ANNO XV Aprile 2021.  Direttore Umberto Calabrese

Domenica, 17 Luglio 2016 00:00

Discorso dell'Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice alla città in occasione del festino di Santa Rosalia

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Care Palermitane, Cari Palermitani,
vi saluto con grande emozione stasera. È il mio primo Festino di Santa Rosalia, la mia prima volta qui in mezzo a voi, da vescovo, in un momento così pieno di significato per la nostra Città, e voglio farvi partecipi della mia trepidazione e anche della mia gioia per questo nuovo inizio.

 

Sono passati sette mesi da quando tutto è cominciato per me, improvvisamente, qui, a Palermo. Mesi incredibili, in cui ho ricevuto da voi molto affetto, ho percepito grande solidarietà, grande sostegno, ho sentito una vicinanza che mi ha sorpreso e commosso. Come un’attesa comunitaria, che si è riversata sopra di me non per schiacciarmi ma per aprirmi, per darmi forza e infondermi serenità. In questi mesi ho cominciato a scoprire Palermo, a camminare sulle sue strade, ad ascoltare tutti quelli che potevo, a ‘diventare’ palermitano, figlio di adozione di questa terra, così bella, così vera.

Questo è stato e continua ad essere il mio apprendistato, perché vi confesso che a fare il vescovo si impara, con la grazia di Dio, giorno per giorno, come quando in un matrimonio si inizia una condivisione totale della vita, ed è subito molto diverso dal tempo del fidanzamento, della promessa, quando ci si immagina come sarà e che cosa accadrà quando un giorno si andrà a vivere stabilmente assieme.

Stare assieme sotto lo stesso tetto significa imparare ad appartenersi, e io sto imparando ad appartenere a Palermo. Non perché il mio amore e il mio affetto per questa Chiesa e per questa Città fosse all’inizio incerto o comunque meno forte rispetto ad ora. Lo sapete. Vi ho amati da subito. Ho avvertito il legame profondo (e per me riconoscente) con tutti voi, miei presbiteri, con voi cari religiosi e religiose, con voi amati seminaristi, con voi tutti, che siete il popolo di Palermo, fatto di donne e di uomini, di vecchi e di bambini, di poveri e di afflitti anche, per i quali resta un posto speciale nel mio cuore, lo stesso che il papà o la mamma danno naturalmente ai figli più delicati o più deboli.

Ma mentre la sera del 5 dicembre del 2015 sentivo dentro e dicevo queste cose dando corpo dentro di me ad immagini, a pensieri, a convinzioni profonde, stasera, sette mesi dopo, queste immagini e questi pensieri sono diventati volti con i loro tratti unici e precisi, sono diventati storie di persone vive, segnate da traversie o visitate dalla gioia, affrante dalle difficoltà e dai dolori o vivificate dalla speranza.

