ANNO XV Luglio 2021.  Direttore Umberto Calabrese

Domenica, 08 Aprile 2018 06:33

Acqua e Territorio - Una mostra a San Giuliano Milanese dal 7 al 22 aprile

Written by 
Rate this item
(0 votes)

Qui di seguito una serie di testimonianze legate a questi luoghi oggetto della mostra e del convegno dell 11 aprile dal titolo «acqua e territorio, conosciamolo meglio».  Iniziativa promossa dal Comune di San Giuliano Milanese in collaborazione con la Consulta delle associazioni culturali, educative e ambientali, la consulta delle associazioni sociali e la consulta sportiva e ricreativa.

ACCANTO AL REDEFOSSI SEMBRAVA DI ESSERE IN VILLEGGIATURA

Testimonianza di Ernestina Gorla, nata a Milano il 30/07/1956

“Da bambina andavo da mia zia Pina Vanelli che abitava in una bella casa con balconcino in via Toscani, oltre il Redefossi. Se mi affacciavo al balcone lo vedevo scorrere con tanta acqua corrente veloce e limpidissima. Lì vicino c'era la “Cooperativa”, dove ora c'è il market Torello, una specie di osteria con tanti tavolini e la gente seduta all'aperto. Alcuni giocavano a bocce. C'era un'atmosfera come di località di vacanze. L' acqua è diventata sporca quando i nuovi palazzi a monte e Milano hanno iniziato a scaricavi le fognature.”

Testimonianza di Luigi Monico nato a Tribbiano il 01/05/1933

“Anch'io ricordo il Redefossi pulito e che c'era chi ci faceva il bagno, ma solo chi era molto sicuro perché la corrente era forte e potevi essere trascinato via. Sapevamo che c'era un macello a Milano e allora, meno attenti nella raccolta dei rifiuti, capitava che scaricassero nel Redefossi. Ricordo la scena cui ebbi modo di assistere: il mio amico Baini, visti dei grossi pezzi di grasso che galleggiavano sull'acqua non esitò a tuffarsi e a recuperare quel grasso. Ne venne fuori tutto unto. Non ho mai saputo cosa ne facesse.

Di fronte al Redefossi, dove ora c'è il negozio Amplifon, passava la roggia Spazzuola (ora intubata) e proprio lì c'era un mulino. Allora, la forza motrice muoveva i magli che pestavano il ferro reso incandescente nella fucina di un fabbro. C'era anche il maniscalco che preparava i ferri per gli zoccoli dei cavalli. Sempre lì vicino c'era un sellaio e un droghiere. Passando di lì si vedeva la ruota girare e si sentiva il suolo vibrare sotto i pesanti colpi dei magli.”

IL MULINETTO E IL BUCATO AL SOLE

testimonianza di Cornelia Viganò nata a San Giuliano 29/06/1948

Ero una bambina, ma ricordo che alla cascina Mulinetto abitavano i”lavandè” (lavandai). Vedevo partire il carro trainato dal cavallo e lo vedevo tornare carico di grossi sacchi bianchi: erano sacchi pieni di biancheria delle “sciure” di Milano. Ogni sacco aveva un cartellino con il cognome della famiglia proprietaria. La grande ruota del mulino girava e gli ingranaggi facevano ruotare un cestone: bisognava scendere alcuni gradini di uno scantinato in cui questo prototipo di lavatrice ruotava lavando i panni sporchi con l'acqua della Roggia Nuova (acqua del Lambro) allora pulita. Nel prato del Mulinetto era tutta una distesa di bucato steso al sole. C'erano alberi da frutta e ai loro tronchi erano tese le corde cui venivano appese le lenzuola e gli indumenti lavati.

LA FESTA AL BUSCHET DEL LAMBER

Testimonianza di Franco Daghini nato alla cascina Alba di San Giuliano il 26/05/1946, giorno dell'apparizione della Madonna di Caravaggio

“Ero bambino, ma ricordo benissimo di quando seguivo i miei genitori e gli zii e si andava alla “festa del buschet”. Credo fosse agosto o comunque verso la fine dell'estate. Non ricordo se ci fosse una vera e propria organizzazione, però veniva tanta gente da San Giuliano, da Zivido. Ci si poteva arrivare dalla stradina prima del ponte per Mediglia, per intenderci quella che attraversa la cascina Cascinetta o da Zivido, passando dalla Cascina Rovido o dalla cascina Molinetto. Si raggiungeva tutti questo boschetto che cresceva vicino al Lambro e si stava in compagnia. Era un vero e proprio ritrovo, una festa di paese. Ognuno portava qualcosa: chi l'anguria, chi una bottiglia di vino che si tenevano in fresco nel Lambro e si passava lì la giornata. Facevamo il bagno e , con gli altri bambini, si giocava a nascondino o si andava per nidi. Si pescava anche col quadrato, una rete tenuta tesa da due bacchette che legavamo ad una corda, calavamo e , a intervalli di 2 o 3 minuti, sollevavamo. A volte c'era il pesce, a volte no.

