ANNO XVIII Maggio 2024.  Direttore Umberto Calabrese

Sabato, 22 Febbraio 2020 00:55

Migrazione italiana o italica espanzione culturale e commerciale che dura da secoli – Seconda parte: Italo-Libanesi, italiani di Odessa, italiani di Crimea, dei Genovesi di Gibilterra a Gli Italiani di Corfù

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Quando si parla di migrazione italiana ci si riferisce a quella dello Stato Italiano 1861. Ma in realtà è molto più antica ed è in prevalenza nata da una serie di colonie commerciali avamposti delle repubbliche marinare. Gibilterra il 50% della popolazione era genovese e la lingua locale era il genovese, sino all'arrivo degli inglesi. Corfù, Istanbul vi erano le comunità veneziane. Libia era colonia del Regno di Sicilia che mantenne la concessione delle zolfatare fino al 1860. Il Caso più numeroso fu la Crimea ed Odessa quest'ultima inizialmente si chiamava Ginestra ed era abitata da veneti poi 1794 con la fondazione di Odessa si incremento la presenza italiana che era del 10% degli abitanti. Nelle Americhe liguri, veneti, piemontesi, Lombardi arrivarono in massa fin dalla fine del 1700. Dato storico 1835 Giuseppe Garibaldi era ospite della Comunità ligure a Montevideo. Ospedale Italiano di Buenos Aires nasce nel 1853 ad opera di migranti liguri, veneti, Lombardi, piemontesi... L'italia nasce 1861 con la nascita dell' Italia vi fu la grande migrazione delle popolazioni del ex duo regno di Sicilia che scappavano dalla reprepressione dei Savoia. In Venezuela gli italiani arrivarono con Simon Bolivar nel 1805 per combattere al suo fianco nella guerra d'indipendenza e dato storico incontestabile su sette firmatari dell'atto di indipendenza ben 2 sono italiani. Come sempre la storia è un po' diversa dalla narrazione ufficiale.

In questa seconda parte vi raccontero degli Italo-Libanesi, degli italiani di Odessa, degli italiani di Crimea e dei Genovesi di Gibilterra

Italo-Libanesi

Castello crociato genovese di Biblo.

Gli italo-libanesi sono una comunità insediata in Libano che è composta da alcune migliaia di persone. Durante il Medioevo le repubbliche marinare crearono piccole colonie commerciali nel moderno Libano, le più importante delle quali furono le colonie genovesi di Beirut, Tripoli e Biblo: qui si stanziarono molti coloni genovesi, che a volte si fusero con le popolazioni locali. In tempi più recenti gli italiani sono emigrati in Libano in piccoli gruppi, specialmente alla fine dell'Ottocento e negli anni intorno alla prima e alla seconda guerra mondiale. La maggior parte di loro ha scelto di stabilirsi a Beirut, per via del suo stile di vita europeo. Al 2017 la comunità di italo-libanesi è composta di circa 4.300 persone.

Durante il Medioevo le Repubbliche marinare crearono piccole colonie commerciali nell'odierno Libano, le più importante delle quali erano le colonie genovesi di Beirut, Tripoli e Biblo, stanziandosi sul territorio e talora fondendosi con le popolazioni locali.

In tempi più recenti, gli italiani sono venuti in Libano in piccoli gruppi, specialmente alla fine dell'Ottocento e negli anni intorno alla Prima guerra mondiale ed alla Seconda guerra mondiale. La maggior parte di loro ha scelto di stabilirsi a Beirut, per via del suo stile di vita europeo.

Attualmente l'Italia ha stretti rapporti commerciali con il Libano e sono molti gli italiani radicati a Beirut che svolgono attività per le numerose ditte italiane della città.

La comunità italiana nel Libano è molto piccola (circa 4300 persone) ed è in gran parte identificabile nella comunità libanese cattolica.

I matrimoni misti nella comunità italiana sono molto frequenti e la maggior parte dei membri sono solo in parte italiani (attraverso la discendenza paterna o materna). Alcuni di loro si sono anche convertiti all'Islam o sono discendenti di convertiti. Ci sono inoltre alcune famiglie italiane che sono rientrate in Italia dopo la seconda guerra mondiale, con figli nati nel Libano.

L'organizzazione principale della comunità italiana in Libano in passato era l'Associazione Nazionale Pro Italiani del Libano (ANPIL); inoltre recentemente è stata costituita un'Associazione di amicizia Italia-Libano.

