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Mercoledì, 18 Luglio 2018 07:13

Genealogia della democrazia: 2 - Clistene

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Solone, dunque,  l’innovatore e il conservatore Solone, inventò la democrazia. Egli piuttosto inventò la politica, quella particolare ed unica dimensione della politica che è l’azione, la responsabilità dell’agire politico.

Per raggiungere l’equilibrio, che per i Greci era contemporaneamente fisico e sociale (essendo entrambi una dimensione della fenomenologia), per evitare la dysnomia, il disordine, con l’eunomia, l’equilibrio, occorreva il buon governo, cioè la volontà e la capacità dei cittadini di occuparsi della propria città, della polis, l’urgenza della politica. “Incontriamo qui per la prima volta l’idea di una responsabilità dei cittadini nei confronti della città. Non gli dei, non i re, neppure la classe aristocratica dominante, bensì tutti insieme sono colpevoli, se le cose vanno male. Forse non lo sono tutti nella stessa misura,e sicuramente non si può fare alcunché senza qualcuno che rimetta le cose a posto. Ma col suo aiuto si può individuare una strada. Alla responsabilità corrisponde così la possibilità di fare qualcosa. Questo, oggi ,sembra banale, ma allora era una cosa nuova e stimolante. Se per molte idee del pensiero politico dei Greci esistono paralleli anche altrove, persino in Cina, su questo punto non se ne trovano: comincia qui un pensiero politico specificamente europeo.”[1]

La responsabilità e la possibilità, etica e conoscenza, sono i due elementi fondamentali per l’azione di cura (buon governo) della polis, della politica. Solone esercitò questi due elementi finalizzati all’equilibrio sociale con il suo comportamento, autorevole ma mai autoritario, e con la riforma dei 3 fattori morfologici di ogni organizzazione politica: fiscale, con la seisáchtheria (cioè lo «scuotimento dei pesi»); elettorale, con la trasformazione del βουλή  (Boulé dei Quattrocento); linguaggio, con la predisposizione di áxones(parallelepipedi rotanti su cui erano affisse le leggi che tutti avrebbero potuto e dovuto conoscere).

Tuttavia Solone, che inventò un “modo di essere della polis stessa”[2], la politica, non generò la democrazia. Certo la sua Tirannide elettiva non fu mai Tirannide assoluta. Pur sempre una Tirannide era. Dopo aver redatto le riforme scomparve per un certo periodo di tempo (sembra 6 mesi) per permettere ai cittadini di riflettere sulle leggi proposte che non dovevano essere imposte.

Solone, che fu “il primo «cittadino» che ci sia noto”[3], non ebbe successo e per assistere alla nascita della democrazia abbiamo dovuto aspettare. Egli scontentò sia i nobili, a cui aveva sottratto terre e crediti, sia il popolo a cui non aveva consentito di assumere il potere politico (le cariche dello Stato erano vietate ai Teti – ai poveri). Alla sua Tirannide dolce seguì quella amara di Pisistrato, ma l’insorgenza politica non può essere frenata.

La riforma timocratica[4] di Solone va dal 594 al 591 a.C.

Circa altri 90 anni dopo, nel 508 – 507 a.C., le riforme di Clistene (570 a.C.), figlio di Megacle e di Agariste, figlia del tiranno di Sicione, che si chiamava pure lui Clistene, daranno un nuovo, potente contributo alla genesi della democrazia.

Il rinnovo del nome non corrispose al rinnovo del comportamento politico. Clistene il nipote era ateniese e, a differenza del nonno tiranno, “deve essere stato un uomo straordinariamente saggio”[5]. La cosa più importante per il futuro di Atene e per la nascita della democrazia, però, fu che egli apparteneva alla ricca e potente famiglia degli Alcmeonidi, i più fervidi fautori del governo del popolo.

La maledizione degli Alcmeonidi, causata da un sacrilegio contro la tirannide di Cilone, li rese invisi ad una certa aristocrazia e, quindi, ben accolti dal popolo che a loro volta sempre favorirono con un certo numero di riforme. Una delle più importanti fu certamente quella proposta da Clistene come conseguenza diretta della trasformazione volute da Solone: il passaggio dalla eunomia alla isonomia.

Isonomia significa “uguaglianza di fronte alla legge”, cosa che, prima di Clistene non era evidentemente garantita. Furono dunque istituite giurie che variavano, sempre di numero dispari, tra 201 e 5001 giurati, sorteggiati a campione nelle tribù.

Clistene, in estrema sintesi, fu il primo a stabilire che il diritto di cittadinanza e il potere politico non dovessero derivare dal alcun censo nobiliare e da nessuna classe sociale, ma direttamente dalla organizzazione della polis. È solo la città che determina la cittadinanza. Quindi l’unica garanzia di partecipazione reale è la sua organizzazione, la sua forma.

La coerenza della forma era la sostanza della riforma politica di Clistene. Se le condizioni di sfondo in cui esercitare la libera azione umana fossero state oggettive, la giustizia sociale e la integrazione politica data dalla partecipazione era assicurata. La forma doveva essere talmente oggettiva che le fondamenta di Atene divennero la tavola pitagorica e la divisione della città fu costruita su una precisa coerenza integrativa di ordine matematico. Niente più censi nobiliari, niente più classi sociali, soltanto 10 tribù, ciascuna con 15demi a testa (5 della costa, 5 della pianura, 5 della collina). Il demo era la comunità locale di appartenenza, quella che oggi noi chiamiamo municipalità nelle aree metropolitane. La nascita dei demi è politicamente fondamentale perché, per la prima volta nella storia, i cittadini venivano riconosciuti, non per il vincolo di consanguineità con il padre (patronimico), ma per il vicolo in cui si è nati, per il nome del proprio demo, per la propria residenza. Dal vincolo al vicolo, si consuma interamente il passaggio dalla eunomia alla isonomia.

Sempre per rispetto del proprio oggettivo rigore matematico la Boulè divenne di 500 membri (50 per ogni tribù) sorteggiati; 10 divennero gli strateghi e 10 gli arconti (1 eletto da ogni tribù). Potremmo fare un gioco e cercare di capire la motivazione matematica per la composizione di numeri (1,3,5,10) che Clistene utilizzò per organizzare l’attica e Atene. L’unica che considero plausibile è quella di ordine epistemologico: Clistene voleva dare una dimensione oggettiva alla organizzazione della città per attribuire con giustizia la cittadinanza.  

Il paradosso sta nel fatto che, per difendere questo meccanicismo politico, per evitare il ripristino della tirannide e per contenere le ricorrenti perturbazioni politiche, Clistene istituì la pratica dell’ostracismo (un minimo di 6001 cittadini poteva considerare pericoloso un cittadino ed esiliarlo dalla città senza confiscarne i beni) che per primo, nel 487 a.C., subì.

La maledizione degli Alcmeonidi consiste anche un poco nella comica condizione di aver creato danni a se stessi. D’altronde, se una riforma funziona, se isonomia significa uguaglianza di fronte alla legge, la legge non deve fare distinzioni. L’ostracismo subito da Clistene è la prova più radicale e definitiva della oggettività (anche se non della sua opportunità) delle sue decisioni.

La politica, se è giusta, è così: ingrata.

In ogni caso, per la nascita della democrazia dobbiamo ancora aspettare.(Blog)

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