ANNO XIII Novembre 2019.  Direttore Umberto Calabrese

Domenica, 01 Ottobre 2017 00:00

Alessandria – Medicina Democratica fa esposto alla procura per l’emergenza PFOA e PFO

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Riceviamo e pubblichiamo integralmente comunicato stampa pervenuto da Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute – Onlus sezione provinciale di Alessandria esposto inviato alla Procura della Repubblica presso il tribunale di Alessandria

Ill.mo Signor Procuratore

A quali estremi di reato, ci chiediamo, incorrono le Autorità di Alessandria e del Piemonte preposte alla tutela della salute pubblica per i loro comportamenti difformi dalle Omologhe del Veneto, pur in presenza di condizioni ambientali e sanitarie del tutto coincidenti.

Cominciamo dall'attualità, prima di arrivare all'individuazione delle responsabilità.

In questi giorni, centinaia adolescenti -tra le forti preoccupazioni dei genitori- stanno ricevendo l'invito a presentarsi agli ospedali di Vicenza e Padova per sottoporsi ad una procedura terapeutica, plasmaferesi, dedicata alla pulizia del sangue dalla contaminazione da perfluoroalchilici. La plasmaferesi infatti permette la separazione del plasma, la componente liquida del sangue in cui si trovano disciolti i PFOA e PFOS, dalla parte cellulare. Con un prelievo del sangue, viene isolato il plasma grazie ad un separatore cellulare, il plasma viene sostituito da una soluzione fisiologica, e si restituiscono piastrine, globuli rossi e bianchi, lasciando fuori dalla soluzione quanto più PFOA. L'operazione dura circa mezz'ora e verrà ripetuta sei volte a distanza di 15 giorni. Dai test è stato rilevato che dopo la terza seduta la riduzione del PFOA può raggiungere il 33%. Il costo della plasmaferesi per la Regione Veneto sarà, per i duemila convocati, di almeno 15 milioni di euro per il primo anno. A Vicenza i giovani trattati hanno concentrazioni di PFAS nel sangue fra i 100 e i 200 nanogrammi per millilitro. A Padova superiori a 200.

Nessuna plasmaferesi è in corso ad Alessandria.

Su un bacino di 350mila persone "zona grigia", l'emergenza PFOA interessa una vasta area posta a cavallo delle province di Padova, Vicenza e Verona: "zona rossa" individuata in base ai parametri di contaminazione delle acque superficiali e profonde. Per la presenza nel sangue di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche tossiche e cancerogene) nei residenti di questa area, compresi bambini e adolescenti, la Regione Veneto ha dato avvio ad uno screening di massa, interessando per primi i ragazzi dai 14 anni in su.

Più di diecimila vicentini residenti nei Comuni della "zona rossa" con livelli di PFOA superiori a 8 nanogrammi per millilitro, saranno richiamati entro due anni dall'Usl8 per la seconda fase del monitoraggio disposto dalla Regione. Infatti, i residenti fra i 14 e i 65 anni dei 21 Comuni rischio delle tre province sono 85mila, di questi 34mila vivono nell'ovest vicentino, più di un terzo con elevati valori di PFAS. Mille i ragazzi fra i 14 e i 21 anni che stanno ricevendo la lettera in questi giorni. E già 400 lettere dell'Usl8 sono state inviate ai residenti per la plasmaferesi.

In base al "Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta ai PFAS" della Regione, in collaborazione con l'Istituto Superiore di Sanità ISS, la prima fase del monitoraggio aveva evidenziato fino a 400 nanogrammi, 1 per millilitro (contro un limite fissato tra 1,15 e 8 *). Addirittura nel sangue degli adolescenti: a Montagnana si era arrivati a 294,7 nanogrammi per millilitro, a Lonigo: 189. Nel veronese i risultati dei primi 118 residenti esaminati avevano dato una media di 40-50 nanogrammi per millilitro, compresi i quattordicenni.