Ma tutte facce e tutte storie che non dimentico, che mi porto dentro, che sono diventate mie, che fanno parte di me, a partire da quelle che ho incontrato quella mattina del 6 dicembre all’Ucciardone per la mia prima messa da Vescovo. A loro per primi – e ai reclusi nelle carceri della Città - rivolgo da qui un saluto e un abbraccio affettuoso. «Padre - mi ha detto uno di loro, in una delle diverse visite di questo anno giubilare della Misericordia - La giustizia umana mi ha condannato all’ergastolo, ma la misericordia di Dio mi ha perdonato!»
A tutti voi giunga il mio più caro saluto. E d’altronde anche voi avete cominciato a conoscermi, a sapere chi sono, a leggere i miei comportamenti, a capire le mie emozioni, a cogliere le mie fatiche e le mie debolezze. È quel che la Bibbia chiama «carne», ovvero la concretezza vitale del nostro corpo, che comporta la fragilità, il limite, la differenza. Nella vostra mente, sette mesi fa, ero un vescovo ‘in arrivo’, su cui avete fatto fantasie e forse vi siete scambiati tante parole, ora quella fantasia è diventato questo vescovo qui, don Corrado, con la sua fisionomia, i suoi occhi, la sua voce, il suo modo di essere, di parlare, di salutare, di ascoltare. Non dobbiamo avere paura del passaggio dal mito alla realtà. Perché solo così si comincia ad essere veri, a farsi carico della ruvidità della storia autentica, in cui siamo immersi, che condividiamo. Contrariamente a quanto spesso pensiamo, infatti, il tempo che passa non serve a far finire le illusioni, a sconfiggere i sogni, ma se vissuto nella verità il tempo serve invece ad alimentare la speranza, facendoci passare insieme in mezzo alla sostanza densa e caotica della vita, il nostro Mare Rosso insomma e il nostro esodo.
E stasera siamo qui, con questi sentimenti, attorno a Rosalia. Come ci siamo a partire dal tema scelto per questo 392° Festino: «Palermo è Rosalia». Ma che cosa vuol dire che Palermo è Rosalia? Quali sono i tratti che giustificano questa assimilazione, questa identificazione forte tra la santa vergine palermitana e la sua Città?
Il primo, a mio modo di vedere, è indiscutibilmente la bellezza. La tradizione concorda su questo ritratto di Rosalia, ragazza di luminosa avvenenza. Una bellezza tale da colpire i suoi interlocutori e da irradiarsi attorno a lei. L’effetto della bellezza è infatti la luce, che si diffonde, che tocca, che riscalda. Ecco, comincerei da qui: Palermo, la nostra Palermo è bella come Rosalia. Zyz, cioè ‘fiore’, la chiamarono giustamente i Cartaginesi. È la stessa bellezza che i Greci esprimevano con la parola kalón, che alla lettera significa ‘ciò che è articolato, costruito perfettamente’, e dunque ciò che colpisce per la sua forma unica, armoniosa, davanti a cui si esclama: ‘questo dura, questo può durare!’ (Cacciari). Chi entra nella nostra Città con occhi non velati da pregiudizi si rende conto di entrare in un luogo dalla bellezza eccezionale, chiuso tra i monti e il mare, frutto di una storia millenaria, uscito dalla mano degli artisti, che nel tempo ne hanno disegnato i contorni, costruito i monumenti, definito gli spazi, secondo la logica di una incredibile e multiforme armonia. La bellezza di una Città come la nostra non è quindi solo un dato di natura: questa bellezza nasce dalle scelte e dai gesti degli uomini, questa bellezza può essere custodita o insidiata. Non dimentichiamo come all’inizio degli anni sessanta tale ‘spazio bello’ sia stato in parte deturpato e violato dal cosiddetto ‘sacco di Palermo’, che ne intaccò senza scrupoli l’ordito. A questo fatto doloroso mi riferisco stasera proprio per dire, per ricordare a tutti noi, a voce alta, che la bellezza va rispettata, va conservata con amore. Non abituiamoci alla bellezza di Palermo, non lasciamola deperire come se non ci riguardasse! Rispettiamola nei fatti, ogni giorno, con la cura dei cittadini e non con il menefreghismo dei profittatori, con comportamenti quotidiani di civiltà e non con la trascuratezza di chi usa e getta. Ma soprattutto difendiamola da chi vuole attaccarla in maniera massiccia e criminale: l’incendio del Monte Pellegrino, il monte di Rosalia, credo sia stato per tutti noi un simbolico grido di allarme. Perché la