Fra i numerosi personaggi italo-libanesi, che si sono distindi nei vari settori sociali del Libano, mi fa piacere ricordarvi due personaggi che hanno e continuano a far grande l'Italia nel mondo della cultura e dello spettacolo essendo parte integrale della storia culturale del Bel Paese, e mi scuso con i tanti personaggi italo – libanesi che per brevita non cito:

Gad Lerner giornalista, conduttore televisivo, e saggista.

Lerner nacque a Beirut, in Libano, il 7 dicembre del 1954 da una famiglia ebraica stabilitasi in Palestina sin da prima della fondazione dello Stato ebraico e dove vivono ancora molti suoi parenti. Il padre Moshé è nato nell'allora kibbutz di Haifa da genitori galiziani originari di Drohobyč (quando faceva parte dell'Impero austro-ungarico), mentre la madre, Revital Taragan, è nata a Tel Aviv, ma si è trasferta con la famiglia in Libano giovanissima, da Joseph e Zipora Taragan. Questi erano un ricco mercante turco e la figlia di intellettuali lituani, aderenti al movimento politico Hovevei Zion.

Lerner visse a Milano sin dall'età di tre anni. Nel 1967 chiese la cittadinanza italiana a cui aveva diritto come apolide residente da dieci anni ma la domanda venne accettata solo nel 1986, dopo quasi 30 anni di soggiorno ininterrotto in Italia, e questo grazie al primo matrimonio contratto con una cittadina italiana.

Ha frequentato il liceo classico Giovanni Berchet. Si è sposato in seconde nozze con Umberta e ha cinque figli.È proprietario di una cascina, dove coltiva uva da vino barbera e nebbiolo. Fin da bambino è tifoso dell'Inter.

Antonella Lualdi, nome d'arte di Antonietta De Pascale (Beirut, 6 luglio 1931), è un'attrice e cantante italiana

L'attrice italo-libanese Antonella Lualdi in una scena del film I delfini, girato nel 1960.

Antonella Lualdi nasce a Beirut, in Libano, il 6 luglio 1931 da padre italiano e da madre greca. Al momento della nascita, il padre, un ingegnere civile, era incaricato di progettare un ponte nella capitale libanese.

Dopo una gavetta teatrale durata 5 anni compare, all'età di 19 anni, nel film musicale Signorinella (1949); di seguito, nel 1950, compare in Canzoni per le strade, durante la cui lavorazione conosce l'attore Franco Interlenghi, che sposa nel 1955.

Viene considerata subito una star al pari di Lucia Bosè e Gina Lollobrigida; ha lavorato con i più grandi attori e registi italiani da Franco Interlenghi a Vittorio Gassman , da Alberto Lattuada a Mario Monicelli, da Mauro Bolognini a Ettore Scola.

Italiani di Odessa

Gli italiani di Odessa sono menzionati per la prima volta su documenti del Duecento, quando sul territorio della futura Odessa, città dell'Ucraina meridionale sul mar Nero, fu collocato l'ancoraggio delle navi commerciali genovesi, che venne chiamato "Ginestra", forse dal nome della pianta di ginestra, molto diffusa nelle steppe del mar Nero. L'affluenza degli italiani nel sud dell'Ucraina crebbe particolarmente con la fondazione di Odessa, che avvenne nel 1794. Tutto ciò fu facilitato dal fatto che alla guida dell'appena fondata capitale del bacino del mar Nero ci fosse un napoletano di origine spagnola, Giuseppe De Ribas, in carica fino al 1797. Nel 1797 si contavano a Odessa circa 800 italiani, pari al 10% della popolazione totale: si trattava per lo più di commercianti e di marinai napoletani, genovesi e livornesi, a cui poi si aggiunsero artisti, tecnici, artigiani, farmacisti e insegnanti. La rivoluzione del 1917 fece partire molti di loro verso l'Italia, o per altre città dell'Europa. In epoca sovietica di italiani di Odessa ne rimasero solo poche decine, la maggior parte dei quali non conosceva più la propria lingua. Con il tempo si sono fusi con la popolazione locale, perdendo le connotazioni etniche di origine.

Nel 1797 si contavano a Odessa circa 800 italiani, pari al 10% della popolazione totale: si trattava per lo più di commercianti e marinai napoletani, genovesi e livornesi, a cui poi si aggiunsero artisti e tecnici, artigiani, farmacisti e insegnanti.
Dal 1798 ad Odessa erano presenti i consoli di Napoli, della Sardegna e della Corsica. Successivamente il consolato di Sardegna fu trasformato in consolato italiano.