(* Gli altri Paesi, Usa Svezia, adottano livelli assai più restrittivi)

La Regione Piemonte non ha avviato screening sanitari di alcun tipo.

La relazione della Commissione Parlamentare di inchiesta riporta le correlazioni tra le sostanze perfluoroalchiliche e l'insorgenza delle patologie. Precisamente: "Ipercolesterolemia, colite ulcerosa, malattie tiroidee, tumori del testicolo e del rene, ipertensione indotta dalla gravidanza e preeclampsia, nonché associazioni di varie patologie cardiovascolari come arteriosclerosi, ischemie cerebrali e cardiache, infarto miocardico acuto e diabete". Queste sostanze non sono degradabili: caratterizzate da una notevole persistenza nell'ambiente e negli organismi viventi dove hanno tendenza ad accumularsi nel tempo.

La stessa Commissione rileva che gli studi epidemiologici sull'uomo, e in particolare sugli operai esposti, dimostrano correlazioni con epatossicità sicuramente per concentrazioni sopra i 6 microgrammi/l (6.000 nanogrammi/l). Riconosciuti a livello medico quali potenti interferenti endocrini e intercellulari, nonché cromosomici, lo IARC specifica autorevolmente il rischio cancerogeno per il PFOA.

A questo riguardo, la Regione Veneto ha richiesto una valutazione retrospettica della mortalità e dell'incidenza di patologie tra i dipendenti: "Valutazione della mortalità dei lavoratori dell'azienda Rimar/Miteni. 2017".

La Regione Veneto, sulla base dell'avviato ampio Studio di biomonitoraggio con "obbiettivo la definizione dell'esposizione a Pfas nei soggetti residenti nelle aree del Veneto nelle quali è stata rilevata la presenza dei contaminanti", ha trasmesso la documentazione alla Procura di Vicenza che indaga sull'evento.

Relativamente alla contaminazione dell'acqua potabile * da sostanze Pfas, uno "Studio di mortalità ecologica della Regione Veneto, Italia" ha concluso "I livelli di mortalità più elevati per alcune cause di morte, possibilmente associati all'esposizione PFAS, sono stati rilevati nei Comuni contaminati rispetto a quelli incontaminati" [2017. Pubblicato dalla Oxford University Press].

(* Si annoti che uno studio danese ha eidenziato che i Pfas si accumulano nel sangue anche attraverso la respirazione).

La Regione Piemonte non ha avviato studi epidemiologici specifici.

Dal 2013 alle aziende idriche la Regione Veneto ha imposto (tramite filtri ai carboni attivi) di erogare solo acqua con valori sotto la soglia di 500 nanogrammi per litro, stabilita dall'Istituto superiore di Sanità.

Nel 2017 Greenpeace ha esteso un monitoraggio anche nei Comuni più distanti dalla zona più contaminata, addirittura in provincia di Rovigo, con allarmanti superamenti dei limiti. Greenpeace, estendendo le "zone grigie e rosse", arriva ad affermare che "il numero totale di cittadini potenzialmente esposti alla contaminazione di PFAS attraverso l'acqua potabile è superiore agli 800 mila abitanti.

Si susseguono manifestazioni popolari per rivendicare che "i limiti dei Pfas siano portati in prossimità dello zero e che sia messo in atto il sequestro e la bonifica della Miteni accompagnati da un serio piano di tutela per i suoi lavoratori e accollando all'azienda i costi di bonifica e sanitari".

Si presentano da parte dei lavoratori denunce presso la Procura di Vicenza per lesioni colpose a carico anche del medico di fabbrica, Giovanni Costa, lo stesso che a Spinetta Marengo nasconde(va) e tranquillizza(va) i lavoratori per gli abnormi valori di PFOA riscontrati nel sangue

Cinque gli avvisi di garanzia, tra cui a Luigi Guarracino, già direttore alla Solvay di Spinetta Marengo (e condannato a Bussi) . I carabinieri del Noe di Treviso, esaminando i documenti aziendali, hanno, alla Procura titolare dell'inchiesta per adulterazione dell'acqua e inquinamento ambientale, concluso che da almeno 27 anni -nascondendolo alle autorità competenti- la Miteni (ex Mitsubishi, dal 2009 Icig) è a conoscenza dell'inquinamento dello lo stabilimento di Trissino: per il PFOA quanto meno cinque anni prima che lo studio del CNR lanciasse l'allarme (2013). Assai prima, ma ufficialmente quanto meno dal 2008 dopo l'allarme lanciato da Alessandria.

