ANNO XIV Gennaio 2020.  Direttore Umberto Calabrese

Sabato, 04 Novembre 2017 06:40

Africa e solidarietà incontriamo Cheikh Tidiane Gaye autore libro «Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera»

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Cheikh Tidiane Gaye con lo scrivente a Taranto durante un premio letterario Cheikh Tidiane Gaye con lo scrivente a Taranto durante un premio letterario

Idealmente vorrei incontrarlo di nuovo, ma la distanza con Arcore (Mi) non lo consente. Ma utilizzando i suoi scritti non mi è difficile parlare del suo libro “Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera” e questa intervista inventata.

L'occasione è legata alla sua richiesta di diffondere la sua associazione Africa solidarietà Onlus e non ci sottraiamo, ma intanto cerchiamo di conoscere l'autore

Oggi senegalesi, anche più giovani arrivano con i barconi, tu come ti presenteresti, come uno ‘scrittore migrante’?

Mi è difficile descrivermi. Chi mi conosce direbbe che sono un amante della poesia, un fedele della scrittura, un ammiratore della negritudine, un figliolo di Senghor e di Aimé Césaire, un adoratore di Amadou Hampâté Bâ e un fedelissimo della cultura dell’universalità. Nonostante il legame alla mia cultura, adoro molto Dante, Leopardi, Ungaretti. Amo l’arte in tutte le sue forme, la scrittura diventa il mio mondo e scelgo la poesia come via preferenziale per immortalare le mie emozioni.

Ho scelto l’italiano come lingua di comunicazione, una lingua che ritengo universale, musicale, bella e piena di sensazioni.  Appartengo, quindi, alla produzione letteraria italiana e mi rifiuto di essere catalogato “scrittore migrante”.

Oggi lavori in banca, hai una moglie italiana e figli mulatti, ti senti italiano?

Se rivendicassi oggi la mia “italianità”, potrei essere giudicato da presuntuoso nonché da un apolide. Non esagero utilizzando il termine apolide. Non ho nulla che possa definirmi italiano. Provengo dal sud del Sahara, e come civiltà, appartengo alla cultura animistica e anche musulmana, per conversione dei miei bisnonni, in tempi remoti.

Tanti dei miei connazionali senegalesi provengono da matrimoni misti: tra wolof e serere, peul e wolof, mandingo e diola ecc… Parlano tutti due lingue, il francese è d’obbligo per la nostra storia coloniale. Per chi è residente qui, la lingua italiana è una condizione. Mi viene naturale parlare l’italiano spesso chiacchierando con gli amici senegalesi e africani francofoni in generale. Non mi passa nemmeno per la testa di parlare francese o usare il mio dialetto. Quando partorisco i miei versi, le parole mi vengono in italiano.

Integrazione rischia di far perdere le proprie radici?

Mia madre vive in Senegal e spesso mi fa notare che non parlo più bene il wolof, c’è una mescolanza notevole di parole wolof e italiano. Cosa possiamo analizzare partendo da questa costatazione?  Mi domando veramente chi sono, chi siamo? Ci stiamo “colonizzando” spontaneamente e/o linguisticamente? Per nulla, credo. A mio parere sono gli effetti dell’interculturalità e della multiculturalità. Ecco la bellezza dell’intercultura, l’unico strumento idoneo per “universalizzare” l’umanità e che permette di poterci arricchire l’un l’altro.

 Quindi nel tuo lavoro, con l’Associazione Africa Solidarietà Onlus crei un ponte utilizzando la lingua italiana?

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La lingua italiana diventa non più un mezzo di comunicazione, ma l’ago per unire i popoli che vivono e convivono in terra italiana. Gli scrittori che fanno uso della lingua italiana, non solo, la valorizzano, ma la portano oltre il Mediterraneo. Osiamo quindi, parlare di italiafonia, evidentemente, considerando la notevole presenza di scrittori e poeti non italiani, che si esprimono per via della bellissima e musicale lingua italiana. Diventa così il mezzo appropriato di comunicazione interculturale quindi, costruisce un campo interattivo, che permette ad ogni popolo di effettuare degli scambi culturali. Se l’uso della lingua italiana arricchisce e continua ad abbellire i nostri testi, gli esperti italianistici dovrebbero, a mio parere, avvicinarsi più costantemente alla nuova scrittura – ormai inserita nella storia della letteratura italiana- per trarne vantaggi e illuminare i suoi attori.

Partorendo i miei versi in lingua italiana, con canoni spesso attinti nella mia storia espressiva culturale, non faccio che portare qualcosa di nuovo per rendere più ricca una letteratura che, nella storia, ha marcato l’umanità. Il nostro contributo non infrange e non deve nascere per circuire la storia letteraria del nostro paese d’adozione, ma le nostre opere ideano un carrefour multiculturale, generatore di un’estetica universale per incontrare l’Altro e figliare l’Amore, la Pace, la Libertà e la vera convivenza. Segnaliamo che l’uso della lingua italiana non ci spinge all’abbandono delle nostre realtà culturali anzi, le consolida e ci incrementa. Sembra un paradosso, ma la nascita della cultura dell’universalità si scrive in questa scia: la valorizzazione dell’intercultura per un mondo di sana convivenza.

