ANNO XVII Gennaio 2023.  Direttore Umberto Calabrese

Domenica, 23 Febbraio 2020 02:48

Migrazione italiana o italica espanzione culturale e commerciale che dura da secoli – Terza parte: La Grande Migrazione – Italo-uruguaiani

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Quando si parla di migrazione italiana ci si riferisce a quella dello Stato Italiano 1861. Ma in realtà è molto più antica ed è in prevalenza nata da una serie di colonie commerciali avamposti delle repubbliche marinare. Gibilterra il 50% della popolazione era genovese e la lingua locale era il genovese, sino all'arrivo degli inglesi. Corfù, Istanbul vi erano le comunità veneziane. Libia era colonia del Regno di Sicilia che mantenne la concessione delle zolfatare fino al 1860. Il Caso più numeroso fu la Crimea ed Odessa quest'ultima inizialmente si chiamava Ginestra ed era abitata da veneti poi 1794 con la fondazione di Odessa si incremento la presenza italiana che era del 10% degli abitanti.

Nelle Americhe liguri, veneti, piemontesi, Lombardi arrivarono in massa fin dalla fine del 1700. Dato storico 1835 Giuseppe Garibaldi era ospite delle Comunità ligure a Rio de Janeiro e Montevideo. Ospedale Italiano di Buenos Aires nasce nel 1853 ad opera di migranti liguri, veneti, Lombardi, piemontesi... L'italia nasce 1861 con la nascita dell' Italia vi fu la grande migrazione delle popolazioni del ex duo regno di Sicilia che scappavano dalla reprepressione dei Savoia. In Venezuela gli italiani arrivarono con Simon Bolivar nel 1805 per combattere al suo fianco nella guerra d'indipendenza e dato storico incontestabile su sette firmatari dell'atto di indipendenza ben 2 sono italiani. Come sempre la storia è un po' diversa dalla narrazione ufficiale.

Terza parte – La Grande Migrazione – Italo-uruguaiani

L'emigrazione italiana è un fenomeno emigratorio su larga scala finalizzato all'espatrio che interessa la popolazione italiana. Ha riguardato dapprima l'Italia settentrionale e poi, dopo il 1861, anche il Mezzogiorno d'Italia o per meglio dire i territori del ex Regno delle Due Sicilie.

Ma prima di affrontare la Grande Migrazione che occupa uno spazio temporale tra il 1861 e la prima guerra mondiale, durante la grande migrazione, lasciarono l'Italia 9 milioni di abitanti di cui oltre 1 milione e mezzo dai territori del ex Regno delle Due Sicilie, che si diressero principalmente in America del Sud e in America del Nord (in particolare Argentina, Stati Uniti d'America e Brasile, Paesi con grandi estensioni di terre non sfruttate e quindi con necessità di manodopera). Ma come ho detto nella premessa gli italici precedettero gli italiani ( abitanti dello Stato Italiano nelle sue varie denominazioni nato il 17 marzo 1861, come Regno d'Italia e successivamente dopo la seconda guerra mondiale Repubblica Italiana), il nostro viaggio alla ricerca degli italici in America inizia nel 1500, infatti i primi italiani arrivarono nella colonia spagnola dell'Uruguay nel Cinquecento.

Certamente va ricordato che il primo italico che pose piede nel Nuovo Mondo fu il genovese Cristoforo Colombo, il 12 ottobre 1492 nell'odierna San Salvador è un'isola delle Bahamas, di cui costituisce anche un distretto; conta 930 abitanti.. Fu la prima terra americana ad essere toccata da Cristoforo Colombo, il 12 ottobre 1492 Il 12 ottobre 1492 vi sbarcò l'esploratore genovese Cristoforo Colombo. L'isola, allora conosciuta agli indigeni come Guanahanì, fu la prima terra americana a essere toccata ufficialmente dagli europei nel XV secolo. Una croce bianca, prossima al punto dello sbarco, sta a ricordare quell'avvenimento, che è tradizionalmente considerato lo spartiacque tra il Medioevo e la Storia moderna.

