ANNO XV Settembre 2021.  Direttore Umberto Calabrese

Martedì, 15 Giugno 2021 17:37

"Riesamineremo il nostro accordo con la Cina sulla Nuova Via della Seta", avverte Draghi

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L'annuncio al termine del vertice di Carbis Bay che si è chiuso con un compromesso sulla linea da tenere con Pechino. I grandi chiedono un'inchiesta "tempestiva e trasparente sull'origine del Covid". Biden: "Il mondo non ha ancora avuto accesso ai laboratori di Wuhan". Un accordo politico spacciato per commerciale. Ma l'exit strategy è tosta e ci sono alcuni pericoli. Per esempio, le ritorsioni della Cina.

Il memorandum firmato dall'Italia con la Cina sulla Nuova Via della Seta "non è stato mai menzionato" durante il G7. "Per quanto riguarda l'atto specifico, lo esamineremo con attenzione". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Mario Draghi, al termine dei lavori del summit.

Nella bozza del comunicato finale del G7, c’è inloltre la richiesta da parte delle potenze mondiali di un'inchiesta "tempestiva e trasparente" sulle origini del Covid da presentare all'Oms.

Al G7 Il presidente Usa, Joe Biden ha fatto notare che il mondo non ha ancora avuto accesso ai laboratori di Wuhan in Cina per capire se l'epidemia di Covid-19 sia naturale o abbia a che fare con "esperimenti". Lo ha detto nella conferenza stampa finale a Carbis Bay, ricordando che il G7 farà in modo di ottenere dalla Cina una maggiore trasparenza

Il premier britannico, Boris Johnson, ha invece affermato di non credere che il coronavirus provenga da un laboratorio cinese ma ritiene che sia sensato tenere la menta aperta al riguardo.

Una fonte Ue al termine del G7 fa sapere che "L'Ue è stata la farmacia del mondo in questa pandemia. Siamo anche riusciti a raggiungere una posizione molto equilibrata sull'esenzione Trips" per brevetti dei vaccini Covid. E aggiunge: ”C’è l'obiettivo chiaro di vaccinare la popolazione mondiale e porre fine alla pandemia nel 2022".

Alla fine del G7, il presidente del Consiglio si trova in una posizione molto scomoda: vorrebbe uscire dall’intesa politica firmata da Di Maio nel 2019 ma non può, perché i rischi sono troppo alti. Meglio allora depotenziarla a ogni occasione pubblica. Parla Rebecca Arcesati, analista Merics

Alla fine del G7 che si è appena concluso in Cornovaglia, a una domanda diretta di un giornalista, Mario Draghi ha detto che il presidente americano Joe Biden non ha mai menzionato l’intesa sulla Via della Seta con la Cina, quella firmata nel marzo del 2019 da Luigi Di Maio, allora ministro dello Sviluppo economico del governo gialloverde. Draghi però ha poi aggiunto che “per quanto riguarda l’atto specifico, lo esamineremo con attenzione”. La scelta delle parole da parte del presidente del Consiglio è importante: esaminare con attenzione, infatti, vuol dire che quel testo non ci piace, ma non possiamo fare altro. Quell’intesa non era un trattato commerciale vincolante, dal quale ci si può tirare indietro, né un documento impegnativo. Era  un’intesa politica spacciata per  commerciale, un enorme spot alla propaganda di Pechino che infatti continua a considerare un paese alleato e amico l’Italia, primo paese del G7 a entrare nello strategico progetto globale di Pechino. Il fatto che non fosse un trattato vincolante, però, non significa che non sia problematico, anzi: i possibili costi di una dichiarazione di “uscita” dalla Via della Seta, oggi, sono molto superiori al rimanerci dentro, pur cercando – come sta facendo Draghi – di depotenziare l’intesa stessa in ogni occasione pubblica.

Del resto quella in cui l’Italia è caduta nel 2019, con la complicità di M5s e della Lega, è una trappola, che ha minato la credibilità della politica estera italiana. “Draghi non è in una posizione facile: da un lato, come ha fatto sin dal suo discorso d’insediamento, vuole mandare un segnale rispetto alle alleanze geopolitiche di cui l’Italia fa parte. E’ molto chiara la sua visione in politica estera, radicata nell’Alleanza transatlantica e con un approccio europeo”, dice Rebecca Arcesati, analista del think tank Merics, “dall’altro c’è una serie di azioni, in particolare sulla sicurezza economica, in risposta agli investimenti cinesi in Italia e riguardo alla presenza cinese nelle infrastrutture digitali, che fa capire che si pone molta più attenzione ai rischi della presenza cinese in Italia”. Un’attenzione che nel 2019, quand’è stata firmata la Via della Seta, non c’è stata. Anche dal punto di vista commerciale, a guardare i dati ufficiali dell’Ice, c’è poco: l’interscambio commerciale non è migliorato, anzi è addirittura peggiorato. Le esportazioni sono passate dai 13,127 milioni di euro del 2018 ai 12,969 del 2019 fino ai 12,887 del 2020. La trappola invece è chiara: uscire dalla Via della Seta vorrebbe dire esporsi alle ritorsioni cinesi. “Pechino di sicuro non sarebbe contenta, e non fatico a immaginare delle ritorsioni piuttosto dure”, dice Arcesati. “Cancellare o uscire dal memorandum sarebbe in qualche modo un’escalation, manderebbe un segnale forte a Pechino, che per tradizione dà molto valore alla validità degli accordi nelle relazioni bilaterali”. In passato la Cina ha usato varie forme di coercizione economica contro i paesi che non si allineavano o tradivano i suoi desiderata, “e abbiamo anche già visto fenomeni come per esempio la diplomazia degli ostaggi, e i cittadini di questi paesi in Cina subire i costi della diplomazia”.

Per Draghi è quindi un lavoro di equilibrismo: cercare di non urtare troppo Pechino con una dichiarazione di uscita dall’intesa ma rendere molto chiaro che la “relazione speciale” con la Cina, tanto propagandata da Giuseppe Conte, è stata solo una sbandata.

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