Siccome in piena estate il Lambro aveva poca acqua, lo si guadava a piedi nudi e c'era gente su l'una e l'altra sponda. Tra la cascina Resega e la cascina Cà del Lambro ricordo che c'era una sorgente di acqua fresca, buonissima. Tutti andavano lì ad abbeverarsi. Si chiamava la “sorgente Basletin”. Chissà, forse c'è ancora!”

IO, STELLA, MONDINA VOLANTE

testimonianza di Stella Draghi nata a Corneliano Laudense il 18/03/1935

“Ho iniziato a fare la mondina a 13 anni quando abitavo a Salerano alla cascina Moncucca (in realtà sotto Casaletto).

La mia giornata

Il carro veniva a prenderci alle 3 e mezza e ci portava a Gugnano. Da Salerano ne venivano una ventina, ma c' erano altri carri e in tutto saremo state 80 o 90. Le altre venivano da Casaletto o da Mairano..

Lavoravamo dalle 4 alle 8. Dalle 8 alle 9 avevamo una pausa e facevamo colazione con quello che portavamo da casa. Io di solito portavo un panino e una luganega (salamino) e bevevo dell'acqua. Poi riprendevamo dalle 9 fino all'una quando il carro ci riportava a a casa. Niente feste e balli per noi volanti. Tornata a casa pranzavo. Di solito mangiavo “el brustulot” ( una pallina di polenta con un pezzo di formaggio al centro che si faceva abbrustolire nel fuoco) oppure la zuppa d'aceto (acqua, aceto, zucchero e pane) e , dopo un riposino, riprendevo a lavorare nella mia cascina dalle 3 e mezza fino alle 6. Poi un po' di minestra e subito a letto perché alle 3 c'era la sveglia.

Il lavoro

Iniziavamo a maggio con la monda della risaia stabile e l'erba che strappavamo non ricresceva. Finito questo lavoro si strappavano le piantine del vivaio e successivamente si trapiantavano nei campi in cui era appena stato mietuto il frumento. Dopo il trapianto stavamo dei giorni senza tornare in risaia, ma poi, a luglio, venivamo richiamate per tagliare alla base il giavon. Allora il lavoro era più duro perché il sole picchiava ed era afoso. Ogni donna camminava nell'acqua e controllava 3 file di riso. L'erba strappata veniva raccolta da un uomo con la forca.

Il controllo del fattore

Il fattore e a volte il padrone ci controllavano e volevano che cantassimo e mantenessimo la riga. La risaia era grande e facevamo una riga di 80, 90 mondine. A volte si creava una curva perché alcune rallentavano il ritmo. Allora il fatur ci diceva “Guardate che siete indietro” e ci toccava accelerare per metterci in pari. Inoltre non dovevamo piantare più di 3 piantine per buco, se ne mettevamo di più venivamo richiamate e dovevamo di corsa rimediare per riallinearci. Lavoravamo la terra del signor Ambrogio Corti. Lui e il fattore erano rispettosi e mai volgari.

Le bisce

Quando strappavamo le piantine di riso dal vivaio, si partiva tutte dai bordi del campo, facevamo i mazzetti e li buttavamo dietro all'uomo col “lessin” (traino galleggiante senza ruote). Mano a mano che procedevamo nel vivaio si formava un cerchio sempre più piccolo. Lì si rifugiavano le bisce che si sentivano accerchiate. Io lo sapevo e, nonostante fossi una ragazza forte, ero terrorizzata. Allora con una scusa, chiedevo di allontanarmi per non ritrovarmi con quelle brutte bestie.

Facevamo invidia alla Scala

Iniziavamo a cantare fin dal mattino e il nostro coro faceva invidia alla Scala. Di tutti i gruppi noi, le “saleranine” eravamo le più brave e cantavamo a 4 voci anche se si faceva tutto ad orecchio. Una iniziava e le altre la seguivano. C'era gente da Milano che veniva a sentirci cantare. Una delle mie canzoni preferite era “La Pinotta”.