Ma la prima terra continentale delle Americhe Cristoforo Colombo la tocco solo nel Terzo viaggio.

Terzo viaggio di Cristoforo Colombo 1498

Portrait of a Man, Said to be Christopher Columbus.jpg

Sebastiano del Piombo, Ritratto postumo di Cristoforo Colombo, olio su tela, 1519, MOMA, New York

Dopo due anni trascorsi in Castiglia, incontrò a Burgos i re ispanici e li convinse della necessità di una nuova spedizione. I sovrani stanziarono la somma necessaria per il viaggio e Colombo riuscì così ad armare sei navi, con un equipaggio di circa 300 marinai. La flotta, partita il 30 maggio 1498, diresse verso La Gomera dove le sei navi si divisero: tre proseguirono con Colombo, mentre le restanti proseguirono per le rotte ormai consolidate, verso Dominica. L'ammiraglio puntò con la flotta ridotta verso le isole di Capo Verde, da dove raggiunse poi Trinidad il 31 luglio. Nell'agosto di quello stesso 1498 Colombo esplorò il Golfo di Paria e le coste orientali dell'attuale Venezuela, addentrandosi nel delta dell'Orinoco. Convinto di essere di fronte a piccole isole piuttosto che a un continente, decise di non sbarcare, inviando solamente dei marinai che incontrarono terre ricche di perle. Senza saperlo, Cristoforo Colombo era giunto in Sud America. L'esploratore genovese la battezzò con il nome di Tierra de Gracia. Non sappiamo il punto esato in cui Colombo tocco la terra del Venezuela ma sappiamo con esattezza che la prima città in terra americana ad essere fondata (1515) dagli spagnoli fu la venezuelana Cumana a cui segui Coro Città prossima alla costa fondata dagli spagnoli il 26 luglio (il giorno dedicato a Sant'Anna) del 1527.

Il secondo italico che pose piede nel “Nuovo Mondo” fu il fiorentino Amerigo Vespucci.

Primo viaggio 1497-1498: Amerigo partecipò al viaggio di esplorazione con Juan de la Cosa. Il probabile comandante di questa spedizione fu Juan Díaz de Solís.

Probabilmente fu il re Ferdinando II d'Aragona a volere questa spedizione, per rendersi conto se la terraferma fosse realmente distante dall'isola di Hispaniola e avere così una visione più ampia e precisa delle nuove terre. Le navi toccarono terra probabilmente nell'attuale penisola della Guajira (Colombia), in quanto nelle sue lettere Vespucci descrive i nativi locali e il loro uso delle amache, e la loro descrizione fa pensare agli indigeni Guajiros. Successivamente la spedizione deve aver visitato l'attuale laguna di Maracaibo: qui Vespucci nota delle casupole sul mare e pensa a Venezia. Nelle sue lettere infatti dice:

E seguendo da lì sempre la costa, con varie e diverse navigazioni e trattando in tutto questo tempo con molti e diversi popoli di quelle terre infine, dopo alcuni giorni, giungemmo ad un certo porto nel quale Dio volle liberarci di grandi pericoli. Entrammo in una baia e scoprimmo un villaggio a modo di città, collocato sopra le acque come Venezia, nel quale vi erano venti grandi case, non distanti tra loro, costruite e fondate sopra robusti pali. Davanti agli usci di codeste case vi erano come dei ponti levatoi, per i quali si passava da una all'altra, come se fossero tutte unite.”

A lui si deve quindi anche il nome di Venezuela, che in spagnolo significa “Piccola Venezia”. La spedizione rientrò in Europa costeggiando le coste centro americane e navigando tra l'isola di Cuba e la Florida, provando così l'insularità di Cuba. Ciò si evince dal fatto che Juan de la Cosa al ritorno dal viaggio successivo del 1499, redasse il primo mappamondo nel quale si descrivono le coste centroamericane e nel quale appunto si mostra Cuba come un'isola, come in realtà è. Siccome nel viaggio del 1499 sicuramente non ci fu la circumnavigazione di Cuba, Juan de la Cosa deve averla appunto circumnavigata prima, appunto nel 1498 di ritorno dal viaggio del 1497. Questi fatti sono anche descritti nelle lettere di Vespucci e sono supportati dagli storici Germán Arciniegas e Gabriel Camargo Peres.