violenza e l’insulto alla bellezza che non risparmiano nemmeno i luoghi sacri alla Santa indicano una deliberata volontà di distruggere la bellezza di Palermo, di toglierle l’aura di sacro. Non rassegniamoci, non scoraggiamoci! Certo, la prima reazione legittima è lo sconforto, è il pianto. Anche Gesù pianse su Gerusalemme. E il suo fu un pianto dirotto. Ma Gesù pianse da profeta, esprimendo il giudizio escatologico su una città, Gerusalemme – figura per noi di ogni città degli uomini e anche della nostra Palermo – che non aveva saputo riconoscere il tempo della visita di Dio, non si era fatta raccogliere sotto le sue ali, non aveva compreso la via della pace, e ora andava incontro al dolore e alla distruzione: «Quando fu vicino alla città, pianse su di essa, dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”» (Lc 19, 41-44). Facciamo nostro il pianto di Gesù stasera. Sentiamo il suo pianto su di noi, su questa nostra Palermo offesa, circondata dalle fiamme, stretta dai nemici, macchiata ancora di sangue, segnata dalla sopraffazione e dall’illegalità, ma diventiamo anche noi donne e uomini capaci di piangere questo pianto profetico, che chiama al cambiamento, alla conversione, alla responsabilità. Facciamo tutto quel che è possibile – lo dico in primo luogo alle autorità presenti – per contrastare il bieco disegno di chi non guarda in faccia nulla, di chi per il denaro e il profitto non ha rispetto degli altri e della storia. Reagiamo noi, insieme, come Città, per dire a chi volesse farne un nuovo sacco che Palermo non si tocca!
Rosalia non significa solo bellezza: la giovane credente che segna da secoli la storia della nostra Città fu una donna di rara sensibilità, una donna dai sensi fini, cosa che la rese capace di dare un senso diverso alla sua vita. La tradizione racconta infatti di una conversione legata all’apparizione di un’immagine di Gesù in uno specchio. Come a dire che Rosalia aveva occhi per vedere l’invisibile, viveva quella finezza dell’anima che fa andare oltre le apparenze. E per questo decise a un certo punto di dare una svolta alla sua vita, di muoversi con determinazione «protesi» (Fil 3, 13) verso il Cristo, come ci ricordava l’Apostolo Paolo nella liturgia della Parola del Pontificale di questa mattina in Cattedrale - verso una fede intensamente e gioiosamente vissuta. A Rosalia Palermo assomiglia. A Rosalia Palermo è chiamata ad assomigliare sempre di più. Quanta sensibilità, quanti sensi aperti, quante donne e uomini aperti all’invisibile ho incontrato in questi mesi! Quante persone capaci di scelte coraggiose, di riorientamenti portentosi della vita ho visitato e accolto! Ma quella di Rosalia è una chiamata per noi ad andare sempre oltre. Abbiamo bisogno della sapienza del cuore e della delicatezza dei sensi, per rendere belli i nostri giorni, per vivere relazioni autentiche, che sappiano cogliere e rispettare l’anima dell’altro, il suo segreto. Ce lo ha ricordato proprio in questi giorni papa Francesco, con la sua bellissima Esortazione Apostolica Amoris Laetitia. Siamo chiamati in definitiva a ‘sentire’ l’altro, perché le relazioni vere nascono e crescono dove c’è sintonia, c’è finezza, c’è rispetto, ascolto. Tra genitori e figli, tra insegnanti e allievi, tra educatori e giovani, in ogni contesto, impariamo, come Rosalia e da lei, ad andare oltre quello che sembra, oltre l’effimero per cogliere l’autentico, per incontrare l’altro nel profondo.  
Da qui nasce la scelta. Rosalia – lo dicevo – è una donna del senso, perché cambia in maniera radicale la sua esistenza. È un punto essenziale per il nostro oggi. Siamo stati tutti colpiti – immagino – dalla tremenda notizia di questa notte giunta da Nizza! Non tutto è chiaro ma è un dato di fatto che siamo di nuovo di fronte ad un’ennesima strage. Lo eravamo sgomenti già dagli eventi di Dacca e soprattutto dall’aver appreso che a compiere l’attentato erano stati giovani benestanti e già dotati di alti titoli di studio. La loro è stata una maturazione ideologica, un tentativo pur folle di dare un senso a vite che, chiaramente, un altro significato, dentro, non ce l’avevano. Come un antidoto alla noia, un riparo dalla disperazione dell’insensatezza. Che cosa significa