Per la Solvay di Alessandria, infatti, questo allarme era stato lanciato addirittura nel 2008 urbi et orbi, e rilanciato più volte, anche con raccomandate, non ultima con lettera aperta 2016 a Regione, Arpa, Asl, sindaco di Alessandria, che riproduciamo:

La Sezione di Medicina democratica di Alessandria ha condotto una campagna nazionale per la messa al bando del PFOA (perfuorurato) scaricato in Bormida fino alla foce del Po, denunciando anche ai massimi livelli sanitari la presenza del veleno nel sangue dei lavoratori, a loro volta addirittura donatori di sangue. Sul nostro blog sono archiviati almeno 50 interventi sulle questioni. Il libro “Ambiente Delitto Perfetto” ne parla diffusamente. (P.S. La Corte di Assise non preso in considerazione l’inquinamento da PFOA in quanto non indicato tra le sostanze nel capo di imputazione del PM).

Medicina democratica ha denunciato, oltre al PFOA, la presenza nel sangue dei lavoratori Solvay di Spinetta Marengo (Alessandria) di ADV e C6O4, a vario titolo sostanze tossiche/ cancerogene/ mutagene/ teratogene e ha rivendicato l'intervento dell’ASL e della Sindaco a tutela dei lavoratori nonchè dei cittadini tutti. Inoltre ha chiesto a Paolo Marforio direttore generale ASL Alessandria, Antonino Saitta assessore Regione Piemonte alla Sanità e a Beatrice Lorenzin Ministro della salute di impedire su tutto il territorio nazionale trasfusioni di sangue contenenti tali veleni. Il documento è stato inviato alla Procura, a tutti i sindaci della provincia, a tutti gli ospedali, Arpa, Avis ecc.

A tutt’oggi nel territorio alessandrino non hanno riscontro in ambito Asl e Arpa analisi e interventi ispettivi che invece si stanno svolgendo in Veneto. Qui si parla di sottoporre ad analisi 250 mila persone tra le 400 mila a rischio di PFAS (perfluorurato) fra Vicenza, Verona e Padova. L’Istituto Superiore della Sanità ha già dichiarato che sono contaminati più di 60 mila residenti. E’ allarme generale.

Di contro, l’inerzia e il silenzio di Asl e Arpa alessandrini ai nostri esposti rappresentano unoscandalo che colpisce la salute della cittadinanza non sappiamo in quale entità.

L’ASL ha la responsabilità di provvedere direttamente alle analisi del sangue dei lavoratori, di verificare quelle fornite ai lavoratori da Solvay, la quale non può essere controllata e controllore di se stessa, nonché di procedere ai referti della popolazione a rischio, in merito particolare alla presenza di queste sostanze pericolose, fornendo delle stesse completi parametri tossicologici e sanitari di concerto con ARPA. Sottolineiamo che per Medicina democratica i valori limite devono essere zero.

Chiediamo nuovamente che i risultati delle rilevazioni siano portati a conoscenza individuale degliinteressati e della collettività tutta: tale riteniamo sia l’obbligo della Sindaco di Alessandria, peraltrogià insolvente del Referto epidemiologico e dell’Indagine epidemiologica della Fraschetta.