Amerigo Vespucci effettuo 4 viaggi nel continente che prese il suo nome America e di cui il cartografo Martin Waldseemüller ne disegno le prime mappe, chiamandole le mappe dell'America.

Ma subito dopo i due grandi navigatori italiani, solo qualche anno dopo, nel Nuovo Mondo arrivarono i primi italici.

I primi italiani arrivarono nella colonia spagnola dell'Uruguay nel Cinquecento.

Italo-uruguaiani

I primi italiani arrivarono nella colonia spagnola dell'Uruguay nel Cinquecento.

Erano principalmente liguri della Repubblica di Genova, che lavoravano in attività e commerci legati alla navigazione marittima transoceanica.

Il flusso crebbe nell'Ottocento e dopo l'indipendenza dell'Uruguay gli italo-uruguaiani erano alcune migliaia, per lo più concentrati nella capitale Montevideo.

La preminenza ligure e piemontese fu alterata prima dall'arrivo dei Lombardi, esuli, artigiani e agricoltori e successivamente dai seguaci di Garibaldi, in buona parte meridionali, non del tutto sprovveduti neppure questi e in vario modo attivi, salvo una minoranza di avventurieri. Nei primi anni settanta quest’ondata raggiunse il massimo e fu seguita da una brusca caduta, in coincidenza con sconvolgimenti economici e politici che accomunarono i due paesi platensi. Dal 1875 al 1890 si ebbe il culmine della parabola immigratoria in Uruguay, in questo periodo quasi soltanto spagnola e italiana, ma in prevalenza italiana. Poi il richiamo dell'Uruguay sugli immigranti italiani andò gradualmente scemando per la grand’attrazione esercitata da Argentina, Stati Uniti e Brasile” tratto da Cenni Storici sugli italiani in Uruguay

Di certo storicamente sappiamo che Giuseppe Garibaldi nel 1835 arrivo in Sud America

Giunto a Rio de Janeiro nella fine del 1835 o nel gennaio del 1836, venne accolto dalla piccola comunità di italiani in maggioranza genovesi aderenti alla Giovine Italia, avviò quindi un piccolo commercio di paste alimentari nei porti vicini. La sua prima lettera venne spedita il 25 gennaio 1836 (Giuseppe Garibaldi, Edizione nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi: Epistolario, vol. 1, 1834-1848, pag 6, L. Cappelli, 1932.). Cercò di instaurare un rapporto con Giuseppe Stefano Grondona, il «genio quasi infernale» come lo definirà lui stesso, (Sacerdote, p. 118) senza però riuscirci, anche cedendogli la presidenza dell'associazione locale della Giovine Italia. Fondò una società con l'amico Luigi Rossetti, (Luigi Rossetti, esule che dal 1827 si trovava a Rio divenne amico di Garibaldi al primo sguardo, quasi un fratello. Come lui stesso ricorda citato in Dumas, p. 38) chiamato Olgiati.

Scrisse direttamente a Mazzini il 27 gennaio, in una lettera mai giunta a destinazione, chiedendo che rilasciasse «lettere di marca», un'autorizzazione ad avviare una guerra corsara contro i nemici austriaci e piemontesi, una richiesta impossibile da esaudire,(Si trattava di una richiesta impossibile in quanto potevano rilasciarla solo gli Stati di diritto, si veda anche Mino Milani, Giuseppe Garibaldi (seconda edizione), pag 125, Mursia, 1982) ma senza le quali le sue azioni sarebbero state solo atti di pirateria. Parlò apertamente contro Carlo Alberto sul Paquete du Rio, curò le stampe della lettera mazziniana a Carlo Alberto e gli furono aperte le porte della loggia massonica irregolare Asilo di Vertud.

