, così venivano chiamati i frigoriferi, le lavatrici, le lavastoviglie.

Le strade ora non erano percorse solo dai carretti ma anche da automobili e... cambiavano le abitudini...

Ci si sentiva liberi dopo la dittatura e la guerra, nel '46 le donne avevano votato per la prima volta, le suffragette avevano vinto dopo tante lotte, si sorrideva alle attese e alle speranze. lo studiavo, il dovere si era trasformato in interesse e passione, volevo conoscere e approfondire. Il liceo, l'università, la facoltà di architettura, ma, contemporaneamente, alcune lezioni di filosofia nel tentativo di trovare una sintesi tra "esprit de géométrie" ed "esprit definesse". Intanto ... il '68, il femminismo, i gruppi di autocoscienza, gli interminabili dibattiti. In me cresceva la consapevolezza che bisognava scardinare tradizioni, usanze che venivano perpetuate senza essere messe in discussione, senza che ci si rendesse conto del loro significato sia reale che simbolico.

Ho vissuto gli anni '70 tra cortei e manifestazioni, sicura di dare un contributo importante e decisivo per un cambiamento radicale di una società che, mentre progrediva tecnologicamente, manteneva rigidamente pregiudizi e stereotipi. Contraddizioni stridenti, dialettica senza sintesi, speranze, utopie, delusioni, stanchezza... è ciò che ho provato con angoscia, sentendomi impotente.

Si era creduto, ci si era illusi, per un po', che l'autocoscienza al femminile sarebbe servita anche agli uomini per un rapporto di vera parità, invece ci si è resi conto, con il tempo, che si trattava solo di accettazione teorica e astratta, non concretizzata nei comportamenti quotidiani.

Nelle famiglie, dove ora anche la donna lavora e ha conquistato e acquistato il suo ruolo sociale, continua a perpetuarsi il modello patriarcale e la divisione dei ruoli. Ciò che sembra una conquista finisce per essere un ulteriore aggravio: al lavoro fuori casa, se pur gratificante, bisogna aggiungere il "lavoro emozionale", svolto all'interno: cucinare, far le pulizie, organizzare la famiglia.., mentre il marito guarda la partita in tv o legge il giornale o ... riposa...!!!

Per non cadere nella contraddizione tra ciò in cui credo e la realtà, solo apparentemente paritaria, per non cedere al compromesso che, ogni giorno, quotidianamente ed inesorabilmente, si sarebbe ripresentato, ... ho fatto la mia scelta coerente: ...essere sigle.

Sarò una donna

Nascerò nel 2100.

Mi chiamerò Eva.

Eva, un nome antico, carico di tutte le umiliazioni, le violenze, i silenzi, le derisioni, le sofferenze che le donne hanno subito nei secoli, un nome, il mio, che oggi riscatterà, con l'intelligenza e la libertà della prima Eva, la storia.

Il tempo ha ingoiato le lacrime di Cecilia.

Il tempo ha superato le contraddizioni e i compromessi che hanno lacerato le scelte di Sofia. Gli uomini, i maschi, sono usciti dal complesso di inferiorità.

Loro che, per mascherare le paure per la perdita di potere e di dominio, avevano usato l'unica forza che credevano fosse loro rimasta, la violenza.

La storia ha pagato i debiti alle donne, a noi donne, restituendoci ciò che sarebbe dovuto appartenerci da sempre: dignità e valore.

IO, Eva, sono cittadina di un mondo senza confini e barriere e muri.

Ora, finalmente, il mondo risplende, le ombre, i fantasmi del passato hanno lasciato il posto all'alba di una nuova era in cui ci si sente e si è, donne e uomini insieme.

Esseri consapevolmente liberi e liberamente consapevoli

Sostieni il tuo quotidiano Agorà Magazine I nostri quotidiani non hanno finanziamento pubblico. Grazie Spazio Agorà Editore

Sostengo Agorà Magazine
Read 1305 times

Utenti Online

Abbiamo 941 visitatori e nessun utente online

La tua pubblicità su Agorà Magazine