ANNO XVII Febbraio 2023.  Direttore Umberto Calabrese

Martedì, 03 Ottobre 2017 00:00

Cosa vogliono ottenere Lombardia e Veneto con il referendum del 22 ottobre

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Le due Regioni si muovono nel solco della Costituzione, ma una vittoria del Sì darebbe forza a Maroni e Zaia. Articoli sul PostSole 24 OreSkyTg24 e Libero

 Mancano tre settimane al referendum del 22 ottobre quando gli abitanti di Lombardia e Veneto saranno chiamati a pronunciarsi su una questione che riguarda l’autonomia. Niente a che vedere con la consultazione catalana, illegale e contrastata (con violenza) dallo Stato centrale spagnolo. Sarà un referendum legale, realizzato d’accordo con lo Stato e allo scopo di chiedere maggiori poteri in un modo previsto dalla Costituzione italiana; come spiega il Postverrà chiesto ai cittadini se vogliono che la giunta regionale faccia richiesta allo Stato per ottenere maggiore autonomia tramite una procedura prevista dalla Corte Costituzionale.

Esito del referendum "non vincolante"

L’esito del referendum non è vincolante e, sulla procedura di concessione di maggiore autonomia, l’ultima parola spetta allo Stato. È evidente, però, che potrebbero dare l'avvio, in caso di vittoria dei Sì, una trattativa con il governo. 


Perché chiedere ciò che già c'è?

Il referendum chiede ai lombardi – e ai veneti, in Veneto – se vogliono che la loro giunta regionale invochi il terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione. È una fattispecie ben precisa, spiega ancora il Post, introdotta con la riforma della Costituzione del 2001, che permette alle regioni con un bilancio in equilibrio di chiedere allo Stato centrale di affidargli nuove competenze oltre a quelle che sono affidate a tutte le regioni a statuto ordinario dal famoso Titolo V della Costituzione. Quello che bisogna notare, è che non c’è bisogno di un referendum per farlo: dallo scorso luglio, infatti, la regione Emilia-Romagna ha attivato le procedure previste dall’articolo 116 senza fare alcun referendum.

Come si schierano i partiti

Non è solo il centrodestra, e in particolare la Lega che governa Lombardia e Veneto, a sostenerli. A favore del Sì, scrive il Sole 24 Ore, è anche il Movimento 5 Stelle. Via libera anche da Forza Italia. Per quanto riguarda il Pd, ufficialmente li considera inutili poiché la Costituzione già prevede la possibilità di una trattativa tra lo Stato e le Regioni sulle competenze. C’è tuttavia chi la pensa diversamente: il sindaco di Milano Giuseppe Sala e quello di Bergamo Giorgio Gori hanno preso posizione a favore del Sì.

Le critiche al referendum

I critici, politici del centrosinistra e intellettuali come Aldo Busi, obiettano che il referendum è soltanto un tentativo della Lega Nord di farsi propaganda utilizzando il denaro di tutti i cittadini (secondo il Fatto quotidiano le stime dei costi dei referendum lombardo-veneti oscillano tra 30 e 50 milioni di euro).

Sul Fatto Aldo Busi contro “quella cagata pazzesca del voto per l’autonomia di Lombardia e… https://goo.gl/fb/S4jkRW

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Sul Fatto Aldo Busi contro "quella cagata pazzesca del voto per l'autonomia di Lombardia e Veneto"....

Oggi e domani in edicola sul Fatto Quotidiano il pezzo di Aldo Busi in cui lo scrittore si schiera “contro quella cagata pazzesca dei referendum per l’autonomia della Lombardia e del Veneto e per...

ilfattoquotidiano.it

E lo stesso ministro Gianluca Galletti sottolinea che sarebbe meglio fare come l'Emilia Romagna che ha scelto di chiedere l'autonomia tramite l'articolo 116 della Costituzione: "Oggi - spiega il ministro dell'Ambiente - è già possibile avere più autonomia su determinate materie, senza bisogno di ricorrere al referendum". E anche l'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, è nettamente contrario e definisce la consultazione sull'autonomia "una presa in giro per gli italiani".

Le ragioni del referendum

I sostenitori del referendum dicono che un voto dei cittadini potrebbe dare maggior forza contrattuale alla regione che chiede autonomia. Giuliano Zulin su Libero scrive che nessuno finora è entrato nel merito del quesito referendario: "la Lombardia e il Veneto vantano una settantina di miliardi di residuo fiscale. Quando invece la Baviera, per dire, lascia a Berlino poco più di 5 miliardi e addirittura la Catalogna si fa soffiare "appena" 8 miliardi l' anno. È legittimo oppure no chiedere alla gente, attraverso un referendum consultivo, se è possibile andare avanti in questo modo?", chiede il vicedirettore del quotidiano milanese in maniera retorica.

Poi risponde alla critica più forte al referendum: quella secondo cui si chiede qualcosa già prevista dalla Costituzione. "Come mai - scrive - le istanze di Veneto e Lombardia sono state stoppate già quattro volte dai vari governi di turno? Che fortunati gli emiliano-romagnoli... Forse perché sono guidati dal Pd?".

Che succede se vince il Sì

Una eventuale vittoria del SI non farebbe diventare in automatico autonome Lombardia o Veneto. Come si legge su SkyTg24, autorizzerebbe Zaia e Maroni ad avviare una trattativa con Roma per ottenere nuovi livelli di autonomia in ambito legislativo, amministrativo e finanziario, sul modello delle Regioni a statuto speciale. I due governatori puntano soprattutto a ridurre il residuo fiscale, cioè a mantenere sul proprio territorio una parte più sostanziosa del gettito anziché doverlo girare allo Stato.

 @qn_carlino "Il nostro è un referendum diverso da quello catalano: è per l’autonomia, non l'indipendenza" http://www.quotidiano.net/politica/referendum-catalogna-1.3438561 

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Cosa accadrebbe in Lombardia

Maroni ha detto che, con la vittoria del Sì in Lombardia (dove non è previsto il quorum), la priorità sarà "tenere i nostri soldi. Il mio obiettivo è trattenere almeno il 50% del residuo fiscale, 27 miliardi di euro all'anno in più”, ha detto il governatore annunciando che chiederebbe anche più competenze su “immigrazione, ordine pubblico e sicurezza”.

Cosa accadrebbe in Veneto

Il Veneto, invece, in caso di raggiungimento del quorum, potrà procedere entro 90 giorni all'esame in consiglio regionale dell'argomento referendario presentando un programma di negoziati e un ddl da portare a Roma. Queste eventuali modifiche, concordate con lo Stato dopo il negoziato, andrebbero poi portate in Parlamento con una proposta di legge che dovrebbe essere approvata a maggioranza assoluta.

 

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