Guerra civile Uruguay (1839-1852)

Esattamente non sappiamo quando arrivo a Montevideo sappiamo che soggiornava in casa di amici (si trattava della casa di Napoleone Castellini, in Dumas, p. 149 ). Non si conosce con esattezza quando Garibaldi entrò nella marina uruguayana, comunque quando avvenne gli venne conferito il grado di colonnello e gli venne affidata una missione: una volta partito da Montevideo via mare, doveva penetrare nel Paraná fino alla Bajada (l'odierna città di Paraná) e poi portare il bottino preso dalle navi incrociate a Corrientes, una missione definita “suicida”.

Sappiamo cne l'assedio di Montevideo, che durò dal 1843 al 1851: gli assediati uruguaiani chiesero aiuto agli stranieri residenti, e furono formate una legione francese ed una italiana, capitanata da Giuseppe Garibaldi, che quando scoppiò la guerra insegnava matematica nella capitale; egli fu anche messo a capo dell'Armada Nacional, la marina militare uruguaiana. Notevole fu l'opera dell'eroe dei due mondi, coinvolto in molte azioni di rilievo, specie nella Battaglia di San Antonio, che gli procurò internazionalmente la fama di grande stratega di guerriglia. E l'appellativo di Eroe dei due mondi.

Dopo l'Unità d'Italia vi fu una notevole emigrazione dall'Italia verso l'Uruguay, che raggiunse il suo apice negli ultimi decenni dell'Ottocento, quando arrivarono oltre 110.000 emigranti italiani.

Ai primi del Novecento il flusso migratorio iniziò ad esaurirsi e nel 2003 risultavano solamente 33.000 italiani nello Stato sudamericano.

Nel 1976 gli uruguaiani con discendenza italiana erano oltre un milione e trecentomila (cioè quasi il 40% del totale della popolazione, includendo gli italo-argentini residenti in Uruguay).

La massima concentrazione si trova, oltre che a Montevideo, nella città di Paysandú (ove quasi il 65% degli abitanti è di origine italiana).

I primi immigranti italiani che arrivarono nelle terre dell'Uruguay erano quasi tutti di origine genovese, piemontese, veneziana a cui dopo il 1861 si aggiunsero napoletania, e siciliani.

Nella prima metà dell'Ottocento vi fu la partecipazione di Giuseppe Garibaldi alle guerre per l'indipendenza dell'Uruguay, e molti patrioti italo-uruguaiani si sentirono attratti delle idee del condottiero.

Il movimento politico, a cui aderirono molti abitanti dell'area del Río de la Plata assieme ad italiani, fu denominato Corrente garibaldina. A riconoscimento di Garibaldi si ebbero diversi omaggi alla sua memoria, come una "Avenida" (Corso) di Montevideo con il suo nome, un monumento alla sua memoria nella città di Salto, e l'ospedale italiano di Buenos Aires, tra gli altri.

Tra la fine del XIX secolo e inizi del XX si ebbe la terza fase dell'immigrazione proveniente dall'Italia. Questa ondata fu detta immigrazione trasformatrice, dato che durante questo periodo l'Uruguay sperimentò cambi significativi di stile e qualità di vita della sua popolazione.

Gli italiani che arrivarono in questo periodo, così come nella quarta fase dopo la seconda guerra mondiale, diedero un grande apporto all'architettura e alla gastronomia uruguaiana. In questo periodo si ebbe la fondazione dell'ospedale italiano di Montevideo, datato ultima decade del secolo XIX, che porta il nome di un monarca italiano, re Umberto I di Savoia.

Gli italiani che emigrarono in Uruguay nell'Ottocento lavorarono principalmente nel settore edile, commerciale ed agricolo. Alcuni riuscirono ad aprirsi strada come politici ed imprenditori nel Novecento. Infatti Francesco Piria, figlio di genovesi, divenne uno dei principali costruttori dello Stato sudamericano, creando finanche una cittadina balneare che ancora oggi porta il suo nome: Piriápolis. Inoltre diversi italo-uruguaiani divennero presidenti dell'Uruguay (come Addiego, Demicheli, José Serrato, Gabriel Terra, Baldomir Ferrari e Sanguinetti) e letterati di fama internazionale (come Delmira Agustini e Mario Benedetti).