Il teatro di Odessa. Fu avviato con l'importante contributo degli italiani di Odessa

 

Agli inizi dell'Ottocento la comunità italiana cominciò ad avere un ruolo importante nella vita pubblica e commerciale della città. La lingua italiana iniziò a diffondersi e con il passare del tempo entrò nella sfera delle comunicazioni degli uomini d'affari: signor, ecco, conti, cambiali, assegni, contratti, corrispondenza commerciale, contabilità – tutto era scritto in italiano. Inoltre, il bisogno di conoscere le lingue straniere – tra cui l'italiano – portò all'insegnamento di russo, greco e italiano nella prima scuola di Odessa fondata nel 1800.

All'inizio del XIX secolo la colonia italiana era composta in primo luogo da commercianti, marinai e militari in servizio nell'Armata russa. Principalmente erano napoletani, genovesi e livornesi. Seguirono rappresentanti dell'arte, artigiani, farmacisti e insegnanti di varie materie.

Ad Odessa gli italiani furono anche proprietari di panifici, fabbriche di pasta e gallette e più tardi nel periodo 1794-1802 sorsero le prime società commerciali di proprietà italiana. In seguito gli italiani diventarono titolari di ristoranti, caffetterie, pasticcerie, casinò, alberghi. Alcuni di loro operarono fino all'inizio del Novecento. Per esempio, il 'Casino del Commerce', alla fine degli anni 30 del XIX secolo fu l'unica caffetteria della città e il lussuoso locale Fanconi, caffetteria-pasticceria, fondata ad Odessa negli anni ‘70 del XIX secolo, conquistò un enorme prestigio. Le case commerciali principali italiane con un fatturato di quattro milioni di rubli erano le famiglie Cortazzi, Ralli e con un fatturato di due milioni di rubli la famiglia Porro.

I gioiellieri, gli scultori e i marmisti italiani furono celebri ad Odessa sin dalla sua fondazione e fino alla rivoluzione del 1917. I cognomi italiani, ancora oggi, vengono spesso associati agli architetti. Molti edifici importanti di Odessa furono costruiti appunto da italiani; e non solo architetti ma anche appaltatori, costruttori, carpentieri ebbero una parte importante. Gli italiani inoltre giocarono una parte importante anche nell'avvio del teatro ad Odessa. Persino oggi, guardando il repertorio del teatro lirico e del balletto di Odessa, si mantiene il tributo alla tradizione italica.

L'insegnamento ampiamente praticato della lingua italiana contribuì alla comparsa di una serie di manuali e testi scolastici e si può sicuramente dire che Odessa procurò non solo per l'Ucraina ma anche per la Russia i mezzi di studio della lingua italiana. Nel 1905 Sperandeo (professore dell'Università di Novorossia, insegnante di italiano e presidente dal 1901 del comitato di Odessa della società nazionale italiana di Dante Alighieri, rimasto in città fino alla rivoluzione del 1917) contò ad Odessa 50 cittadini italiani: altri 600 secondo lui furono gli italiani soltanto di nome (ma imparentati con italiani). La rivoluzione del 1917 fece ripartire molti italiani per l'Italia, o per altre città dell'Europa. In epoca sovietica degli italiani di Odessa ne rimasero solo poche decine, la maggior parte dei quali non conosceva la propria lingua. Con il tempo si sono fusi con la popolazione locale, perdendo le connotazioni etniche di origine:

“… a Odessa è rimasto un solo uomo in possesso del passaporto italiano: è un sacerdote ortodosso di sangue italo-russo… Quanto agli Italiani di origine, qui ce n'erano un trecento; un terzo circa sono partiti … Gli altri si tengono abbastanza confusi con la popolazione russa, per timore di rappresaglie”… Padre Pietro Leoni a Pietro Quaroni, 21 settembre 1944 (ASMAE, ambasciata Italiana in Russia, 1861/1950, b. 321)