A volte facevamo il muso

Quando il giorno prima avevamo subito un rimprovero ingiusto, facevamo il muso e non cantavamo. Il fattore diceva :”Alura, se canta no stamatina? Sù un po' de alegria!” e noi : “No, se canta no!” , ma poi cantavamo così ci passava il tempo.

MIO PADRE, IL CAMPE'

Mio papà, Giuseppe Draghi, è nato a Borghetto Lodigiano il 5/10/1908 (deceduto il 15/02/1967) e faceva il campé. D'estate era lui che dava l'acqua ai campi. L'acqua si comprava da un consorzio. Il padrone gli diceva : “Peppin, guarda che tra du dì gh'è l'acqua!” (magari dalle 11 di notte alle 4 di mattina). Allora lui usciva di casa seguito dalla sua Diana, una cagnolina bianca e nera, con la lanterna, l'orologio al taschino per controllare le ore e il badile dal manico lungo che serviva per sollevare i “suin” (soglini) e per saltare i fossi ed entrare nel campo senza dover arrivare fino al ponte. Per allagare il campo abbassava l'us-cera (paratoia) e controllava che venisse irrigato in ogni punto. Poi sollevava l'us-cera e andava a chiudere l'us-cera del campo successivo in modo da alzare il livello dell'acqua e , aprendo delle bocchette negli argini, irrigare altra terra. Lavorava intensamente tutta la notte.

Il suo era un lavoro importante. Da lui dipendeva il buon funzionamento delle marcite e la produzione dei cerali che avrebbero sofferto dei periodi di siccità.

Nella gerarchia il campé era secondo solo al fattore.

Gli piaceva andare a pescare

Mio padre viveva di acqua: il suo lavoro era seguire le acque, ma anche era la sua passione. Infatti, finito il lavoro, mangiava un panino con la luganega e via, prendeva la sua bicicletta e andava a pescare. L'acqua era pulitissima e portava a casa anguille ed altri pesci che poi barattavamo per avere frutta o del formaggio. Ricordo che una volta è tornato a casa con un enorme capitone che era riuscito a catturare con le mani. A papà piaceva pescare, ma non mangiare il pesce, così il capitone finì sulla tavola del padrone che era rimasto senza parole vedendone le dimensioni.

L'acqua della fonte

D'estate toccava a noi figli di procurare l'acqua da bere. C'era una “trumba” (la pompa) vicino a casa, ma papà voleva bere solo l'acqua della “fontana”, acqua di una sorgente che si trovava a 500 m. da casa, che sgorgava freschissima. La sorgente si trovava vicino al cimitero di Casaletto.

Quando pulivo i fossi

Durante tutto l'inverno, quando il fattore non trovava niente di meglio da farmi fare, mi mandava a pulire i fossi. Andavo con la mia amica Anna. Rifacevamo le sponde col badile, togliendo erba e terra. Con questa terra facevamo dei mucchi nel letto del fosso e poi venivano degli uomini muniti di carriole e scivoli a prendere la terra che serviva a pareggiare le buche di altri campi. I fossi rimanevano belli puliti e, quando arrivava l'acqua, correva che era una meraviglia!

LE RANE NEI CALZONI

Testimonianza di Paolo Biffi nato a Lodi il 22/10/34

“mio papà faceva il “capural”, il primo falciatore, quello che dava il ritmo agli altri “paisan”. Nei campi c'era pieno di rane. Quando ne trovava una, con la mano la infilava in una gamba dei calzoni che erano legati alla caviglia con una funicella e subito riprendeva a lavorare di lena. Io, ancora bambino, andavo da lui con la “sachèla”, lui velocemente mi dava le rane che prendeva dal fondo dei pantaloni e riprendeva lo sfalcio. Il pranzo era assicurato!”