Il risultato della nostra campagna nazionale è stata l’eliminazione del PFOA dalle lavorazioni della Solvay di Spinetta Marengo e la sua sostituzione con il C6O4: sale ammonico inodore, scarsamente biodegradabile, corrosivo, tossico per ingestione inalazione e contatto, principale organo bersaglio il fegato, le polveri fini derivate possono infiammare ed esplodere, in caso di incendio o surriscaldamento genera per decomposizione termica come sottoprodotti tossici o cancerogeni fluoruro di idrogeno anidro, fluorofosgene, difluoruro di carbonile, ammoniaca, anidride carbonica, fluorocarburi ecc. Per quanto riguarda l‘esposizione prolungata o ripetuta sono tragicamente carenti ovvero nascoste informazioni scientifiche tossicologiche, soprattutto come cancerogeno, mutageno e teratogeno. Criticità nel trattamento rifiuti per la neutralizzazione e il recupero di acido fluoridrico.

Abbiamo chiesto all’ARPA campionamenti: silenzio. Sindaco e Assessore all’ambiente: silenzio.

Stesso discorso per l’ADV della Solvay: incolore, inodore, insapore, letale se ingerito o inalato, letale per contatto, indegradabile in acqua, bioaccumulabile, è tossico e corrosivo in degradazione termica nei suoi sottoprodotti (fluoruro d’idrogeno anidro, fluorofosgene, cloruro d’idrogeno ecc.) già in fase acuta. Per la fase cronica le informazioni scientifiche tossicologiche sono drammaticamente carenti ovvero nascoste, soprattutto per la cancerogenicità, come in generale lo sono per tutto ciò che riguarda salute, sicurezza e ambiente, compreso lo smaltimento dei rifiuti pregni di acido fluoridrico.

MEDICINA DEMOCRATICA - MOVIMENTO DI LOTTA PER LA SALUTE SEZIONE PROVINCIALE DI ALESSANDRIA

In riscontro di tanto sopra, a quanto ci è noto alla data odierna, risultano due documenti:

Lettera (28/6/16) del Dipartimento di Prevenzione - Servizio Prevenzione Sicurezza Ambienti di Lavoro avente come oggetto “Denuncia dell’Associazione ‘Medicina democratica di sostanze pericolose nel sangue dei cittadini e dei lavoratori Solvay”. La lettera è innanzitutto priva di qualunque documentazione allegata.

 A cominciare dai monitoraggi ambientali che sarebbero stati effettuati in Solvay. Poi contiene reticenti affermazioni autoassolutorie, confuse e perfino sconcertanti, tipo “I soggetti professionalmente esposti a tale sostanza (PFOA) hanno livelli sierici di fluoruri più elevati rispetto alla popolazione generale, anche di 100-1.000 volte più alta.” “Tuttavia la letteratura non riporta effetti certi sulla salute umana attribuibili direttamente a tali esposizioni”. Eccome no: chissà perchè l’EPA americana dal 2007 impose a 7 imprese internazionali l’eliminazione del Pfoa, traguardo raggiunto da Solvay solo nel 2014. SPRESAL dunque è tranquilla anche se l’esito di tali monitoraggi ha “evidenziato livelli di esposizione rilevanti, con una discreta probabilità (sic) di superamento del valore limite". Non si precisa addirittura che i lavoratori NON sono sottoposti a controllo dei livelli ematici da parte dell’ente pubblico BENSÌ’ ad opera dell’azienda (controllore di se stessa). NON lo sono stati in passato per il PFOA, e nel presente NON lo sono per i sostituti del PFOA. N.B. la stragrande maggioranza dei lavoratori non è sottoposta neppure a questi controlli di parte aziendale. E nessun cittadino lo è.

 SPRESAL, ammettendo implicitamente che non si è mai ricercato PFOA nelle acque neppure dopo la nostra denuncia del 2008, cita dal 2011 lo studio CNR/ISRA che ha individuato quali fonti inquinanti Miteni e Solvay. Sempre senza documentare nulla in allegato, SPRESAL afferma effettuati campionamenti acque potabili -quanti ? quali? in quali anni?- rilevando...