italiani di Crimea

Gli italiani di Crimea sono una minoranza etnica residente nella penisola omonima, il cui nucleo più consistente si trova nella città di Kerč'. Il primo flusso migratorio italiano giunse a Kerč' all'inizio dell'Ottocento. Nel 1820 in città abitavano circa 30 famiglie italiane provenienti da varie regioni. Il porto di Kerč' era regolarmente frequentato da navi italiane ed era stato aperto anche un consolato del Regno di Sardegna. Fra il 1820 e la fine del secolo giunsero in Crimea, nel territorio di Kerč', emigranti italiani provenienti soprattutto dalle località pugliesi di Trani, Bisceglie e Molfetta, allettati dalla promessa di buoni guadagni, dalla fertilità delle terre e dalla pescosità dei mari. Gli italiani si diffusero anche a Feodosia (l'antica colonia genovese di Caffa), Simferopoli, Odessa, Mariupol e in alcuni altri porti russi e ucraini del Mar Nero, soprattutto a Novorossijsk e Batumi. Secondo il Comitato statale ucraino per le nazionalità, nel 1897 gli Italiani sarebbero stati l'1,8% della popolazione della provincia di Kerč, percentuale passata al 2% nel 1921; alcune fonti parlano specificatamente di tremila o cinquemila persone. Con l'avvento dell'Unione Sovietica, alcune famiglie fuggirono in Italia via Costantinopoli, mentre gli altri furono perseguitati con l'accusa di simpatizzare per il fascismo. A metà degli anni venti del Novecento gli emigrati italiani antifascisti rifugiati in Unione Sovietica furono inviati a Kerč per "rieducare" la minoranza italiana. A seguito di ciò, nel censimento del 1933, la percentuale degli italiani risultava scesa all'1,3% della popolazione della provincia di Kerč. Infine, tra il 1935 e il 1938, le purghe staliniane fecero sparire nel nulla molti italiani di Crimea, arrestati con l'accusa formale di spionaggio a favore del fascismo e di praticare attività controrivoluzionarie. Nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, a causa dell'avanzamento della Wehrmacht in Ucraina e in Crimea, la minoranza italiana presente sul territorio sovietico finì deportata con l'accusa di collaborazionismo, seguendo il destino dei tedeschi del Volga, già deportata nell'agosto 1941 durante l'Operazione Barbarossa. La popolazione degli italiani di Crimea ammonta nel 2017 a circa cinquecento persone, anche se un censimento ufficiale non è mai stato effettuato. La maggior parte di loro risiede a Kerč, dove nel 2008 è stata costituita l'associazione "C.E.R.K.I.O." (Comunità degli Emigrati in Regione di Crimea - Italiani di Origine)

La presenza di popolazioni italiane in Ucraina e Crimea ha una storia che risale ai tempi della Repubblica di Genova e di Venezia.

 

 

Chiesa cattolica di Santa Maria Assunta a Kerč', riferimento per gli italiani di Crimea

Un flusso migratorio italiano giunse a Kerč' all'inizio dell'Ottocento. Nel 1820 in città abitavano circa 30 famiglie italiane provenienti da varie regioni. Il porto di Kerč' era regolarmente frequentato da navi italiane ed era stato aperto anche un consolato del Regno di Sardegna. Uno dei viceconsoli, Antonio Felice Garibaldi, era lo zio di Giuseppe Garibaldi.

Fra il 1820 e la fine del secolo giunsero in Crimea, nel territorio di Kerč', emigranti italiani provenienti soprattutto dalle località pugliesi di Trani, Bisceglie e Molfetta, allettati dalla promessa di buoni guadagni e dalla fertilità delle terre e dalla pescosità dei mari. Erano soprattutto agricoltori, uomini di mare (pescatori, commercianti, capitani di lungo corso) e addetti alla cantieristica navale. La città di Kerč' si trova infatti sull'omonimo stretto che collega il Mar Nero col Mar d'Azov. Presto si aggiunse un'emigrazione più qualificata, con architetti, notai, medici, ingegneri e artisti.

Nel 1840 gli italiani - cattolici in una zona prevalentemente ortodossa con una minoranza musulmana (i tatari) - progettarono e costruirono a loro spese una chiesa cattolica, detta ancora oggi "la chiesa degli Italiani". All'inizio del Novecento la chiesa aveva un parroco italiano, poi cacciato durante il comunismo, quando la chiesa fu chiusa e trasformata prima in una palestra e poi in un deposito di masserizie.

Gli italiani si diffusero anche a Feodosia (l'antica colonia genovese di Caffa), Simferopoli, Odessa, Mariupol e in alcuni altri porti russi e ucraini del Mar Nero, soprattutto a Novorossijsk e Batumi.

Secondo il Comitato statale ucraino per le nazionalità, nel 1897 gli Italiani sarebbero stati l'1,8% della popolazione della provincia di Kerč, percentuale passata al 2% nel 1921; alcune fonti parlano specificatamente di tremila o cinquemila persone.

Alla vigilia della prima guerra mondiale a Kerč' c'era una scuola elementare italiana, una biblioteca, una sala riunioni, un club e una società cooperativa, luoghi d'incontro per la comunità unita e agiata. Il giornale locale Kerčenskij Rabocij in quel periodo pubblicava regolarmente articoli in lingua italiana.

