ANNO XIV Maggio 2020.  Direttore Umberto Calabrese

Domenica, 20 Novembre 2016 10:25

Firenze - Gaetano Pesce espone un opera dedicata alla liberazione della donna

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Una scultura inedita, un’opera simbolica dedicata alla donna e al tempo stesso un monumento alla liberazione femminile. È “Maestà tradita”, l’opera site specifica di Gaetano Pesce che completa così l’allestimento dell’artista inaugurato il 21 ottobre nelle nuove sale espositive del Museo Novecento di Firenze, aperta al pubblico fino all’8 febbraio 2017.


In piazza Santa Maria Novella, posta in relazione con la magnifica facciata della basilica progettata da Leon Battista Alberti, è stata inaugurata questa mattina la scultura inedita dell’artista alla presenza del sindaco Dario Nardella e dei curatori della mostra Sergio Risaliti e Vittorio Sgarbi.
“Firenze è sempre stata una città contemporanea – ha dichiarato il sindaco Nardella – . Per questo pensare che sia una fossile, qualcosa da tenere sotto naftalina è assurdo e soprattutto antistorico rispetto all’identità e la storia della città. Tutti i grandi artisti del passato presenti a Firenze hanno rappresentato una rottura dei linguaggi artistici consolidati del passato, hanno creato stupore e reazioni anche negative. Oggi portare l’arte contemporanea nei luoghi pubblici in un dialogo con il passato vuol dire rinnovare l’identità di Firenze”. 
La statua, concepita per lo spazio pubblico, in relazione con il contesto storico-artistico e religioso, rappresenta una monumentale figura di donna, avvolta in un lungo mantello, una sorta di Mater matuta (come quella conservata al Museo Archeologico di Firenze), ma anche archetipo ispirato alla “Maestà” cristiana (l’iconografia della Madonna in trono), e quindi eco contemporaneo di quella celeberrima “Madonna Rucellai” commissionata nel 1285 a Duccio di Boninsegna dalla confraternita dei Laudesi per la cappella della compagnia in Santa Maria Novella, poi spostata alla fine del cinquecento nella cappella Rucellai della chiesa domenicana, infine trasferita agli Uffizi nel XX secolo. La Maestà tradita è seduta su un trono che a sua volta appoggia su un alto piedistallo. La figura di regina e madre si presenta però con segni di inequivocabile sofferenza. Il suo mantello è anche corpo, corpo tutto nudo, di nuda pelle. Ma anche corpo scorticato e flagellato, nuda carne esposta e segnata da prepotenza e violenza, sia fisica sia verbale. Una grande e pesante sfera di metallo arrugginito è legata al piede destro della figura con una grossa catena, quale simbolo della schiavitù a cui migliaia di donne, ancora oggi, sono costrette in diverse parti del mondo. La composizione riflette nella sua odierna presentazione le forme della celebre Up, che è una reinvenzione delle Veneri paleolitiche, simboli di fertilità e di sacralità, in un collegamento tra potenze della terra e del cosmo. A lato della facciata di Santa Maria Novella, la Maestà tradita vuole essere un monumento alla ‘liberazione’ femminile e del femminile, testo di accusa e manifesto di una nuova civiltà, condanna per un mondo maschile che continua a tradire, offendere e violentare la sacralità del corpo femminile, costringendo la donna a sopportare esperienze di mercificazione, manipolazione ed emarginazione insopportabile, la pena mai sopita di “essere donna”. A questa condizione, a questa pena, a questa amarezza, rinvia l’installazione site-specifica realizzata da Pesce in una delle nuove sale espositive del Museo Novecento, dove su dei piedistalli sono presentati pezzi di pane e del fiele. Nella stessa sala si avvertirà anche un forte odore, traccia sensibile del peso e della fatica provata dalle donne in un mondo che ancora oggi le vuole condizionate al potere maschile. 
Nel Museo Novecento, il percorso espositivo si snoda tra le nuove sale espositive e la Cappella interna, in un’esposizione dalla doppia valenza: performativa e antologica. Con circa venti disegni, di cui moltissimi inediti, viene ad essere rappresentata l’evoluzione, dagli anni Sessanta ad oggi, di quella che è stata la tematica fondamentale di uno dei più grandi interpreti dell’arte e dell’architettura contemporanea: quella della donna come centro del mondo, e del femminino come forza creativa assoluta. Ogni sala costituisce un’installazione multisensoriale che comunica attraverso odori, sostanze liquide, suoni, elementi vari, la difficoltà di essere donna in un mondo ancora dominato dalla omogenea e conservativa natura maschile. Al centro della sala maggiore viene esposta una Up rivestita di abiti femminili, tutti diversi per forma e colore, una scultura monumentale che giganteggia nello spazio, inneggiando alle donne, al valore della differenza, al rispetto del corpo femminile e della sua multiforme sensibilità. La grande UP vestita è circondata infatti da sei Up galeotte, ognuna delle quali incatenata a una palla di ferro, simbolo inequivocabile di schiavitù e di limitazione della libertà. La mostra è ricca di momenti performativi che coinvolgono il visitatore in un viaggio emotivo e sensoriale sviluppato senza retorica ma con poetico, crudo espressionismo. L’evento ha quindi un carattere esemplare in quanto avviene in una città che ha fondato i canoni della bellezza universale a partire dal maschile, centro dell’universo, esaltando la corporeità virile come tempio di virtù e di coraggio, di forza e di divino ingegno. In piazza Santa Maria Novella, la Maestà tradita si pone in definitiva come immagine dialettica in rapporto alla statuaria rinascimentale, in particolare ai ‘giganti’ di Piazza Signoria, simbolo di supremazia e di dominio. 
(mf)

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