“concentrazioni inferiori ai limiti di rilevabilità (<LOD) Soprattutto conclude: “Non si ritiene pertanto che l’esposizione della popolazione richieda un biomonitoraggio sui residenti tenendo conto che è stato dismesso il PFOA ”. Senza tenere conto nemmeno che il sostituto del PFOA necessita di monitoraggio pari al PFOA, se non di più, per il principio di precauzione. c) Infine SPRESAL rivela che nei campioni prelevati da ARPA a valle dell’insediamento produttivo sono stati misurati fino a 30 mg/l di Pfoa. E’ un valore enorme!! Che costringe SPRESAL a mettere le mani avanti e a raccomandare all’Arpa:      “Benché         allo stato attuale questa contaminazione non

sembra aver raggiunto gli strati più profondi della falda, questa situazione é da monitorare con attenzione per l’elevata stabilità e persistenza di questa classe di composti”. “In base a quanto sopra, si ritiene pertanto sia da prendere in considerazione che il Comune, insieme all’ASL (SISP e SIAN) ad ARPA ed eventualmente ad altri Enti interessati, valuti l’opportunità e la fattibilità di effettuare alcuni campionamenti e sottoporre ad analisi di pozzi significativi per un aggiornamento della situazione ”. Al PFOA bisognerebbe aggiungere C6O4 e ADV.

Non risulta se come quando la raccomandazione Spresal è stata presa in considerazione

Il “Verbale del Tavolo Tecnico” 26/9/16 (Comune, Provincia, Arpa, Asl), condizionato dalla lettera di cui sopra, nella caotica discussione si trasforma in uno scaricabarile benché Claudio Lombardi, assessore all’ecologia del Comune di Alessandria, dopo aver stigmatizzato che da anni aspetta risposte, a più riprese interviene facendo un parallelo su quanto gli Enti di controllo hanno realizzato in Veneto e non in Piemonte. A più riprese Lombardi insiste

 sulle omesse indagini epidemiologiche;

 sulle analisi del sangue ai dipendenti omesse dall’Asl e delegate all’azienda: in passato per colpevole inettitudine e nel presente con la scusa che (a detta di Solvay) “tanto le concentrazioni di PFOA nel sangue si stanno abbassando”(a questi burocrati non passa per la mente che il veleno, cancerogeno mutageno teratogeno, anche quand’anche un giorno possa scomparire nel sangue, nel frattempo ha prodotto comunque nell’organismo danni, danni anche irreparabili?!);

 sull’omesso monitoraggio ematologico alla popolazione residente per la strana opinione che a Spinetta, proprio a Spinetta avvolta in un cocktail di veleni, mancherebbero “criteri di esposizione ambientale particolarmente elevati” (cioè i cittadini il Pfoa più che berlo lo respirano), ovvero con lo scaricabarile della mancanza di fondi: “lo studio della regione Veneto viene portato avanti con finanziamento dell’istituto Superiore di Sanità”;

 sul protocollo di analisi di acqua potabile che non ricerca Pfoa;

 sugli omessi campionamenti alle acque della rete acquedottistica per la inverosimile scusa che “il Pfoa non è mai stato ricercato in quanto i pozzi si trovano a monte idrogeologico di Spinetta e Solvay ”;

 sull’omessa raccomandazione dell’IRSA/CNR di “condurre un controllo della situazione attuale” in quanto decaduti gli assai sporadici e casuali i prelievi effettuati;

 sull’omesso campionamento di pozzi privati; ecc.

Lo scaricabarile tra Asl e Arpa è sconcertante perché il verbale porta la data 2016: “Occorre stendere un piano di campionamento delle acque potabili e di quelle sotterranee non potabili e vedere se i risultati ci rassicurano” eppoi semmai “effettuare uno screening sulla popolazione”. E perchè non realizzare -finalmente- i due provvedimenti contemporaneamente, come in Veneto? Risposta: “Per una questione di costi e di ripercussioni mediatiche, e di assenza di pericolo concreto”. L’assenza di pericolo sarebbe garantita da Arpa, che però non mette più la mano sul fuoco perché sa che la presenza dell’eliminato Pfoa è persistente nel tempo. Tutti fingono di dimenticare che, insieme al Pfoa, nel sangue (come denunciano anche i sindacati) e nelle acque oggi ci sono ADV e C6O4.

