ANNO XV Dicembre 2021.  Direttore Umberto Calabrese

Giovedì, 06 Ottobre 2016 21:40

L’acquazzone

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La città aveva sempre fretta e fame, tanta fame.

Alberi e sterminati prati verdi il suo cibo preferito, ma sempre più famelica ed insaziabile incominciò a divorarli senza sosta ogni giorno, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione strappando tutta la terra alla campagna. In breve un’intera foresta scomparve cedendo il posto ad una immensa distesa di cemento. Masticava ed ingoiava di tutto la città lasciando dietro il suo passaggio centinaia di palazzi e decine e decine di grovigli di strade che si attorcigliavano come budella. Un immenso intestino dove auto bollenti, auto sudate, sfrecciavano tra segnali e semafori che pulsavano veloci. Ma la sua fame non sembrava mai placarsi e la sua pancia diventava sempre più grande, e, dopo gli alberi, i prati ed i boschi, il suo sguardo famelico si posò sulle case più antiche, quelle più vecchie. Con i suoi denti sgranocchiava i tetti, triturava velocemente le pareti e le persiane tra decine e decine di ruspe e camion che trasportavano via ogni pietra. Velocemente venivano trasportati via i ricordi, i sapori, le usanze e gli odori, perché la città non amava il passato. Torri e grattacieli, acciaio buio, specchi, nuovi quartieri, luci e cemento, traffico tra fumo e vapori. Ma la città colorata, la città veloce, era sempre più insaziabile, e, dopo la campagna e le vecchie case, posò lo sguardo anche sugli uomini, questa volta a differenza degli alberi e delle vecchie case, li rosicchiava, li gustava, li masticava lentamente per poi sputarli rubandogli sogni e sorrisi, rubandogli parole e sguardi. Anche loro, come le stesse auto, ormai sfrecciavano veloci sui marciapiedi, in gran fretta si ammassavano in bus e metropolitane ogni giorno, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, sempre con gli sguardi bassi, perché a nessuno importava dialogare, non c’era tempo per ascoltare. E poi una mattina giunse in città un grande temporale. “Finalmente è arrivata una bella giornata!” - urlò uno di quelli chiamati ‘i folli’ che vivevano sotto i ponti tra rifiuti e cartoni, uno dei pochi immangiabili e così acerbi da essere sputati fin da subito dalla stessa città. La pioggia iniziò a scendere sempre più veloce, sempre più fitta, e la città come sempre non perse tempo, iniziò a bere con avidità ogni goccia mentre l’acqua si spargeva ovunque. Beveva, beveva e le strade si allagavano. Beveva, beveva e la sua pancia gonfia bloccava ogni auto, ogni bus, ogni uomo. L’acquazzone durò tre mesi e tre giorni, e, quando finalmente smise di piovere, i primi uomini che fuoriuscirono dalla pancia rimasero sorpresi: non c’erano fiumi, laghi, stagni o grandi pantani. “L’acquazzone non è mai arrivato!” - urlò ‘il folle’ – “l’acquazzone non c’è mai stato…. c’era il sole, un bellissimo sole e voi ve lo siete sempre perso”.

Mille alberi, tre giganteschi parchi senza più grovigli di strade, gli uomini cominciavano a camminare tra desideri e sorrisi dopo aver percorso il grande viale con qualcuno sdraiato sull’erba ed altri seduti ad ascoltare.

“La città finalmente è affogata” – questa volta sussurrò ‘il folle’.

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