 

Vita ed opere di Luisa Carminati Infanzia e formazione

Nasce a Brembio (Lodi) il 24 settembre 1927 in una famiglia contadina. Trascorre i primi anni alla cascina Fornelli di Secugnago lodigiano dove il padre, Paolo Battista, è casaro specializzato nella produzione di provoloni. La madre Erminia cura l'orto e la crescita delle tre figlie: Luisa, Franca (1929) e Giuseppina (1930). Luisa è una bambina serena, allegra, vivace e intraprendente. Ama cantare, il disegno e anche recitare per beneficenza in parrocchia . Per gli studi superiori si trasferisce a Lodi ospite nel collegio gestito dalle suore di Canossa e frequenta l'istituto statale magistrale Maffeo Vegio, distinguendosi in disegno e matematica e conseguendo il diploma che le consente di accedere all'insegnamento. Nel frattempo, la famiglia si è trasferita a Villavesco (Tavazzano) alla cascina Cà de Zecchi dove Paolo Battista inizia l'attività di piccolo coltivatore diretto. In quel periodo, le due carissime sorelle di Luisa, Franca e Giuseppina (che da allora si farà chiamare Elisabetta), entrano nella congregazione religiosa delle Figlie di San Paolo divenendo suore.

La famiglia

Il 15 maggio 1947, ancora diciannovenne, sposa l'agricoltore Giovanni Viganò e si trasferisce a San Giuliano Milanese nella azienda agricola denominata cascina Carlotta. Dopo il matrimonio, lascia l'insegnamento per seguire la famiglia. Nasceranno quattro figli di cui uno morto durante il parto. Oltre a seguire la crescita di Cornelia, Rinaldo ed Elisabetta e badare alla casa, Luisa aiuta nella conduzione dell'azienda agricola seguendo la contabilità, cura l'orto, alleva i piccoli animali da cortile, aiuta nella fienagione e nella mungitura e trova anche il tempo di collaborare in parrocchia come catechista.

Il dolore per la terra minacciata

La famiglia continua per 25 anni l'attività di coltivatori diretti, coltivando i prati a marcita e allevando le bovine da latte, ma il 5 luglio 1972, il Consiglio comunale modifica il Piano Regolatore, prevedendo l'edificabilità dei terreni condotti da generazioni dalla famiglia Viganò e, il giorno successivo, 6 luglio 1972, Giovanni e Luisa ricevono una raccomandata che li informa che la società proprietaria dei terreni ha un nuovo amministratore, noto imprenditore edile locale. Da quel momento, il lavoro agricolo continua, ma continuano anche le procedure amministrative fino all'approvazione di un piano di lottizzazione che prevede l'edificazione di una zona artigianale sugli immobili e i terreni della cascina.

La reazione di Luisa e la battaglia per la difesa del suolo

Di fronte a quello che appare come un destino che accomuna molte delle cascine vicine ormai abbattute per far spazio ad abitazioni e capannoni che modificano per sempre la vita e il paesaggio della zona, allora per la maggior parte coltivato a prati stabili e marcite, Luisa non si rassegna. Scrive ai giornali e alle autorità. Grazie alla sua iniziativa, quella che dagli amministratori veniva considerata una questione privata inizia ad assumere interesse pubblico: dopo una sua lettera, viene contattata dalla RAI che realizza un servizio alla trasmissione “Agricoltura domani” condotta da Gianni Minoli andata in onda il 17 giugno 1979, il primo luglio uscirà un articolo su Famiglia Cristiana, primo di centinaia di servizi su quotidiani e riviste. Antesignana della difesa del suolo, è lei che per prima avvia l'opposizione all'avanzata del cemento, ritirandosi poi nell'ombra e lasciando che l'opera venisse continuata da marito, figli, associazioni e cittadini, in quella che divenne una lunga battaglia per la salvaguardia della terra di una parte importante del Parco Agricolo Sud Milano.

Il 4 marzo 1980, mentre presidia una barricata di trattori volta ad impedire l'avanzata delle ruspe, Luisa è strattonata e ferita dai costruttori e viene ricoverata otto giorni all'ospedale di Melegnano. La sua intraprendenza, accompagnata da una battaglia legale, porterà alla salvaguardia della cascina e di circa metà dei suoi campi limitando una speculazione che avrebbe inesorabilmente

cementificato quell'area della Valle del Lambro e del Parco Agricolo Sud Milano lungo la direttrice della via Emilia (statale numero nove).

La custodia della memoria

In questo frangente, Luisa comprende che la speculazione edilizia sta facendo scomparire non solo la fertile terra, ma anche, complice la meccanizzazione dell'agricoltura, tutta una cultura, un modo di vivere e di relazionarsi.