Ospedale italiano di Montevideo

Ospedale italiano di Montevideo "Umberto I", costruito in stile neoclassico nel 1890 dall'architetto italo-uruguaiano Luigi Andreoni

 

Nel 1852 alcuni tra gli esponenti più in vista della comunità italiana di Montevideo istituirono una commissione per la costruzione di un ospedale per i loro connazionali residenti in città. Tra i membri più noti di questo comitato figuravano Giovanni Battista Cuneo e Giovanni Battista Capurro. L'operazione fu caldeggiata dal governo sardo che proprio in quegli anni stava iniziando a tessere una rete diplomatica con tutti gli stati della regione rioplatense. Inoltre a spingere i diplomatici dei Savoia ad interessarsi della questione vi era il fatto che gran parte degli italiani residenti nella capitale uruguaiana fossero liguri e piemontesi, quindi ancora formalmente sudditi del Regno di Sardegna. Nel 1853 Capurro donò alla commissione incaricata della realizzazione dell'ospedale un lotto di terreno posto all'incrocio tra le calles Soriano e Paraguay sul quale sarebbe sorto l'edificio progettato dall'architetto Pietro Fossati. Il 22 maggio dello stesso anno fu posta la prima pietra del nuovo ospedale. Tuttavia. i lavori, ormai giunti al termine, dovettero essere interrotti l'anno seguente per mancanza di fondi. Con lo scoppio della guerra del Paraguay l'ospedale fu requisito e assegnato all'esercito brasiliano che lo adoperò come ricovero per i soldati feriti al fronte. Tra il 1870 ed il 1872 fu affittato al governo che lo trasformò in una caserma. Nuovamente affittato ad un ente esterno, nel 1875 tornò alla sua funzione originaria. Tuttavia la ristrettezza degli spazi e la crescita della comunità italiana montevideana resero necessaria la costruzione di un nuova grande struttura ospedaliera. Così, nel 1884, si decise la realizzazione di un nuovo ospedale nella località di Tres Cruces, nella periferia orientale di Montevideo. Il 21 settembre dello stesso anno, alla presenza del presidente uruguaiano Máximo Santos, di alcuni ministri e delle massime autorità consolari italiane, fu posta la prima pietra del nuovo edificio. L'obiettivo iniziale dell'istituzione creata sotto la tutela e direzione dell'architetto italo-uruguaiano Luigi Andreoni, era quello di prestare servizi sanitari di base alla popolazione in modo da diminuire l'alta percentuale di mortalità infantile, risultato della scarsità di risorse e di centri ospedalieri che assicurassero assistenza pubblica.

L'inaugurazione, avvenuta l'1º giugno 1890, raccolse una grande folla di cittadini uruguaiani e stranieri. Sul perimetro dell'edificio si issarono oltre cinquanta bandiere del Regno d'Italia. Il 19 agosto dello stesso anno la struttura fu intitolato a Umberto I, ucciso pochi giorni prima a Monza.

La comunità italiana durante la presidenza di Gabriel Terra e Baldomir Ferrari

Alfredo Baldomir Ferrari, Presidente dell'Uruguay dal 1938 al 1943. Nel 1942 decretò l'obbligo di studiare l'italiano nelle scuole superiori dell'Uruguay.

Il periodo degli anni trenta del XX secolo rappresentò un'epoca in cui la comunità italiana raggiunse un'importanza primaria nella società uruguaiana. Coincise con l'ascesa al potere dell'italo-uruguaiano Gabriel Terra dal 1931 al 1938 e del suo successore (e parente) Baldomir Ferrari (1938-1943).

