In Turchia basta un solo dipinto, postato sui social, per finire in carcere. E per rimanerci 2 anni, 9 mesi e 22 giorni. Non è una cosa da poco. Soprattutto se la protagonista di questa storia, di anni, non ne ha ancora compiuti trenta. Zehra Doğan non è solo un’artista.
È una giornalista, una fotografa, una delle collaboratrici di Jinha, un’agenzia di stampa curda che prova a raccontare, con mille difficoltà, cosa sta succedendo nel Paese di Erdogan. L’intero staff dell’agenzia è composto da sole giornaliste che si battono anche per la difesa dei diritti delle donne, soprattutto appartenenti a quella minoranza etnica. Il 21 luglio 2016, il giorno in cui è stata arrestata, Doğan era in un bar di Nusaybin, cittadina turca al confine con la Siria, dove viveva e lavorava.
L’accusa è quella di essere un’affiliata di un’organizzazione illegale anti-governativa.
È una sorta di cospiratrice. Durante la prima udienza, diversi testimoni hanno confermato la sua “colpa” senza che nessuno, però, sapesse indicare quale fosse il suo vero nome e basandosi, semplicemente, sul suo aspetto fisico: "una piccola donna con un anello al naso".
Troppo poco anche per il giudice che, in prima istanza, la assolve. Nessuna condanna e una scarcerazione, il 9 dicembre. Dopo sei mesi passati in prigione. Ma il processo non è finito. Zehra Doğan è una che racconta storie scomode. Ed è capace di farlo non solo con le parole. Usa il pennello, la matita, la voce. Disegna, parla, illustra, scrive. Il 2 marzo del 2017 arriva quella che, in fin dei conti, è un vero tentativo di censura. Assolta per non aver fatto parte di una organizzazione illegale, certo, ma condannata per la pubblicazione di un dipinto sui suoi social network. Uno. Questo.(agi alessandro frau)
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