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Giovedì, 31 Ottobre 2019 04:06

Com'è finita la storia della santona mummificata per 17 anni

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Graziella Giraudo era morta a 50 anni per cause naturali ma i parenti lo avevano tenuto nascosto.  La Corte d'appello di Torino li ha assolti

 Arrivavano da tutta Italia per ascoltare le preghiere di Graziella Giraudo, la santona trovata mummificata nel 2013, diciassette anni dopo la sua morte, in una villetta di Borgo San Dalmazzo, nel Cuneese. Della donna non si avevano più notizie dal 1996 quando - come verrà scoperto successivamente - era deceduta all'età di 50 anni per cause naturali. Una morte che nessuno ha mai denunciato, neppure la consuocera Rosa Giraudo, che con Graziella condivideva l'alloggio dopo che quest'ultima, nel 1995, era andata via da casa lasciando il marito Aldo e i figli.

La svolta (per caso)

Nel 2013 la svolta: Rosa muore ma di Graziella in casa non c'è traccia. L'alloggio viene ispezionato dai carabinieri, che trovano la santona mummificata e con la mano in segno di benedizione all'interno di una stanza chiusa a chiave. In tutti quegli anni - come ricostruito dagli inquirenti - è presumibile che un gruppo di fedeli abbia visitato periodicamente il cadavere. In molti - come si legge in un diario sequestrato dalle forze dell'ordine - credevano che la santona potesse perfino risorgere.

La scoperta dei militari dà avvio alle indagini e al processo di primo grado, tenutosi nel 2015 al tribunale di Saluzzo, sono condannati a un anno di reclusione Aldo e Alfio Pepino, rispettivamente marito e figlio di Graziella Giraudo. A Elda Allinio, sorella del genero della santona, accusata di favoreggiamento, è comminata una pena di 4 mesi mentre gli altri familiari coinvolti nella vicenda, Valerio Allinio e Dianora Pepino, genero e figlia della santona, patteggiano una pena di un anno.

I tasselli che incastrano i parenti

A "incastrare" gli imputati, in particolare, sono due episodi: il primo riguarda il censimento del 2011, quando la figlia della santona, che poi sceglierà di patteggiare, dichiara che la madre è ancora in vita. Il secondo episodio risale invece alla morte di Rosa. Quel giorno un addetto delle pompe funebri chiede al figlio di Graziella, Alfio, di aprire la stanza dove si trova il cadavere della santona, ma l'uomo risponde di non sapere dove si trova la chiave.

La sentenza che assolve tutti

Si arriva quindi al processo di secondo grado, con la Corte di appello di Torino che nella mattina di mercoledì ha ribaltato il verdetto del tribunale assolvendo tutti gli imputati "per non aver commesso il fatto". Soddisfatto l'avvocato difensore Michele Forneris: "Bisognerà leggere le motivazioni della sentenza - spiega il legale - ma intanto è stata riconosciuta la natura istantanea del reato, ciò significa che tutto quello che è successo dopo la morte della donna è stato giudicato non rilevante". 

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