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Giovedì, 23 Novembre 2023 18:19

L'ultradestra di Wilders è prima in Olanda ma la strada per il governo è in salita

Written by  Veronique Viriglio
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Geert Wilders Geert Wilders

Il Partito per la libertà ha 37 seggi su 150 e ha già avviato trattative alla ricerca di potenziali alleati. Per formare una maggioranza è necessario un accordo con i liberali dell'ex premier Rutte, le cui ambizioni atlantiche potrebbero però complicare l'accordo. 

Con 37 seggi in Parlamento su 150, la vittoria alle legislative anticipatedell'estrema destra del Partito per la libertà(Pvv) rappresenta un primo passo verso la premiership di Geert Wilders, più papabile successore al liberale Mark Rutte.

Paesi Bassi si sono risvegliati con un paesaggio politico sconvolto dal verdetto delle urne, definito un "cataclisma" da molti analisti, seppur preannunciato dagli ultimi sondaggi, al termine di una campagna elettorale molto breve e movimentata. Wilders ha già dato il via a serrate trattative con potenziali alleati per riuscire a formare una coalizione di governo.

Una nuova era per i Paesi Bassi

A questo punto, si apre una nuova era politica caratterizzata dal tramonto delle forze politiche tradizionali, in primis del Partito popolare per la libertà e la democrazia (Vvd), che ha governato per 13 anni, e aveva candidato una donna, l'unica in lizza, Dilan Yesilgoz. A segnare punti, a sorpresa, ma neanche più di tanto, sono stati partiti relativamente nuovi, che hanno saputo rispondere al malcontento e alle paure degli olandesi, desiderosi di cambiamento e garanzie.

Oltre allo storico Partito per la libertà - populista, xenofobo e anti-Islam - c'è quello del Nuovo Contratto Sociale, fondato da Pieter Omtzigt lo scorso agosto, che alla sua prima partecipazione ha ottenuto ben 20 seggi.

L'altra formazione degna di nota è il Movimento agricoltore contadino (Bbb) di Caroline van der Plas, anche lei a favore di una linea restrittiva sull'immigrazione, anche se ha conquistato solo sette seggi, un risultato deludente rispetto alle elezioni provinciali dello scorso marzo. Sia Omtzigt che Van der Plas hanno già segnalato la loro disponibilità ad entrare in una coalizione di governo capitanata da Wilders. 

La stessa disponibilità a trattare è arrivata, dopo un periodo di esitazione, anche da Yesilgoz - succeduta a Rutte ai vertici del Partito liberale - che rappresenta l'ala più dura del Vvd in materia di asilo e immigrazione, pur essendo lei stessa una rifugiata di origine turca. Un'apertura che rappresenta una buona opportunità per Wilders, che in caso di accordo con i liberali porterebbe dalla sua parte i 23 deputati Vvd.

Quel sodalizio (poi tramontato) con Rutte

Tale accordo sarebbe comunque un dèjà vu: nel settembre 2010 il Pvv è già stato membro di una coalizione del governo liberale di Rutte, ma in realtà era un partner "silenzioso" in quanto non aveva alcun incarico ministeriale. Un appoggio che Wilders ritirò due anni dopo, nel pieno della crisi finanziaria, costringendo il premier liberale a indire nuove elezioni.

Wilders pose il veto alle tre legislature successive di Rutte e di fatto è diventato il capofila dell'opposizione nonostante l'elevato numero di seggi del suo partito in Parlamento. "Il processo di formazione delle coalizioni è piuttosto lento. Di solito sono diversi mesi. Ricordiamoci che l'ultima coalizione è stata formata dopo 271 giorni, quindi dovremo essere pazienti", valuta Philippe Mongrain, ricercatore di scienze politiche presso l'Università di Anversa in Belgio ed esperto di politica olandese.

Per Mongrain, è effettivamente "possibile vedere una coalizione di estrema destra, con una linea dura sull'immigrazione, che potrebbe mettere insieme il partito di Wilders e il Vvd poichè si tratta pur sempre di due partiti di destra che hanno diverse affinità".

Delusione per le sinistre

D'altro canto, gli elettori olandesi hanno inflitto una punizione evidente ai tre principali partiti della coalizione uscente: in tutto non supererebbero i 41 seggi, in perdita di ben 37 rappresentanti.

Oltre agli 11 seggi persi dai liberali del Pvv di Rutte, il partito liberale democratico D66 (centro-sinistra) di Rob Jetten ha subito un'emorragia di 15 seggi. Risultato altrettanto deludente per l'alleanza tra laburisti e ambientalisti (GreenLeft/GroenLinks e Labour del PvdA), il cui leader è Frans Timmermans, ex vice presidente della Commissione europea, non è riuscito a superare i 26 seggi.

Muro contro l'immigrazione

Pur avendo edulcorato le sue dichiarazioni populiste, anti-immigrazione, anti-Islam ed euro-scettiche durante la campagna elettorale, il 60enne Wilders, soprannominato il "Trump olandese", rimane fedele alla sua storica linea ideologica, come si evince dal suo programma di governo. Nelle sue prime dichiarazioni dopo gli exit poll, accolti con stupore, Wilders ha sottolineato che "non possiamo più essere ignorati, sarebbe antidemocratico e gli olandesi non lo accetterebbero".

Il leader di estrema destra si è nuovamente impegnato a "garantire che lo tsunami di richiedenti asilo e immigrazione si riduca", in risposta alle speranze dei cittadini "di recuperare il proprio Paese", in riferimento al boom di migranti nei Paesi Bassi. Secondo le prime analisi, la coalizione che si profila all'orizzonte avrà un impatto determinante sulle politiche dell'Olanda in materia di immigrazione, di lotta ai cambiamenti climatici, in chiave restrittiva, destinata anche a ridimensionare il posto del Paese nell'Unione europea.

Uno sguardo da Bruxelles

A meno di sette mesi dalle elezioni europee, l'arrivo al potere di Wilders è soprattutto un motivo di allarme per Bruxelles e per le capitali europee. Il leader di estrema destra olandese, che ha criticato la visita del presidente Zelenskyj la scorsa primavera all'Aia, si oppone alla consegna di armi all'Ucraina, che rifiuta di veder aderire alla Nato.

Inoltre, in questo contesto, Rutte, che ha recentemente manifestato il suo interesse per la carica di segretario generale della Nato e che dovrebbe essere ben posizionato per ottenerla, ora rischia di avere più difficoltà a convincere gli alleati a nominarlo. Anche Timmermans, che ha lasciato la Commissione europea per intraprendere la campagna elettorale, ha subito una battuta d'arresto. Accusato di aver trascorso troppo tempo a Bruxelles, non è mai riuscito a prendere veramente piede nella campagna elettorale in patria.

"Ora è giunto il momento di difendere la democrazia. Continueremo a difendere lo Stato di diritto, insieme ad altri democratici. Per noi lo Stato di diritto è sacro", ha reagito l'ex commissario e vice presidente della Commissione Ue. AGI

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