Con l'avvento del comunismo, alcune famiglie fuggirono in Italia via Costantinopoli, gli altri furono perseguitati con l'accusa di simpatizzare per il fascismo.

A metà degli anni venti, gli emigrati italiani antifascisti rifugiati in Unione Sovietica furono inviati a Kerč per "rieducare" la minoranza italiana: furono loro a decidere la chiusura della chiesa, a sostituire i maestri di scuola con personale politicamente più organico alle direttive del partito, a infiltrarsi nella comunità italiana per coglierne i malumori e riferire alla polizia segreta. Nel quadro della collettivizzazione forzata delle campagne, gli italiani furono obbligati a creare il kolchoz "Sacco e Vanzetti" guidato da Marco Simone, un italiano di Kerč che aveva subito aderito al nuovo corso; coloro che non vollero farne parte furono obbligati ad andarsene, lasciando ogni avere, o furono arrestati. A seguito di ciò, nel censimento del 1933 la percentuale degli italiani risultava scesa all'1,3% della popolazione della provincia di Kerč.

Infine, tra il 1935 e il 1938, le purghe staliniane fecero sparire nel nulla molti italiani, arrestati con l'accusa formale di spionaggio in favore dell'Italia e di attività controrivoluzionarie.

Nel 1942, a causa dell'avanzamento della Wehrmacht in Ucraina e in Crimea, le minoranze nazionali presenti sul territorio finirono deportate con l'accusa di collaborazionismo, seguendo il destino della minoranza tedesca già deportata nell'agosto 1941 durante l'Operazione Barbarossa. La deportazione della minoranza italiana iniziò il 29 gennaio 1942 e chi era sfuggito al primo rastrellamento fu catturato e deportato l'8 e il 10 febbraio 1942: l'intera comunità, compresi i rifugiati antifascisti che si erano stabiliti a Kerč, venne radunata e costretta a mettersi in viaggio verso i Gulag. A ciascuno di loro fu permesso di portare con sé non più di 8 chilogrammi di bagaglio.

Il convoglio attraversò i territori di Russia, Georgia, Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan: via mare da Kerč' a Novorossijsk, poi via terra fino a Baku, fu quindi attraversato il Mar Caspio fino a Krasnovodsk e infine, nuovamente sui binari, i deportati giunsero sino ad Atbasar, per essere poi dispersi nella steppa tra Akmolinsk e Karaganda, dove furono accolti da temperature fra i 30 e i 40 gradi sotto zero, che li decimarono. Lo stretto di Kerč e il Mar Caspio furono attraversati con navi sulle quali gli italiani erano confinati nella stiva; una di esse affondò. A causa della lentezza con cui procedevano i convogli, il viaggio durò fino a marzo; quasi metà dei deportati e tutti i bambini morirono durante il viaggio.

Scrisse Giulia Giacchetti Boico: “Tutta la strada da Kerč' al Kazakistan è irrigata di lacrime e di sangue dei deportati o costellata dai nostri morti, non hanno né tombe né croci “ tratto da L'olocausto sconosciuto. Lo sterminio degli Italiani di Crimea Roma, Edizioni Settimo Sigillo, 2008, p. 21.

Italiani di Crimea oggi

La popolazione degli italiani di Crimea ammonta a circa cinquecento persone, anche se un censimento ufficiale non è mai stato effettuato. La maggior parte di loro risiede a Kerč, dove nel 2008 è stata costituita l'associazione "C.E.R.K.I.O." (Comunità degli Emigrati in Regione di Crimea - Italiani di Origine, presieduta da Giulia Giacchetti Boico), i cui obiettivi sono:

  1. la salvaguardia e la promozione della conoscenza della lingua e della cultura italiane, attraverso corsi tenuti gratuitamente dagli stessi associati; presso la sede dell'associazione è stata anche allestita una biblioteca di volumi in italiano giunti in dono dall'Italia, si proiettano film in italiano e si tengono corsi di cucina italiana;

  2. il riconoscimento da parte delle autorità ucraine dello status di minoranza perseguitata e deportata, sia per ristabilire la verità storica sia per poter usufruire di alcuni vantaggi di tipo economico riservati alle vittime del comunismo;

  3. il consolidamento dei rapporti istituzionali con l'Italia, avviati solo di recente;

  4. la ricostruzione dell'albero genealogico degli italiani di Crimea, reso estremamente difficoltoso dal fatto che quando fu attuata la deportazione a tutti gli italiani vennero sequestrati i documenti di identità e molti dei superstiti, pur parlando italiano, sono impossibilitati a dimostrare le proprie origini.

