Il contesto della guerra
La guerra tra Israele e Gaza, iniziata nell’ottobre 2023, ha lasciato un bilancio di devastazione inimmaginabile. Più di 58 mila palestinesi sono stati uccisi, secondo il Ministero della Salute di Gaza, e migliaia di israeliani hanno subito il terrore degli attacchi iniziali di Hamas.
Intere città sono state ridotte in macerie, famiglie separate e si è instaurata una crisi umanitaria, con fame, malattie e mancanza di risorse di base che hanno colpito oltre due milioni di persone. Come avvocata che ha difeso cause di migrazione e diritti dei più vulnerabili durante il mio mandato al Parlamento Italiano, ho testimoniato come i conflitti armati perpetuino cicli di povertà e violenza. A Gaza, ciò si è tradotto in una catastrofe: il 90% delle famiglie senza accesso ad acqua sicura, più di 500 mila persone in condizioni catastrofiche di fame e bambini che muoiono di malnutrizione – 57 solo nel 2025, secondo l’OMS.
La fine di questa guerra non è solo una questione geopolitica; è un’emergenza umanitaria. Senza pace, non è possibile ricostruire l’infrastruttura idrica e fognaria, distrutta per l’89% della sua capacità, né distribuire cibo su scala sufficiente per evitare quella che Amnesty International definisce una "arma della fame".
La qualità della vita a Gaza è caduta a livelli senza precedenti, con 112 bambini al giorno ricoverati per malnutrizione tra gennaio e maggio 2025, secondo l’UNICEF. È il momento di dare priorità alla vita umana rispetto alle divisioni ideologiche.
L’accordo di pace
Annunciato il 9 ottobre, l’accordo di cessate il fuoco approva la prima fase di un piano in 20 punti proposto dal presidente Trump. Il governo israeliano, sotto Benjamin Netanyahu, ha ratificato il piano nelle prime ore di venerdì 10, avviando il ritiro delle truppe da alcune parti di Gaza e aprendo la strada a una tregua che potrebbe durare indefinitamente se le fasi successive verranno implementate.
Questo accordo non è un semplice alto il fuoco; è un impegno per la ricostruzione. Centinaia di camion di aiuti umanitari, con cibo, medicinali e forniture idriche, hanno iniziato a entrare a Gaza quotidianamente, alleviando il blocco che durava mesi.
ONU e partner internazionali, tra cui Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, supervisioneranno la distribuzione, garantendo che nessuno sia costretto a lasciare Gaza, ma che chi desidera possa tornare o partire liberamente.
Per l’Italia e l’Europa, che storicamente sostengono la soluzione dei due Stati, questo è un passo vitale per la normalizzazione del Medio Oriente, come ha dichiarato Trump nel suo discorso al Knesset il 13 ottobre: "L’era del terrore e della morte è finita".
Come ex-deputata, so che la pace è sostenibile solo quando include le voci di tutte le parti. Questo accordo apre le porte a negoziati sul disarmo di Hamas e sulla governance di Gaza, ma richiede un impegno reciproco per evitare ricadute.
La liberazione degli ostaggi
Uno dei pilastri più emozionanti dell’accordo è la liberazione degli ostaggi. Dei 20 israeliani ancora detenuti da Hamas, tutti sono stati liberati fino ad oggi, con la consegna dei corpi di 28 deceduti nelle ore successive. In cambio, Israele libererà 250 prigionieri palestinesi di lungo periodo e 1.700 detenuti durante la guerra, tra cui bambini e figure di rilievo.
Questi scambi, iniziati subito dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco l’11 ottobre, hanno riunito famiglie tra lacrime di sollievo.
Per me, come avvocata che si è occupata di casi di migrazione forzata e ostaggi in contesti internazionali, questo rafforza il principio che nessun essere umano è scartabile. La liberazione non riguarda solo i numeri; significa ricostruire famiglie, curare traumi e ricordare che, in mezzo al conflitto, la compassione può prevalere.
Diritti umani al centro
Il vero banco di prova dell’accordo sarà l’implementazione di misure per i diritti umani. La guerra ha trasformato Gaza in un epicentro di violazioni: l’ONU denuncia l’uso della "sete come arma", con il 90% delle famiglie senza acqua potabile sicura e infrastrutture sanitarie distrutte. La fame, classificata come "catastrofica" dall’IPC, colpisce il 22% della popolazione, con previsioni che entro settembre 2025 un gazese su tre potrebbe affrontare la fame.
Il cessate il fuoco consente ora una risposta umanitaria su larga scala: pozzi d’acqua funzionanti con carburante ripristinato, distribuzione di alimenti da parte dell’ONU e programmi di nutrizione per 700 mila bambini.
Non si tratta di carità; è un obbligo internazionale, come affermato dalla Corte Internazionale di Giustizia, che nel luglio 2024 ha ribadito che Israele, come potenza occupante, deve garantire cibo e acqua. La qualità della vita è un diritto universale alla salute, all’istruzione e alla dignità. Senza acqua e cibo, non c’è ricostruzione; solo ulteriore sofferenza, come dimostrano i 875 morti in cerca di cibo nel luglio 2025.
Come difensore dei diritti umani, faccio appello alla comunità internazionale: monitori l’accordo, investa a Gaza e faccia pressione per la responsabilità. L’Europa, con la sua tradizione di mediazione, deve guidare.
La fine della guerra a Gaza e Israele, l’accordo di pace e la liberazione degli ostaggi segnano l’inizio di una nuova era. Ma la pace vera richiede azione: ricostruire acqua e alimentazione, elevare la qualità della vita e proteggere i diritti umani per tutti – israeliani, palestinesi e vicini. Che questo cessate il fuoco sia il catalizzatore per una soluzione a due Stati, prosperità condivisa e umanità restaurata. Il mondo sta guardando e deve agire.
Renata Bueno, ex-parlamentare italiana e avvocata internazionale

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