L’assessore Lombardi è assai poco convinto della discussione, non si fida e insiste più volte, pretende “una relazione che illustri le motivazioni per cui la situazione ad Alessandria è considerata meno preoccupante rispetto a quella del Veneto, perché il biomonitoraggio viene fatto in Veneto e non a Spinetta, e come mai l’ISS ha finanziato soltanto lo studio in Veneto”. Domanda pleonastica: perché evidentemente da Alessandria nessuno l’ha chiesto. E chiede, dopo la confusione di posizioni ascoltate, che “venga predisposto un piano di monitoraggio condiviso”, innanzitutto con “la predisposizione del programma di monitoraggio delle acque sotterranee”.

L’Asl, invece, conferma che non intende affrontare direttamente la questione sanitaria: “I lavoratori non sono più esposti al PFOA”. Come se il PFOA fosse scomparso nell’ambiente e nel sangue! Come se non fossero cancerogeni anche ADV e C6O4! E poi fidiamoci come sempre dell’azienda si giustifica l’Asl: “ la Solvay prosegue comunque il monitoraggio sul sangue degli ex-esposti” (ex esposti a PFOA, ma ora esposti a ADV e C6O4 !). A parte il fatto non trascurabile che dovrebbe essere l’Ente pubblico controllore a garantire le analisi e non a prendere per buoni i dati dell’azienda sospettabile di mascherare e occultare i risultati, è inammissibile che sia l’azienda a decidere a chi fare le analisi, inammissibile che siano esclusi dagli accertamenti pubblici a) la stragrande maggioranza dei lavoratori non direttamente addetti alle lavorazioni, b) i dipendenti delle ditte di appalto, c) gli ex dipendenti, d) i cittadini di Spinetta e Alessandria. (E in pensiero va anche a quanti, malgrado il nostro allarme, hanno ricevuto donazioni di sangue infetto da PFOA).

Dunque lo studio epidemiologico chiesto dall’assessore? “La popolazione oggetto di studio non è sufficientemente numerosa per dare risultati significativi’. In Veneto sono arrivati a considerare centinaia di migliaia di persone in zone “grigie” e “rosse”.

In Veneto sono 350mila i residenti dell’area considerata contaminata, la Regione ha fatto partire uno screening sanitario per 85mila persone della “zona rossa” per misurare i livelli ematici Pfas e verificare l’insorgenza di patologie collegate. Moltissimi, esclusi dallo screening ufficiale hanno provveduto autonomamente a proprie spese. I risultati sono per tutti preoccupanti. La Regione perciò ha lanciato un programma di plasmaferesi. Il tutto viene ritenuto da esperti e associazioni addirittura insufficiente. Soprattutto, anche con petizioni, si insiste sull’abbassamento dei livelli di Pfas ammessi nell’acqua potabile e sulla necessità di interrompere l’esposizione: chiusura di impianti e bonifica.

A 16 anni di distanza, le analisi mostrano i danni cardiovascolari dei bambini (oggi adulti), esposti alle polveri delle Torri Gemelle, nel sangue dei quali erano presenti livelli anomali di acido perfluoroottanico (PFOA), sostanza presente nella plastica a cui conferisce flessibilità e che è stata bandita proprio per gli effetti dannosi sulla salute.

Noi riteniamo, ancora una volta, che le gravi responsabilità storiche e attuali dei soggetti coinvolti siano inconfutabili sul piano etico e morale, e siamo fortemente preoccupati per il futuro. Alla Procura della Repubblica chiediamo se nelle stesse sono ravvisabili estremi di reato.

In fede.

Lino Balza Barbara Tartaglione

per

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