tutto questo per noi? Che luce ci viene dalla storia di Rosalia messa accanto ai fatti di Dacca e di Nizza, come a quelli di Palermo che ho appena ricordato? Per me è come se Rosalia, e insieme a lei tutti i testimoni palermitani della fede, fino al nostro amato don Pino Puglisi, dicessero a tutti noi: non sprecate la vita, non buttatela via! Lo affermavo quella sera del 5 dicembre e lo ripeto adesso: l’esistenza di chi si vota alla violenza, al sopruso, di chi sceglie la mafia come stile e significato della vita è un’esistenza buttata, priva di senso, senza bellezza e senza gioia. Si può apparire potenti, si possono avere tanti soldi vivendo da mafiosi, da sfruttatori, ma non facciamoci annebbiare, non fatevi annebbiare care ragazze e cari ragazzi che siete qui stasera: chi vive così è un disperato, chi vive così non gusta nulla della vita! È solo un latitante della vita!! E al contempo dico agli adulti che avete, che abbiamo da educare altri: non smettiamo mai di dire, non con le parole, ma con la nostra vita, che l’esistenza data per il bene, appassionata della bellezza, votata al rispetto dell’altro, dell’altra (e quante donne oggi reclamano nel dolore della violenza questo diritto sacrosanto al rispetto!) è un’esistenza felice, degna di essere vissuta. Per questo voglio rivolgermi da qui agli uomini che hanno violato e ferito così profondamente la nostra Città, a tutti quelli che intendono continuare su questa strada: ‘Fermatevi! Riflettete! Pensate a quando il sole tramonta, scende la sera, e voi tornate a casa, dalla vostra famiglia, dai vostri figli. E sapete di non poter essere fieri davanti a loro di aver annientato la bellezza, di aver dato fuoco agli alberi, di aver violato la natura, di aver estorto denaro e trafficato narcotici devastanti la mente ed il cuore delle nuove generazioni, di aver disprezzato la giustizia e l’onestà. Risvegliate il vostro cuore. Non rimanete in questo nulla. Vi dico stasera, da vescovo – cioè da uno che è chiamato a ‘vegliare’ sulla Chiesa e sulla Città – che nonostante tutto voi siete e io mi sento vostro fratello, che sono qui pronto ad ascoltare le vostre parole, a sentire il risentimento o la mancanza da cui si genera la vostra determinazione nel male. Sono qui ad aspettarvi e a darvi un’occasione, a piangere come Gesù ma anche a sperare. Non tradite Palermo e non ‘tradite voi stessi!’.
E mi rivolgo anche a tutte le autorità che governano questo territorio e che ho già avuto il piacere di incontrare ieri e stamattina, in un clima di vera amicizia. Dicevo ieri: l’autorità c’è per far crescere, avere autorità significa far crescere gli altri. Ecco, vi dico oggi, a ideale prosecuzione del discorso di ieri: impegniamoci, impegnatevi con tutto voi stessi per Palermo! Perché a Palermo si senta la giornaliera vicinanza dello Stato, perché nel quotidiano si sperimenti la positività di una presenza che garantisca il diritto – in particolare al lavoro, alla casa e all’affetto familiare -, che difenda la giustizia, che soccorra il debole, che stronchi gli intrecci perversi tra amministrazione pubblica e malavita, tra politica e mafia, tra potere e corruzione. Papa Francesco lo ha detto forte e io lo ripeto stasera: la fede in Gesù e l’esercizio corrotto del potere sono incompatibili! E tutta la nostra Città, ma soprattutto noi come Chiesa dobbiamo prenderne atto in maniera forte, e convertirci.
Rosalia lascia tutto e si ritira sul Monte Pellegrino. Si stacca dal mondo con decisione, per rientrare in se stessa, per pregare con assiduità. Il suo ‘eremitaggio’ mi richiama le storie di preghiera che ho ascoltato in questi mesi, le testimonianze di vita interiore in cui mi sono imbattuto. Anche per quest’aspetto Palermo è Rosalia, Palermo rimanda ed esprime Rosalia. Ma per quel che riguarda noi riuniti qui, stasera, mi pare che la nostra Patrona ci inviti con il suo esempio a vivere ogni giorno in un salutare contatto con noi stessi, a recuperare il gusto di una vita interiore, uno spazio in cui ritirarci, un deserto da abitare. Certo, la velocità della società odierna, i tanti impegni, le sollecitazioni dei media: tutto questo ci porta a correre affannosamente e non sarebbe giusto tirarci fuori dalla storia. Ma seguendo Rosalia possiamo trovare il nostro personalissimo Monte Pellegrino, in cui trovare riposo, tentare la contemplazione, incontrare Dio nella verità del silenzio.