Il Presidente italo-uruguaiano Gabriel Terra ottenne che la diga idroelettrica del lago artificiale "Rincón del Bonete", sul Rio Negro, fosse finanziata e parzialmente costruita principalmente dal governo italiano negli anni trenta

Questi due Presidenti dell'Uruguay apertamente apprezzarono il fascismo italiano e tentarono di imitarne alcune caratteristiche corporative e politiche.

A Montevideo, per esempio, vi era un Fascio politico con 1200 aderenti, che diede 150 volontari italo-uruguaiani alla conquista italiana dell'Etiopia nel 1936.

Il Presidente Terra riuscì ad ottenere finanziamenti e supporto tecnico da Mussolini (e anche da Hitler) per costruire la diga sul Rio Negro, creando il maggiore lago artificiale del Sudamerica. Inoltre Terra promosse l'inizio del processo d'industrializzazione dell'Uruguay attraverso ditte italiane.

Il diplomatico italiano Serafino Mazzolini affermò che Mussolini considerava l'Uruguay come lo Stato più "italiano" delle Americhe, con il quale stringere una possibile futura alleanza anche politica ed etnico-razziale.

L'italiano acquistò una notevole importanza a Montevideo in quegli anni e divenne obbligatorio nelle scuole superiori dell'Uruguay nel 1942, durante la presidenza di Baldomir Ferrari.

La comunità Italiana dell'Uriguay

Il castello Piria. Francesco Piria creò la cittadina balneare chiamata Piriápolis (vicino Punta del Este) agli inizi del Novecento e vi costruì la sua magione a forma di castello

Un calcolo globale degli immigrati italiani in Uruguay dalla sua indipendenza fino agli anni sessanta del ventesimo secolo li fa stabilire almeno a 350.000, ma, se si considera il saldo attivo del movimento migratorio, bisogna ridurli alla metà. Si tratta di un valore comunque cospicuo che attraverso generazioni di famiglie numerose ha portato a dare un contributo considerevole alla popolazione uruguaiana, non facilmente quantificabile per i numerosi incroci ma stimabile intorno ad un terzo dell'intera popolazione dell'Uruguay.

Scomponendo il flusso, per esaminarne le quantità numeriche, s'individuano più periodi con caratteristiche differenti:
1) il primo nel ventennio 1830-1850, nel quale arrivarono almeno 20.000 immigranti, quasi tutti liguri e piemontesi.
2) il secondo nel decennio successivo, durante il quale sbarcò a Montevideo un numero altrettanto elevato di italiani (circa 25.000 emigrati lombardi e del Regno di Sardegna).
3) il terzo negli anni sessanta e settanta dell'Ottocento, nei quali alla normale corrente dell'Italia di Nord-Ovest fino a Livorno, si accompagnò quella meridionale e garibaldina per un totale di 90.000 italiani circa.
4) il quarto negli ultimi decenni del secolo XIX e primi del secolo XX, caratterizzato dall'emigrazione di massa, stimolata dalla propaganda e dal viaggio prepagato, ma in genere scarsamente qualificata e analfabeta (110.000 italiani), destinata a gonfiare il proletariato urbano di Montevideo.
5) il quinto nel Novecento dopo la prima guerra mondiale, caratterizzato da emigrazione abbastanza qualificata e spesso politica (circa 15.000 Italiani).

Il 49% degli Italiani attualmente residenti in Uruguay proviene dalle regioni settentrionali della Penisola, il 17% dalle regioni centrali ed il 34% dal meridione. Le regioni italiane di maggiore provenienza sono: Campania, con 5.231 residenti (il 16% del totale); Lombardia (5.029); Piemonte (4.250); Lazio (3.353) e Liguria (3.018).

Nel 2007 i cittadini italiani (compresi gli uruguaiani con doppia cittadinanza) residenti in Uruguay sono 71.115. Tutta la comunità italiana viene tenuta in massima stima dalla popolazione uruguaiana, anche per via di un marcato processo di italianizzazione nella società specialmente nella gastronomia locale (come la salsa caruso) e nel dialetto locale (come il lunfardo, che probabilmente deriva dalla parola dialettale "lumbard" degli emigranti lombardi).