Ecco che , nell'autunno del 1979, inizia a raccogliere in un locale della cascina gli oggetti che andranno a far parte del “Museo della civiltà contadina”. Il suo è un lavoro paziente e meticoloso, fatto senza alcun finanziamento, raccogliendo gli attrezzi in disuso e appendendoli di persona alle pareti delle ex abitazioni dei salariati agricoli. La collezione si arricchisce man mano anche grazie a molte donazioni e Luisa la ordina per argomenti, occupando spazi sempre più estesi tanto che le sale espositive raggiungono il numero di 13 mentre gli oggetti esposti sono più di un migliaio. L'abitazione, la camera, i giochi e le tradizioni, la fienagione e la produzione casearia, le coltivazioni di frumento, granoturco, riso, i tessuti (lino, lana, seta), i mestieri (falegname, ciabattino, maniscalco, spazzacamino ..), l'allevamento del maiale, la pesca, il vino ...insomma una panoramica completa della vita campestre. La collezione comprende anche foto e documenti originali e una vastissima raccolta di santini (immagini sacre).

I manoscritti

A questo periodo risalgono i suoi due manoscritti: “Mondo contadino: lavori, usanze e tradizioni” e “Fiabe, poesie e filastrocche della bisnonna”.

Mondo contadino: lavori, usanze e tradizioni

Nel primo spiega le modalità di coltivazione, i vari lavori rurali e la vita domestica come li ricordava e come descritti da vari “esperti”: il marito Giovanni, la cognata Lidia Viganò, la madre Erminia Lazzari, il sigg. Pietro Daghini e il sigg. Prevosti, due pensionati che avevano un orto in cascina, e tutte le persone che avevano un'esperienza rurale.

Fiabe, poesie e filastrocche della bisnonna

L'unica fonte del secondo manoscritto è la madre, Erminia Lazzari. Erminia era nata in una cascina lodigiana il 12/04/1903 in una famiglia numerosa (erano in nove fratelli, ma spesso era presente qualche fratello di latte tenuto a balia dalla madre Elisabetta Soffientini). Ella conservava nella memoria e raccontava, prima alle figlie e poi ai nipoti, le fiabe ascoltate da piccola dalla bocca di un bracciante. Questi, lontano da casa, riceveva un piatto caldo dalla famiglia di Erminia e ricambiava intrattenendo grandi e piccini con i racconti provenienti dalla tradizione orale prima di salutare e andare a dormire sul fienile. La madre di Luisa era una persona generosa ed allegra e passò gli ultimi anni della sua vita a San Giuliano Milanese, partecipando alle sofferenze della figlia per la minaccia ai terreni e trasmettendo quel patrimonio della tradizione orale fatto di fiabe, poesie e filastrocche che Luisa ha avuto il merito di trascrivere prima che andassero perdute con la morte della cara madre avvenuta il 19/09/1981.

I quadri

Resasi conto che gli oggetti erano di difficile comprensione per i bambini e per chi non aveva vissuto in campagna , Luisa inizia a fare una narrazione per immagini e realizza dei disegni colorati a pastello che mostrano le varie fasi dei lavori, momenti di vita familiare e le tradizioni. I 150 quadri diventano parte integrante del suo museo e lo rendono unico nel suo genere e di facile lettura. Vengono molto apprezzati da scolaresche e insegnanti che hanno modo di avvicinarsi alla storia e alle radici locali, di comprendere le fatiche e i valori di una vita ritmata dalle stagioni e dalle tradizioni religiose, con un profondo rispetto dell'ecosistema (ai tempi, tutta l'agricoltura era biologica non essendo ancora in uso erbicidi, fitofarmaci e concimi chimici).

Un patrimonio da riscoprire

Dal 1979 , infaticabile e appassionata, fino a quando la salute lo permette, continua a occuparsi della cascina e del museo che arricchisce mano amano di oggetti e quadri. Il suo lavoro appassionato viene interrotto dalla morte sopraggiunta il 3 aprile 1986, a soli 58 anni .

Il suo museo, i suoi quadri e gli scritti custodiscono un patrimonio di memorie unico nel loro genere che merita di essere conservato, valorizzato e divulgato.

ulteriori informazioni :

Museo della Civiltà Contadina Luisa Carminati

tel. 02/9840928 (Elisabetta Viganò) /mail elisabettavigano.a@gmail. compagina facebbok Museo di civiltà contadina Luisa Carminati

Sostieni Agorà Magazine I nostri siti non hanno finanziamento pubblico. Grazie Spazio Agorà Editore

Sostengo Agorà Magazine
Read 1492 times

Utenti Online

Abbiamo 1030 visitatori e nessun utente online

La tua pubblicità su Agorà Magazine