Da poeta che sono, nero e africano, rivendico la mia Negritudine e nello stesso tempo la mia italianità, la terra che mi ospita e mi accoglie, una terra in cui scopro ogni giorno i sapori, gli odori e anche la complessità.

 cheikh

Una nostra riflessione sul libro di Cheikh

Viviamo su questo pianeta in modo inconsapevole, se ci ingozziamo da una parte di Nutella dall’altra parte ci sono 9 multinazionali del cioccolato che schiavizzano bambini. Parliamo di Silicon Valley e non pensiamo alle giovani e sanguinanti mani che scavano dentro infernali miniere di argilla per trovare i minuscoli frammenti di silicio in Eritrea e mente noi dall’altra parte ci trastulliamo con lo smartphone e il computer. Questa inconsapevolezza non ci fa trovare il nesso quando poi qui arriva un giovane disperato che scappa da quel mondo e gli chiediamo “da noi che vuoi?”. Anzi lo trattiamo, talvolta come discarica umana.

Italo Calvino descrive questo comportamento, che è come quando si butta una carta alle spalle, un po’ come quando si va al cesso, liberandoci del problema, recuperiamo – o almeno così ci illudiamo -  l’integrità del nostro essere.  Questa immagine credo offra davvero il senso del menefreghismo. Riflessione, eravamo un paese razzista e non lo sapevamo? Oppure lo siamo diventati imbottito di ideologia dal fascismo e nazismo fino alla xenofobia dell’estrema destra? Non voglio crederlo, anche perché la storia del nostro paese dalla fine della guerra e con la Costituzione Repubblicana ha detto un sonoro no a quella visione.

Però un rischio involutivo c’è sempre e dipende da una certezza: abbiamo perso la memoria. E se richiamassimo la storia terribile degli italiani all’estero con il Viaggio sull’Oceano di Edmondo De Amicis o se ricordassimo l’eccidio di Mercinelle in Belgio?  Nel primo leggeremmo una struggente descrizione dei nostri migranti che andavano in America. Nel secondo riferimento avremmo il ricordo dei migranti minatori italiani invisibili di cui i Belgi s’accorsero della loro esistenza solo quando morirono in 800. Due fatti che ci fanno comprendere il senso del libro del nostro autore italo-senegalese.

Cheik nel suo libro, che ha la prefazione di Giuliano Pisapia (ex sindaco di Milano, corteggiato dalla sinistra) ci mostra anche in modo inedito (per noi) a parte le incursioni del cinema, questo cuore africano, riti, tradizioni, matrimoni e funerali, queste radici da non dimenticare, il genius loci sotto un baobab descritto come luogo dove avvengono le rivoluzioni interiori.  Particolare è quella parte del racconto legata alla visita a uno zio sull’isola dove si conserva la memoria dei secoli bui dello schiavismo. 

Se noi occidentali studiassimo la storia dell’Africa capiremmo che oggi ha più senso parlare degli errori degli europei e meno delle contraddizioni storiche dell’America o meglio degli USA. Quelle che nella storia dei siti della disinformazione viene presentata come la cosiddetta ‘controstoria americana’.

Perché erano spagnoli, inglesi, portoghesi, anche gesuiti e francescani, quelli che svuotavano villaggi di uomini e donne giovani. Provate a pensare se per trecento anni non ci fosse stato un drenaggio di questa generazione motrice e riproduttrice da un popolo, come sarebbe stata oggi la sua crescita?  Se non ci fosse stato la schiavismo oggi l’America del Nord assomiglierebbe più o meno a quella del sud e forse l’Africa avrebbe superpotenze? Paradosso, fantastoria, forse ma riflettiamoci sul serio.  

Un'altra riflessione che ci suggerisce Cheikh è il sentirsi apolide. Davvero dobbiamo rinunciare alla nostra identità? O forse dobbiamo fare qualcosa, come chi chiede, un giornalista, che in questo momento non rammento, di cambiare il lemma da Patria a Matria, per raffigurare al femminile la nazione, come in natura accade che la mamma elefante adotti subito l’elefantino rimasto solo, cosi una Matria non diventa nazione chiusa, con muri, nazionalismo, nazismo. Del resto si dice no, madre patria?

Devo dire anche io nella mia passata esperienza mi sono sentito apolide, quando negli anni 80 collaboravo con il Molisv di Roma o l’associazione Italia Nicaragua (era il mio essere sindacalista).

Ma Cheich mette in guardia su atteggiamenti stereotipati, facili ipocrisie, buonismi senza sugo. Capiamoci io incontro spesso neri, ragazzi che abitano un intero palazzo vicino al mio, non fanno chiasso, me lo diceva anche un amico l'altro ieri, uno che vive in altri quartieri dove il Comune, su richiesta della Prefettura ha sistemato migranti, nessun problema riscontrato. Ma la propaganda xenofoba che parla sempre di clandestini ha creato paura negli italiani: il danno è enorme. Come si guarda un ragazzo nero? Me lo sono chiesto, e ho trovato la risposta. Il nostro sguardo è una finestra dipende da come l’apriamo, se c’è curiosità, paura, odio si capisce, io li guardo con normalità e scatta un buongiorno.  Aiutiamo a far crescere la solidarietà con Africa Solidarieta Onlus

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