A livello istituzionale dopo la prima interrogazione parlamentare in Italia sul tema, che risale al 1998, ci sono state altre iniziative con interventi alla Camera e al Senato rispettivamente nel 2009 e 2010.

A seguito dell'occupazione militare e annessione della Crimea alla Russia nel 2014 l'interlocutore dell'associazione Cerkio è divenuto il governo della Crimea e in seconda battuta il governo russo. Il 21 aprile 2014 la presidenza russa ha emanato un decreto per il riconoscimento delle minoranze crimeane perseguitate dallo stalinismo, omettendo però di includere quella italiana. A questa mancanza è stato posto rimedio il 12 settembre 2015, a seguito dell'incontro a Yalta fra il presidente Putin e una delegazione dell'associazione Cerkio guidata dalla presidente Giulia Giacchetti Boico. All'incontro era presente anche Silvio Berlusconi. Il presidente russo ha emendato il decreto e ora gli italiani sono stati a tutti gli effetti riconosciuti come minoranza perseguitata e deportata.

Genovesi di Gibilterra

Kaiane Aldorino, Miss Mondo 2009, durante le celebrazioni a Gibilterra per il suo titolo

I Genovesi di Gibilterra sono una comunità etnica radicata da secoli a Gibilterra: è costituita dai discendenti di genovesi e – più generale – dei liguri che si sono stabiliti in questa città durante l'esistenza della Repubblica di Genova. Questo gruppo etnico è totalmente integrato nella società di Gibilterra, e nessuno parla più l'originaria lingua ligure. Ancora oggi si trovano con evidenza molte tracce di una comunità genovese che si insediò a Gibilterra nel XVI secolo e che ancora ai primi del Settecento componeva quasi la metà della popolazione di Gibilterra. Nella seconda metà dell'Ottocento si radicarono a Gibilterra anche alcuni siciliani, ma la maggior parte della comunità italiana di Gibilterra rimase ligure. La lingua genovese era l'idioma più parlato a Gibilterra nel primo secolo dell'occupazione britannica, ma in seguito a un'epidemia, nel 1804, che spopolò Gibilterra, perse il suo primato per via del ripopolamento da altre aree (specialmente spagnole e portoghesi): alla fine dell'Ottocento la comunità genovese di Gibilterra iniziò a non usare più la propria lingua, preferendo il Llanito (un misto locale di spagnolo e inglese, che contiene circa 700 parole prese dalla lingua ligure). Il genovese scomparve da Gibilterra alla fine dell'Ottocento. La lingua ligure era parlata ancora da alcuni anziani fino agli anni settanta del Novecento a La Caleta, un villaggio vicino a Catalan Bay nella parte nord-orientale del promontorio di Gibilterra. Al 2017 la popolazione civile di Gibilterra con cognomi genovesi (o italiani) si aggira intorno al 20% del totale.

Come abbiamo detto i genovesi di Gibilterra sono una comunità etnica radicata da secoli a Gibilterra: è costituita da discendenti di genovesi e liguri. Attualmente la popolazione civile di Gibilterra con cognomi genovesi (o italiani) si aggira intorno al 20% del totale. Questo gruppo è totalmente integrato nella società di Gibilterra, ma nessuno parla più l'originario dialetto ligure.

Ancora oggi si trovano con evidenza molte tracce di una comunità genovese che si insediò a Gibilterra nel XVI secolo e che ancora ai primi del Settecento componeva quasi la metà della popolazione.

Questi genovesi (e liguri) si dedicarono ad attività commerciali, ma vi era anche un gruppo che abitava a La Caleta, dove era la maggioranza della popolazione, e che praticava attività di pesca d'alto mare.

Secondo il locale archivio storico, nel 1725, su una popolazione complessiva di 1.113 anime risultavano esserci 414 genovesi, 400 spagnoli, 137 ebrei della diaspora, 113 britannici e 49 tra portoghesi, olandesi e arabi... La fiducia degli inglesi nei confronti dei sudditi di San Giorgio divenne poi quasi proverbiale con l’istituzione della speciale “Guardia Genovese”, un corpo di armati ai quali il governatore britannico affidò parte dei compiti di controllo e di difesa del ristretto territorio coloniale” tratto da “La comunità genovese di Gibilterra”.

Nel censimento del 1753 i genovesi erano il gruppo più numeroso di popolazione civile di Gibilterra e fino al 1830 l'Italiano fu usato -assieme all'inglese e spagnolo- nei manifesti ufficiali della colonia inglese

Nella seconda metà dell'Ottocento si radicarono come suddetto a Gibilterra anche alcuni Siciliani, ma il grosso della comunità italiana di Gibilterra rimase ligure.

