UN PANCIONE, UN VOLPINO, UNA SPIAGGIA
Un otre d'anni
nella mia casa sulle colline
di tufo bianco di Porto Empedocle.
Eppure la brezza del vivere mi spinge
per giovanili discese sino al mare,
le mie orme più profonde
non ingannano però la battigia.
Allento le bretelle d'oro sulla pancia,
la cravatta scarlatta sulla camicia bianca,
scalzo m'arrotolo i pantaloni sulle ginocchia
e con la giacca scura su una spalla
sorrido al mio volpino confuso tra la schiuma.
Solitarie sagome bizzarre
in una vastità da cartolina
e io col sole in bocca
che vorrei vocalizzare pace oltre le acque.
Il vecchio mare rimugina,
farfuglia verbali e storie imbrogliate;
a ondate mi spruzza la vita in faccia,
prisma che riflette e assorbe visioni e afrori
di talli sfatti di clorofite e ofiure e ricci,
di chiglie di vascelli su schiene di balene,
di isole solcate da profumi di leggende
addormentate nei segreti di forzieri.
Il cagnolino mi ruggisce tra gli alluci,
vuole andare;
un' ultima spruzzata malandrina
vorrebbe spegnere il fuoco nella mia pipa
intanto che la bassa marea
abbandona scorie esistenziali nella poltiglia
senza rabbuiarmi. Risaliamo.
Mi diresti un otre con più sassi del tempo,
invece la brezza sospinge
una bolla con le trasparenze del mondo
e la contentezza del mio esistere
con qualsiasi forma.
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