SEMPREVERDI
Centellinavo il piacere della campagna
per farlo apparire quasi eterno:
affondare le dita nell'humus nero,
piantare erbe e alberelli freschi di brina,
alternare i colori ai fianchi dei viottoli
con l'alba dei limoni e i tramonti delle arance,
inseguire rivoli d'acqua
e condurli in conche dove la rana si specchia.
Eppoi nei tardi pomeriggi stupirsi,
riposando lo sguardo sulle chiazze dorate
che il sole in declino lasciava impigliate
tra le stoppie di trebbiate colline.
Ma, ahimè, come alti e dritti
siete oggi diventati, alberelli miei,
che la vecchiaia curva vi striscia quasi ai piedi.
Come te, cedrus di Atlante,
figlio della mia zappa e della mia terra,
che altissimo e giovane a cinquant'anni
giochi ancora con gli stormi dell'aria.
Questa carne però non ha rinascenze,
e vedo la mente trascinata a morire
tra una natura immobile che a lungo
conserva ad altri una vita indolente.
E io che non ho radici, né linfa,
né un Dio che parlando m'accompagni nei cieli,
io vorrei tagliare l'irrisione del tuo tronco,
ma tu, o mio cedrus,
figlio delle mie mani e della mia terra,
tu mi dici che pure di notte
giochi con le stelle,
che solletichi con la cima altissima
le ciglia della luna
e che un'allodola all'alba
vi canta l'inno alla Natura.
____________________________________________
MITI E VITA
Drusa il cuore.
Entrai nella foresta
dai frutti canditi su rami di nichel
per interrarne tenero nocciolo.
Da tronchi d'alberi la vita usciva
infusa da Hoenir e Lodhurr.
Le cortecce s'aprivano
e nell'evanescenza brillante apparivano
Helgi e Volund con le loro valchirie Svava e Alvit,
Freya e Venere andavano ammiccando
a Balder, a Adone e ai nani,
sospendeva ogni impresa l'ovatta dell'amore
mentre Odino galoppava
con il suo ottipede in cielo e in mare.
Le Norne intagliavano
magiche rune di scongiuro
su tavolette di legno
e non c'erano foglie con i nomi da sotterrare,
né turbamenti malsani di fauni e baccanti,
solo elfi bianchi a cavallo di api d'oro.
La poesia del barbuto Bragi e la sua Idhunn
non poterono fermare spirale di aneliti
e finalmente arrivai ai piedi dell'albero cosmico
che univa voragini di materia a cieli d'anima:
così drusa riuscii a interrare
tra le radici immense di Yggrdrasil.
Da quando ninfe e dèi, eroi e spiriti
ne spaccarono il nocciolo
seme fecondava
il campo sciamanico della giovinezza.
Per tanto tempo poi l'anima
s'appollaiò in cima alla chioma,
aquila con enormi ali a scuotere il cosmo
per allontanare i roditori
dell'asse del mondo e dell'uomo.
Ma era nelle sue radici che un mostro cresceva,
un dragone che tutto suggeva e sfibrava.
La Vecchiaia,
la vecchiaia che inarrestabile morde
radici d'anima
con chiome di pensieri nel cosmo
che cominciano a tremare
prima del mio crollo su tutto il Creato.
_______________________________________________
AL SOLE COSMICO
Ti guardo al meriggio,
ti guardo dietro la fronte
per non farmi abbagliare.
Lo so che a te debbo
se mandrie mi galoppano
sulle verdi praterie del petto,
se giardini pensili fioriscono tra le ciglia,
se ho potuto posare una farfalla
sulla spalla nuda dell'amata.
Ti guardo al meriggio
quando a picco sulla testa troneggi.
Lo so che le tue penne di luce
hanno inciso tutti i libri dell'uomo e i monumenti,
e io ho tentato di salirle le tue scie
con un carretto siciliano e un somaro con quattro ali
che mi scaraventavano ogni volta
tra sofferenti dove il tuo splendore non arriva mai.
Lo so che i tuoi raggi sono braccia
che trattengono la mia Terra,
ma saranno un giorno più roventi e immensi
e con lei mi squaglierai.
Ti guardo al meriggio, ti guardo in cagnesco,
padrone e destino,
non della tua o della mia vita,
ma della vita
tra l'assurdo di leggi fisicochimiche
scritte al netto
dei palpiti del cuore.
Sostieni il tuo quotidiano Agorà Magazine I nostri quotidiani non hanno finanziamento pubblico. Grazie Spazio Agorà Editore

 (Copia).jpg)