Il dialetto genovese era l'idioma più parlato a Gibilterra nel primo secolo dell'occupazione britannica, ma a seguito di un'epidemia nel 1804 che spopolò la Rocca, perse il suo primato per via del ripopolamento da altre aree (specialmente spagnole e portoghesi): alla fine dell'Ottocento la comunità genovese di Gibilterra iniziò a non usare più il proprio dialetto, preferendo il Llanito (un misto locale di spagnolo e inglese, che contiene circa 700 parole prese dalla lingua ligure) Il genovese scomparve da Gibilterra alla fine dell'Ottocento, ma era parlato ancora da alcuni vecchi fino agli anni Settanta del Novecento a La Caleta, un villaggio vicino a Catalan Bay nella parte nord-orientale del promontorio di Gibilterra.

Del resto lo studioso Manuel Cavilla afferma che il termine "Llanito" è di origine genovese, in quanto secondo lui proviene dal diminutivo in ligure del nome Gianni: Iannito (ossia piccolo Gianni pronunciato con fonetica ligure).

Attualmente la popolazione di Gibilterra con cognomi liguri (e italiani) raggiunge il 20% del totale: Joe Bossano (primo ministro di Gibilterra per otto anni dal 1988 al 1996), Adolfo Canepa (anche lui primo ministro nel 1987) e Kaiane Aldorino (Miss Mondo 2009) ne sono i più noti rappresentanti. Questi abitanti di Gibilterra con il cognome ligure non si riconoscono in alcun gruppo a parte, ma fanno continuo riferimento alle loro origini allo scopo di differenziarsi dalla comunità spagnola (che usa spesso il loro stesso dialetto locale detto "Llanito").

Secondo i dati AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all'estero) del 1º gennaio 2010 tuttora ci sono 50 italiani a Gibilterra, la maggioranza sono genovesi di Gibilterra come ha ben scritto il Corriere della Sera: “John Bossano e Peter Caruana,... tutti italiani, d'origine. Perché la cosa curiosa di questa strana colonia britannica è che la maggior parte dei cittadini ha radici genovesi o toscane. Si sprecano i Sanguinetti, gli Stagnetto, i Montegriffo, i Galliano. Parlano tutti l'inglese del posto, cosa che permette di distinguere al volo i veri figli di Albione, coloro che non hanno il solo passaporto di Gibilterra, ma anche quello del Regno Unito. Fu ai tempi delle persecuzioni napoleoniche, duecento anni fa, più o meno, che i genovesi cercarono rifugio in questo inospitale lembo di terra in mezzo al corridoio d'acqua che apre il Mediterraneo all'Oceano Atlantico”.

Gli Italiani di Corfù

I corfioti italiani sono una popolazione dell'isola greca di Corfù con legame etnico e linguistico con la Repubblica di Venezia. La Repubblica di Venezia dominò Corfù per quasi cinque secoli fino al 1797: in questo lungo periodo molti veneziani si stabilirono sull'isola, costituendone la classe dirigente e mantenendo la loro lingua e la religione cattolica. Agli inizi del secolo XIX la maggior parte della popolazione di Corfù parlava la lingua italiana come seconda lingua. Nel 1870 il governo greco vietò l'uso della lingua italiana, temendo l'irredentismo italiano. All'epoca abitavano a Corfù anche circa cinquemila ebrei italiani, detti Italkian, che furono quasi completamente sterminati dai nazisti dopo la resa dell'Italia l'8 settembre 1943. Oltre a questi, erano presenti a Corfù circa tremilacinquecento maltesi di lingua italiana e di religione cattolica, immigrati a Corfù da Malta nel corso dei secoli. Dopo la sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale, il governo ha favorito la totale integrazione nella società greca dei pochi corfioti italiani rimasti: gli ultimi anziani che parlavano ancora il "Veneto da mar" dei corfioti italiani sono deceduti negli anni ottanta del Novecento.

Tipica architettura "veneziana" nel centro storico di Corfù

I Corfioti italiani sono quindi una popolazione dell'isola greca di Corfù con legame etnico e linguistico con la Repubblica di Venezia. Il loro nome fu specificatamente stabilito da Niccolò Tommaseo durante il Risorgimento.

La Repubblica di Venezia dominò Corfù per quasi 5 secoli fino al 1797 ed in questo lungo periodo molti Veneziani si stabilirono sull'isola, costituendone la classe dirigente e mantenendo la loro lingua e la religione cattolica.