All'interno dell'Uruguay, sebbene l'influenza italiana fu più isolata (appena il 27% degli italo-uruguaiani risiedono fuori dall'area metropolitana della capitale), si ebbero varie comunità italiane e si fondarono diverse entità culturali (come a Rivera, al confine col Brasile).

Alfredo Baldomir Ferrari, Presidente dell'Uruguay dal 1938 al 1943. Nel 1942 decretò l'obbligo di studiare l'italiano nelle scuole superiori dell'Uruguay.

A Paysandú - la terza città dell'Uruguay, vicino alla frontiera con l'Argentina - si registrò l'influenza italiana maggiore: infatti attualmente si stima che oltre il 60% della sua popolazione di circa 80.000 abitanti sia di origine italiana. Inoltre vi è ancora molto diffusa la lingua italiana, grazie anche al fatto che l'italiano è materia di insegnamento obbligatorio e/o facoltativo nelle scuole secondarie dell'Uruguay. Tra le società italo-uruguaiane più rinomate della città bisogna citare l'Unione e benevolenza, la scuola italiana e la Federazione italiana di Paysandú.

Il Gruppo lombardi di Paysandù mantiene legami culturali con l'emigrazione italiana, specialmente dalla Lombardia.

Stampa e lingua italiana

Il presidente italo-uruguaiano Alfredo Baldomir Ferrari nel 1942 rese obbligatorio lo studio della lingua italiana nelle scuole superiori statali dell'Uruguay.

Questa normativa ha reso l'Uruguay l'unico Stato delle Americhe dove l'italiano per sessant'anni ha avuto uno status di ufficialità nella docenza locale pari a quella della lingua nazionale. In proposito, l'Associazione uruguaiana docenti di italiano (A.U.D.I.) che ha sede a Montevideo, indirizzò in data 20 novembre 2006 una lettera al presidente dell'Accademia della Crusca Francesco Sabatini, nella quale espresse tutta la preoccupazione perché il CO.DI.CEN., l'istituzione statale che si occupa dell'educazione pubblica, ha deciso di eliminare la lingua italiana, inclusa come disciplina d'insegnamento nel 1942, dal piano di studi poi entrato in vigore nel 2007 in tutte le Scuole superiori statali e nel 2008 da tutti gli istituti scolastici privati.

A Montevideo esiste una scuola privata (Scuola italiana di Montevideo) intorno alla quale viene educato il ceto migliore della comunità italiana nella capitale. Attualmente vi sono anche progetti di aprire un'università italiana.

Questo fatto ha comportato una notevole diffusione della stampa italiana nell'Uruguay. Attualmente le più importanti pubblicazioni in italiano sono:

  • Il Corriere della Scuola, trimestrale (Montevideo, dal 1989), editore Adriana Testoni (Scuola italiana di Montevideo), direttore Giovanni Costanzelli. (Sito)

  • L'Eco d'Italia, settimanale (Montevideo, dal 1963), editore Alessandro Cario, direttore Stefano Casini. (Sito)

  • La gente d'Italia, quotidiano (Montevideo, 2005), editore Gruppo Editoriale Porps International Inc., direttore Domenico Porpiglia. (Sito)

  • Incontro, mensile (Montevideo, dal 1974), editore e direttore padre Salvatore F. Mazzitelli (Congregazione Scalabriniana).

  • Notiziario A.N.C.R.I., mensile (Montevideo, dal 1962), editore e direttore Giovanni Costanzelli (Associazione Ex Combattenti).

  • Spazio Italia, mensile (Montevideo, dal 1999), editore e direttore Laura Vera Righi (Associazione Italiana Gruppo Legami). (Sito)

Il nostro viaggio continua nella quarta parte vi raccontero degli Italo - argentini e degli Italo – brasiliani.

Per chi si fosse perduta la prima parte basta cliccare qui per la seconda cliccate qui

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