Per Palermo, poi Rosalia è la vergine del soccorso nella disgrazia, colei che salva la Città dall’insidia della peste. E questa Città, così generosa nell’amore, ha seguito la via della sua protettrice. Ho conosciuto in questi mesi tante esperienze, grandi o piccole, comunitarie o personali, di carità fattiva e silenziosa, di aiuto verso i più deboli. Il passo ulteriore che dobbiamo fare assieme credo sia quello di trasformare tutta la nostra Città in un grande spazio di accoglienza. Fare di Palermo – secondo la sua vocazione storica – un punto di incontro libero e liberante di civiltà e culture. Ieri mattina ho immaginato qualcosa di simile accogliendo nel vescovado i rappresentanti e le guide di tutte le confessioni cristiane e religiose presenti sul nostro territorio. Contro ogni guerra di civiltà, noi dobbiamo ridare a Palermo la sua vocazione storica di capitale dell’accoglienza, della pace nelle diversità, del dialogo e della relazione, che è vera solo se preserva la differenza. Ma per seguire Rosalia fino in fondo dobbiamo rendere la nostra magnifica Città anche un crocevia degli appestati, di tutte le donne e gli uomini considerati come scarti della storia e che debbono poter trovare nella Chiesa di Palermo, nella città di Palermo, un riferimento certo. Penso anzitutto ai tanti sventurati che hanno lasciato i loro paesi per un viaggio disumano, tragico, in cerca di rifugio, di benessere, di libertà. Molti di essi hanno trovato la loro tomba nel Mediterraneo, molto altri hanno iniziato nella nostra isola un percorso spesso difficile e tormentato. Vengono da tante parti del mondo, da tante culture e tradizioni – dall’Africa al Medioriente – e a Palermo devono trovare uno spazio di elezione, di attenzione, un luogo di pura accoglienza, una cittadinanza. La salvezza di ogni condannato e di ogni morte è la vera eredità di Rosalia: lì, ci ha ricordato ancora Papa Francesco, si rivela il volto di Dio.
Concludo. Il mio pensiero va a un salmo bellissimo, emozionante. È il salmo 122, in cui si racconta di un pellegrino che giunge alle porte di Gerusalemme e sente di portare a compimento così il desiderio più grande e potente della sua vita: «Ma che gioia quando mi hanno detto: andremo alla casa del Signore. E ora i nostri piedi sono qui, davanti alle tue porte, Gerusalemme! Gerusalemme: città ricostruita, salda e compatta […] Chiedete pace per Gerusalemme. Sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi». Il salmista esprime qui, in maniera meravigliosa, il suo sogno, che è anche il nostro. Quello dell’edificazione di una Jerushalaim, di una città della Pace, dove ognuno si senta a casa, dove il desiderio di tutti sia accolto e custodito. Una città ben fatta, nella quale – come diceva il card. Martini e come sapeva già Giorgio La Pira – ci sia nel centro uno spazio per il silenzio, per l’interiorità; e accanto ad esso un’agorà, una piazza per ritrovarsi e scambiarsi doni; e tante vie percorribili in tutti i sensi, come reti di relazioni, di amicizie, di incontri senza barriere; e infine un luogo per l’intercessione e l’ospitalità, la stessa con cui Abramo onorò i tre stranieri che venivano a portargli la notizia della nascita di Isacco: tre stranieri, tre pellegrini a cui Abramo dette rifugio senza sapere che stava ospitando Dio. Una città salda e compatta, dice il salmista, questa Gerusalemme che attendiamo e verso cui camminiamo. In ebraico ‘compatta’ significa letteralmente una ‘città che è compaginata insieme’, ovvero ‘una città in cui tutti si sentono compagni’. E come ricordano i Capitoli dei padri (V, 6), «nessuno ha mai detto a un suo compagno: “mi sta troppo stretto questo posto per passare la notte a Gerusalemme”». «Se nell’altro, anche un solo altro, so vedere un compagno, ho fatto qualcosa per la mia città» (De Benedetti). Sentiamoci com-pagni stasera, davanti a Rosalia: donne e uomini che mangiano insieme lo stesso pane di amicizia, di gioia, di speranza e di pace.
Viva Palermo e Santa Rosalia!!!!

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