Agli inizi del secolo XIX la maggior parte della popolazione di Corfù parlava la lingua italiana come seconda lingua. La città di Corfù era – secondo il Foscolo – “una piccola cittadina veneta”.

Il primo giornale di Corfù fu in italiano: la Gazzetta delle Isole Jonie del 1814.

L'influenza veneto-italiana fu determinante nello sviluppo dell'Opera a Corfù, che vide molti compositori italiani e corfioti esibirsi nel Teatro San Giacomo a Corfù.

Anche l'architettura veneta ed italiana è stata dominante negli edifici della città di Corfù dal Rinascimento fino all'Ottocento.

Il poeta Ugo Foscolo era nato a Zante e Corfù fu il rifugio di molti patrioti italiani, come Niccolò Tommaseo, sposato con una Corfiota italiana.

Poeti corfioti come Stefano Martzokis (figlio di un italiano di nome Marzocchi) e Geranimos Markonos scrissero in Italiano alcune delle loro opere ancora nella seconda metà del secolo XIX.

Nel 1870 il governo greco vietò l'uso della lingua italiana, temendo l'Irredentismo italiano.

Nel 1923, in seguito all'eccidio della spedizione Tellini in Albania, Mussolini fece occupare Corfù (crisi di Corfù), in seguito sgomberata.

Nel 1941 le forze italiane occuparono nuovamente l'isola iniziando una politica di italianizzazione appoggiandosi ai corfioti italiani (allora ridotti a circa cinquemila), con il probabile scopo di preparare l'annessione al Regno d'Italia.

Con la fine dell'occupazione tedesca, il 13 ottobre 1944, le forze partigiane greche, spalleggiate dall truppe occupanti britanniche, radunarono nella vecchia fortezza 661 corfioti italiani, oltre a circa 500 soldati italiani, col pretesto che si fossero macchiati di "crimini contro la popolazione". Con la liberazione dell'isola vi furono vari tumulti. Le case degli Italiani vennero saccheggiate o bruciate. Il 16 ottobre lasciarono l'isola per l'Italia circa 900 persone. La restante parte giunse in qualche modo sul continente e dovette traversare a piedi l'Albania e di qui arrivò in Puglia. Restarono nell'isola solo pochi individui sia perché avevano contratto matrimoni misti o dissimularono. A costoro venne grecizzato il cognome in genere con l'aggiunta di una "esse" e fu rapidamente assimilata alla comunità greca. I beni dei fuggiaschi (edifici, terreni, negozi, ecc.) furono confiscati e mai più restituiti. Si estingueva per sempre la presenza degli italiani autoctoni a Corfù.

Dopo la sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale, il governo greco ha favorito in tal modo la totale integrazione nella società greca dei pochi corfioti italiani rimasti: gli ultimi vecchi che parlavano ancora il "Veneto da mar" dei corfioti italiani sono deceduti negli anni ottanta.

Abitavano a Corfù anche circa 5000 Ebrei italiani detti Italkian, che furono quasi completamente sterminati dai nazisti dopo la resa dell'Italia l'8 settembre 1943. Oltre a questi, erano presenti a Corfù circa 3500 Maltesi di lingua italiana e religione cattolica, immigrati a Corfù da Malta nel corso dei secoli.

Attualmente i Corfioti di religione cattolica sono circa 5.000. Tra questi una buona parte ha origini maltesi, retaggio dell'occupazione britannica del XIX secolo, ed una residua parte dai discendenti della comunità di Corfioti italiani nell'isola.

In questo viaggio sull'Italicità che ha invaso il mondo, che ho intrapreso con passione è evidente sino ad ora che la radice storica erano le Repubbliche marinare, il legante la lingua, e la fede religiosa cattolica, il mantenere l'antico detto: “mogli e buoi dei paesi tuoi” l'evitare matrimoni con i nativi, ha fatto si che dal medioevo all'era moderna si conservase la lingua, gli usi la cultura italica e come spugne si assorbii, usi e lingue locali ad arricchire l'innata creatività e il senso del commercio innato di noi italici o italiani, il viaggio continua nella terza parte vi raccontero “la Grande migrazione” ovvero dopo averla con Cristoforo Colombo scoperta e con Americo Vespucci datole il nome gli italici partirono alla conquista delle Americhe e proprio perché in Italia il nord era territorio di guerre e conquiste e tanta povertà, i liguri, lombardi, veneti furono i primi protagonisti di questa conquista di pace e benessere e di contribuzione a lo sviluppo delle Americhe. Per chi si fosse perduta la prima parte basta cliccare qui

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